Associazioni nazionali del Dono, prima volta in rete: Adisco, Admo, Adoces Aido, Avis, Croce Rossa, Fidas e Fratres

Un momento del convegno per il 40° della legge sul Servizio sanitario nazionale. Palazzo San Macuto, Roma.

Trapianti di organi e di tessuti, trapianti cellule staminali emopoietiche da midollo osseo o da cordone… Sangue, emocomponenti, plasmaderivati. Per far quelli, servono questi ultimi. Sempre, a volte in modo massiccio. È un intreccio indissolubile il binomio trapianti-sangue. E per la prima volta in Italia, ieri nella Sala refettorio di Palazzo San Macuto a Roma (Camera dei deputati), otto Associazioni di volontariato del Dono si sono messe insieme per attivare iniziative comuni in particolare verso i giovani e nelle Scuole.

La firma dell’accordo fra le otto associazioni

Adisco, Admo, Adoces, Aido, Avis, Croce Rossa Italiana, Fidas e Fratres hanno infatti firmato un accordo d’intesa. Per i prossimi cinque anni verranno poste in essere iniziative comuni in particolare per “incrementare l’educazione dei giovani alla solidarietà e alla donazione, con particolare riferimento alla donazione del sangue, degli emocomponenti, degli organi e dei tessuti, del midollo, di cellule staminali ed emopoietiche e del sangue cordonale“. Le otto associazioni andranno a braccetto anche per “sostenere i rapporti con le Istituzioni e con gli Organismi tecnici di riferimento” e per “incrementare l’educazione dei giovani alla solidarietà e alla donazione, con particolare riferimento alla donazione del sangue, degli emocomponenti, degli organi e dei tessuti, del midollo, di cellule staminali ed emopoietiche e del sangue cordonale”.

I rappresentanti delle otto associazioni nazionali con l’on. Lucchini

Non a caso il protocollo d’intesa è stato sottoscritto in occasione del convegno su “I 40 anni del Ssn e il ruolo delle associazioni del dono” per celebrare la Riforma sanitaria del 1978 fortemente voluta dall’allora Ministro della Sanità, la veneta Tina Anselmi. “Una riforma – ha detto Gianpietro Briola (presidente nazionale Avis e coordinatore pro tempore di CIVIS) che assicura l’assistenza sanitaria gratuita a tutti i cittadini, di qualsiasi condizione sociale”. È un segno di civiltà e attenzione verso la persona malata che ha pochi altri esempi simili anche nei paesi più avanzati. “Oltre a evidenziare gli aspetti positivi che hanno portato alla sua approvazione – ha continuato Briola citando Tina Anselmi e il senatore Dario Cravero, all’epoca presidente Fidas che lavorò alla riforma – abbiamo però voluto anche ricordare che la rete di solidarietà delle associazioni del dono di sangue, cellule, tessuti e organi richiederà anche in futuro il necessario sostegno – anche in termini di risorse – per assicurare la cura dei pazienti e la diffusione di un’adeguata cultura della solidarietà nel Paese. L’accordo siglato è la dimostrazione della nostra volontà di lavorare insieme e di essere ancora più incisivi e protagonisti nelle scuole e nell’educazione delle giovani generazioni”.

Flavia Petrin, presidente nazionale Aido

Le otto associazioni rappresentano più di 4 milioni di donatori periodici – per quanto riguarda quelli di sangue e plasma di Avis, Croce Rossa, Fidas e Fratres – o di aspiranti tali per Adisco, Admo, Adoces e Aido. Quest’ultima, tra l’altro, è stata rappresentata direttamente dalla sua presidentessa nazionale, la veneziana Flavia Petrin.

Fra gli interventi è stato particolarmente applaudito quello del presidente uscente delle Fratres, Sergio Balestracci, che ha posto l’accento sulla “cronica assenza delle istituzioni e degli stessi parlamentari in momenti di unione così importanti fra le associazioni di volontari, nonostante noi si sia direttamente in… casa loro”.

Sergio Balestracci, Fratres

Al convegno infatti l’unica deputata presente è stata l’on. Elena Lucchini che ha seguito attentamente tutti i lavori.  Solo messaggi di felicitazioni per la sigla dell’Accordo, dal Ministro della salute Giulia Grillo e dal Ministro dell’Istruzione Marco Bussetti e saluti dalla presidente della XII Commissione Affari sociali della Camera, Marialucia Lorefice e, con un video, dall’on. Giusy Versace.

La firma è avvenuta alla presenza – in una sorta di ruolo di testimoni garanti – del direttore del Centro Nazionale Sangue, Giancarlo Liumbruno, del Centro Nazionale Trapianti (con la portavoce Daniela Storani, in rappresentanza del direttore Alessandro Nanni Costa) e di Maria Rita Tamburrini che dirige l’Ufficio 7 – Trapianti, sangue ed emocomponenti del Ministero della Salute. Presenti anche un centinaio di dirigenti e volontari delle 8 associazioni.

La firma dell’accordo di ieri anticipa anche il protocollo d’intesa che prossimamente le Associazioni del dono di materiale biologico sigleranno con il Ministero dell’Istruzione (Miur).

Servizio di Beppe Castellano

West Nile Virus, facciamo chiarezza. Lo 0,05% della popolazione interessata dal virus (solo 29 donatori su più di 58mila)

Mai come questa estate ormai agli sgoccioli, si è registrata una vera invasione di zanzare Culex Pipiens (le nostre zanzare autoctone, differenti dalle “tigri”) potenziali portatrici del virus del Nilo occidentale (West Nile Virus).

La situazione al 13 settembre (fonte CNS)

Secondo i dati aggiornati al 13 settembre del Centro nazionale sangue (CNS), l’allarme cautelativo ha interessato 34 province del nord Italia (Veneto, Friuli, Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte, Liguria) e tutta la Sardegna e la provincia di Latina.

In pratica tutte le regioni della Pianura Padana escluse le province di montagna. L’allarme WNV ha coinvolto anche alcuni Paesi europei ed extra europei come Grecia, Serbia, Austria, Romania, Ungheria, Francia, Kosovo, Croazia.

Il CNS ha attivato fin da inizio giugno un’azione di sorveglianza e prevenzione della trasmissione del virus nelle zone interessate da segnalazioni, indicando ai Centri trasfusionali di munirsi del test Nat che riconosce il virus nel sangue del donatore. Il test si effettua in simultanea con la donazione, evitando quindi la trasmissione in caso di positività. Se il virus viene isolato in un raggio di cinque chilometri dal confine con un’altra provincia, l’allerta viene diramata a tutte le province della zona. Chi abbia soggiornato in tali zone a rischio può donare in qualsiasi provincia, purché la struttura trasfusionale sia dotata di kit per effettuare il test NAT. In caso contrario, è necessario aspettare 28 giorni per poter donare.

Giancarlo Maria Liumbruno (direttore del CNS) ha dichiarato come: “Il piano di sorveglianza funziona e il sistema regge, come ha retto nel 2017 per il virus Chikungunya che colpì la regione Lazio. Il dilagare del West Nile, se sottovalutato, può aggravare le carenze di sangue in estate, quando ondate di caldo e vacanze spingono i donatori abituali a rallentare le donazioni. Qui le Regioni possono intervenire, adottando il test Nat anche nelle province non colpite dal virus per evitare di ricorrere alla sospensione sistematica dei donatori”. La raccomandazione, a quanto pare, ha funzionato. In Veneto, nonostante il WNV non si sono registrati particolari problemi, visto che già da metà giugno è scattata la NAT, via via, su tutte le donazioni.

Per quanto riguarda il Veneto, la prima segnalazione di zanzare con WNV nel 2018 è stata il provincia di Verona il 14 giugno, 58.191 sono state le sacche controllate in Veneto dal 14 giugno al 31 agosto (Fonte: Crat). Il numero dei donatori “positivi” al WNV, pur asintomatici, è stato di 29. Solo lo 0,05%, uno su 2000. Le sacche sono state ovviamente eliminate e i donatori saranno tenuti in osservazione anche per i prossimi mesi. Ma il puntualissimo screening messo in atto dal Coordinamento regionale attività trasfusionale del Veneto è anche la cartina di tornasole della reale incidenza del fenomeno nella nostra Regione.

La Regione, invece, sempre il 31 agosto annunciava il suo “Piano Straordinario di disinfestazione dalle zanzare legato al diffondersi del West Nile Virus”, costo 500mila euro. E così, con i primi “freschi” settembrini, sono partite per prime le province di Verona, Padova, Rovigo, poi tutte le altre.

CURIOSITA’ – Il West Nile Virus prende il nome dal luogo (Uganda) dove fu scoperto per la prima volta nel 1937. Nei Paesi occidentali fu invece scoperto nel 1999 negli Stati Uniti, da qui si è poi diffuso anche all’Europa, molto probabilmente tramite i viaggi aerei. Va totalmente sfatata, quindi, una delle fake news che circolano sui social. Il West Nile Virus non è stato “importato in Italia con i barconi dei migranti”, le zanzare viaggiano decisamente più comode sugli aerei.

In Italia il primo caso di West Nile Virus isolato nelle zanzare e nei cavalli è nel 2013. Immediatamente scattò il piano di prevenzione del Centro nazionale sangue e delle Regioni per evitare ogni tipo di trasmissione tramite donazioni di sangue. A oggi, infatti, non vi sono segnalazioni di trasmissione tramite trasfusione.

Ma vediamo di saperne un po’ di più con una nota del dottor Giovanni Lenzo, direttore sanitario Avis regionale Veneto

Un pericolo solo se già debilitati, come si trasmette il West Nile Virus

Vediamo come si trasmette e quali sono le conseguenze del West Nile Virus. I serbatoi del virus sono gli uccelli selvatici e le zanzare (più frequentemente del tipo Culex pipien, in foto), le cui punture sono il principale mezzo di trasmissione all’uomo. Il ciclo biologico dell’insetto è di 15-20 giorni e ha una attività crepuscolare/notturna, punge sia all’aperto che all’interno dove di giorno riposa e digerisce il pasto di sangue. Altri mezzi di infezione documentati, anche se molto più rari, sono trapianti di organi, trasfusioni di sangue e la trasmissione madre-feto in gravidanza. La febbre West Nile non si trasmette da persona a persona tramite il contatto con le persone infette. Il virus infetta anche altri mammiferi, soprattutto equini, ma in alcuni casi anche cani, gatti, conigli e altri. Il periodo di incubazione dal momento della puntura della zanzara infetta varia fra 2 e 14 giorni, ma può essere anche di 21 giorni nei soggetti con deficit a carico del sistema immunitario.

La maggior parte delle persone infette non mostra praticamente sintomi.  Fra i casi sintomatici, circa il 20% presenta sintomi leggeri: febbre, mal di testa, nausea, vomito, linfonodi ingrossati, sfoghi cutanei. Questi sintomi possono durare pochi giorni, in rari casi qualche settimana, e possono variare molto a seconda dell’età della persona.

Nei bambini è più frequente una febbre leggera, nei giovani la sintomatologia è caratterizzata da febbre mediamente alta, arrossamento degli occhi, mal di testa e dolori muscolari. Negli anziani e nelle persone debilitate, invece, la sintomatologia può essere più grave.

I sintomi più gravi si presentano in media in meno dell’1% delle persone infette e sono caratterizzati da febbre alta, forti mal di testa, debolezza muscolare, tremori, disturbi alla vista, torpore, convulsioni, fino alla paralisi e al coma.

Alcuni effetti neurologici possono essere permanenti. Nei casi più gravi (circa 1 su mille) il virus può causare un’encefalite letale. In Veneto le vittime accertate sono state sino a fine agosto sei, tre in provincia di Padova, due in provincia di Treviso e uno in provincia di Rovigo.

Il sistema di prevenzione principale per la popolazine è la disinfestazione e l’utilizzo di repellenti.

Dott. Giovanni Lenzo

Ragazzi in festa a Santorso con Veneto Cup & Kids

Veneto Cup & Kids 2018: a Santorso con Avis 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sabato 9 giugno 2018 si è svolto presso il parco del grumo a Santorso, l’ottava edizione del Meeting giovanile di MTB, organizzata dalla Bikers For Ever con la collaborazione di Avis comunale di Schio Altovicentino (Vi).

Un centinaio di ragazzi provenienti da tutto il Veneto e dal Trentino ha dato vita ad una bellissima giornata di spot e amicizia.

Alla fine della manifestazione il presidente dell’Avis, Giulio Fabbri, ha premiato tutti i ragazzi presenti con un bellissimo trofeo, per la gioia di questi piccoli atleti.

Grazie Fabrizio! Per il tuo Dono qualcuno in Veneto continua a vivere e a far del bene: Valeria Favorito

Fabrizio Frizzi, il noto presentatore venuto a mancare nella notte, era molto legato al mondo del volontariato, a Telethon e all’Avis. Testimonial dell’Admo, oltre a contribuire a diffondere la cultura della donazione, ha donato il midollo osseo nel 2000 a una bambina malata di leucemia: Valeria Favorito. Quella bambina nata ad Erice, ma ormai veronese dai tempi della prima malattia, oggi è una giovane donna, innamorata della vita. È sempre in prima linea con Admo ed Avis nel raccontare in ogni occasione l’importanza di ogni tipo di dono.

Valeria, poco dopo il primo trapianto di staminali donate da Fabrizio Frizzi, è riuscita ad incontrare il suo “fratellone di sangue”. Alla sua-loro storia il nostro periodico “Dono&Vita” ha dedicato vari articoli in questi anni. Ecco uno degli ultimi, nel numero di settembre 2015. ValeriaFavorito2015

Con un video, registrato da Leonardo Castellano per la redazione di Dono&Vita-Avis Veneto ad agosto 2015, Valeria ha voluto raccontare – facendolo girare in scuole e altri eventi – la sua storia e la necessità del dono del sangue, di tutti i tipi. Racconta anche come, adolescente, ha cercato tenacemente Fabrizio Frizzi dopo il primo trapianto. Poi il ritorno di una malattia diversa nel 2013 e il secondo trapianto con sangue midollare di un anonimo donatore tedesco. Fabrizio le è stato sempre vicino, anche in quest’ultima occasione (vedi foto, courtesy Valeria, ph Marco Scarpa) andandola a trovare in ospedale e durante il decorso post trapianto.

Verona 21-12-2013
VALERIA FAVORITO
La maratona della vita,
Valeria Favorito e Fabrizio Frizzi: storie di straordinaria solidarietà.
Quando un gesto d’amore verso il prossimo, un prossimo che non conosci ma che sai di poter aiutare, diventa rinascita, allora siamo in grado di raccontare storie di vita straordinarie come quella di Valeria Favorito, sopravvissuta grazie al trapianto di midollo osseo e per merito della donazione di una persona speciale come Fabrizio Frizzi.
Nella stessa serata sara’ consegnato il ricavato del libro “Ad un passo dal cielo”:
Ph: Marco Scarpa/SkorpionPress

Era presente con Valeria e i suoi genitori (foto sotto, courtesy Valeria, ph Marco Scarpa) anche quando nel 2013 i proventi della vendita del libro “A un passo da cielo” sono stati consegnati al reparto ematologia di Borgo Roma per una borsa di studio per la ricerca.

Verona 21-12-2013
FABRIZIO FRIZZI , LA MAMMA GIOVANNA FAVORITO , IL PAPà LUCIANO FAVORITO , IL DOTT FABIO BENEDETTI , RESPONSABILE TRAPIANTI EMOTOLOGIA POLICLINICO BORGOROMA (VERONA) MEDICO DI VALERIA .
VALERIA FAVORITO
La maratona della vita,
Valeria Favorito e Fabrizio Frizzi: storie di straordinaria solidarietà.
Quando un gesto d’amore verso il prossimo, un prossimo che non conosci ma che sai di poter aiutare, diventa rinascita, allora siamo in grado di raccontare storie di vita straordinarie come quella di Valeria Favorito, sopravvissuta grazie al trapianto di midollo osseo e per merito della donazione di una persona speciale come Fabrizio Frizzi.
Nella stessa serata sara’ consegnato il ricavato del libro “Ad un passo dal cielo”:
Ph: Marco Scarpa/SkorpionPress

Abbiamo raggiunto telefonicamente Valeria Favorito a Trapani, dove era andata per preparare il suo prossimo matrimonio previsto il 1° settembre. “Non ho parole – ci ha detto Valeria – ci sono momenti in cui non si possono trovare… È come se avessi perso una parte importante di me. L’avrei voluto al mio prossimo matrimonio, come testimone. Sono certa che sarà ugualmente con noi, da lassù…”.

Oggi, attraverso questa straordinaria testimonianza, vogliamo stringerci a Valeria e alla famiglia di Fabrizio ricordando la grande generosità di questo artista e il forte messaggio di solidarietà che ha trasmesso con l’esempio del suo gesto e con gli inviti al dono, di midollo e sangue, lanciati tante e tante volte anche attraverso le sue trasmissioni televisive.
Ciao Fabrizio. Grande cuore.

La redazione di Dono&Vita

Parte da Pordenone la collaborazione fra Avis e le Comunità Mormoni presenti in Italia

Avis ancora una volta dimostra la sua totale aconfessionalità e il suo “dialogo” con ogni tipo di religione. È recentissima una bella iniziativa fra Avis provinciale di Pordenone e la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni (più conosciuta come Chiesa Mormone). L’autoemoteca Avis è infatti entrata nella sede della chiesa di Pordenone per una donazione collettiva.
Per Avis provinciale di Pordenone era presente il presidente Alessio Buodo, l’iniziativa è diventerà patrimonio anche di Avis nazionale.
Il rappresentante dell’ufficio di presidenza, il friulano Carmelo Agostini, ha annunciato infatti un progetto di collaborazione nazionale per dedicare una giornata speciale all’anno alla promozione e donazione di sangue nelle comunità mormoni d’Italia.

Il vescovo della comunità Mormone pordenonese, Simone Abis (al centro nella foto) ha donato lui stesso il sangue per la prima volta e ha preannunciato l’intenzione di aprire la comunità al territorio. Oltre 30 i nuovi donatori che si sono sottoposti all’idoneità.

“Dopo Pordenone – ci ha riferito il consigliere nazionale Avis Carmelo Agostini (a destra in foto con felpa Avis) – sarà la volta del “Palo” (così è chiamata una diocesi provinciale mormone, ndr) di Trieste dove ci recheremo con l’autoemoteca. È da tempo che è aperto il dialogo con ogni religione. Fra le comunità musulmane del Friuli, per esempio, sono già 800 coloro che si sono avvicinati all’Avis. Per quanto riguarda la Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli Ultimi Giorni il progetto comune è di interessare il coordinamento delle oltre 100 Comunità in tutta Italia che riuniscono oltre 24mila fedeli”.

Il primo “Palo” in Italia (dove i mormoni sono presenti dalla metà dell’800, accolti dalla Chiesa Valdese) fu costituito a Milano nel 1971. In Veneto le congregazioni più numerose sono a Venezia e Verona. La Chiesa Mormone è una delle 13 religioni ufficiali presenti sul territorio italiano, ha firmato infatti l’Intesa con lo Stato nel 2012.

Molti sono i falsi miti da sfatare sui mormoni, a cominciare dalla poligamia. Su ogni argomento ci si può informare sul loro sito italiano. (b.c.)

Pubblicata la sentenza del Consiglio di Stato: Behring può lavorare plasma del Veneto e di altre 8 regioni del NAIP

La multinazionale australiana Behring CLS può lavorare e trasformare il plasma dei donatori del Veneto (ma anche di Valle D’Aosta, Friuli, Trentino, Alto Adige, Liguria, Umbria, Abruzzo e Basilicata) nei suoi stabilimenti di Berna, con stoccaggio e “logistica” in una collegata in Germania. La parola fine ad una vicenda che si trascina da ormai da più di due anni è stata messa (sembra) dalla sentenza dal Consiglio di Stato (secondo livello della Magistratura amministrativa) del 16 gennaio, pubblicata il 28 febbraio.

La sentenza del Consiglio di Stato in pratica ribalta la sentenza di primo grado del TAR del Veneto (23 agosto 2017) in cui si dava ragione a una delle aziende “concorrenti”, la Kedrion Spa di Lucca. Il Tar Veneto annullava l’assegnazione della gara di appalto per la lavorazione del plasma vinta dalla CLS Behring che già dal 1° maggio 2017 aveva però iniziato a ritirare il plasma dai Centri trasfusionali del Veneto e delle altre 8 fra regioni e province autonome. In totale (dati Centro nazionale sangue) i chilogrammi raccolti e inviati alla trasformazione da parte del NAIP nel 2017 sono esattamente 194.993.

Ma vale la pena di ripercorrere tutta la vicenda fin dall’inizio.

  • 2012 – Il Decreto ministero Salute del 12 aprile – adeguandosi alla normativa europea – dispone che il c/lavorazione del plasma Italiano possa e debba essere “aperto” anche ad aziende estere, in base alla legge 219/2005. Dalla metà degli anni ’80, infatti, una sola azienda – l’italiana Farma Biagini, poi Kedrion – poteva lavorare il plasma nazionale in un regime di sostanziale monopolio. La prima esperienza di c/lavorazione era partita proprio dal Veneto, sull’onda delle infezioni HIV “importate” con plasmaderivati commerciali esteri.
  • 2014 – Il 5 dicembre il Ministero della Salute individua i “Centri e Aziende di frazionamento e produzione di emoderivati autorizzati alla stipula delle convenzioni con le regioni e le Province autonome per la lavorazione del plasma raccolto sul territorio nazionale”. Vengono autorizzate cinque aziende multinazionali: Kedrion (sede centrale Italia), Behring (Australia), Grifols Italia (Spagna), Octapharma Italy (Svizzera) Baxter Manifactoring, oggi Baxter-Baxalta assorbita da Shire.
  • 2015 – È l’anno in cui si “aggregano” le Regioni in quattro Accordi Interregionali. Vedremo in coda all’articolo a che punto sono gli altri. L’ex AIP con capofila Veneto (che comprendeva oltre alle attuali anche le due grandi regioni di Toscana ed Emilia Romagna) si trasforma in NAIP a settembre. A Novembre 2015 il Veneto (Regione e CRAT) capofila, a tempo di record, indice la gara di aggiudicazione. Vi partecipano tre aziende: Behring. Kedrion, Grifols.
  • 2016 – Il 25 marzo, sempre a tempo di record, l’appalto per lavorare il plasma del NAIP viene assegnato al “miglior offerente”: la Behring. E qui si aprono le cateratte delle polemiche. Da più parti, anche interne alle associazioni di donatori, viene criticata la velocità eccessiva di pubblicazione ed assegnazione, anche sulla base dei parametri di punteggio in base a “qualità (10%) ed economicità (90%)” contenuti nel capitolato e che sarebbero stati del tutto stravolti dal successivo Nuovo Codice degli Appalti pubblici emanato proprio a primavera 2016. Inutile dire che le due aziende escluse ricorrono immediatamente al TAR del Veneto. Sei sono i ricorsi e controricorsi incrociati. Anche la Behring ricorre contro la Kedrion. quest’ultima, in particolare, punta sul fatto che la Behring ha uno dei suoi stabilimenti, in cui dovrebbe transitare il plasma italiano, in Germania. Qui è ammessa la donazione a pagamento e la legge italiana esclude stabilimenti in nazioni (anche UE) in cui è ammessa donazione a scopo di lucro.
  • 2017 – Il 23 agosto il TAR del Veneto sentenzia come: “la CLS Behring avrebbe dovuto essere esclusa dalla procedura di affidamento (…) pertanto l’aggiudicazione disposta a favore della CLS Behring deve essere annullata”. Ne abbiamo riferito sia sul sito, sia sulla “carta stampata“. Parte immediatamente il ricorso della Behring, della Regione Veneto e della “Azienda Zero” al Consiglio di Stato che in Veneto, con legge regionale 2016, si occupa di tutte le questioni inerenti la sanità.
  • 2018 – Il 16 gennaio si riunisce la terza sezione del CdS (giudici Lipari, Spiezia, Noccelli, Santoleri, Calderoni). Il 28 febbraio la ponderosa sentenza, 52 pagine in cui viene ripercorsa tutta la vicenda giuridico-legislativa, viene pubblicata col n. 01257/2018REG.PROV.COLL. In sostanza la sentenza accoglie in toto gli appelli di Behring, Regione Veneto e Azienda Zero azzerando quanto deciso dal TAR del Veneto. Dal CRAT del Veneto, per bocca del suo direttore Dott. Antonio Breda, un “no comment” motivato dal fatto che non aveva commentato neppure la sentenza del TAR.

La situazione degli altri Accordi Interregionali italiani

RIPP Capofila Emilia Romagna con Calabria, Puglia e Sicilia (206.067 kg di plasma prodotti nel 2017). Ha concluso a fine 2017 l’assegnazione della gara (30% prezzo e 70% qualità) a un raggruppamento temporaneo di imprese (Kedrion-Italia e Grifols-Spagna). Anche in questo caso sono partiti subito i ricorsi delle aziende escluse, CLS Behring e Baxter-Baxalta, a TAR e Garante della Concorrenza. Per ora sembra bloccata anche questa.

PLA.NET Capofila è la Toscana con Lazio, Campania, Marche e Molise (181.135 kg di plasma nel 2017).  Il bando è stato pubblicato e si è chiuso. Le buste con le offerte sono state aperte il 31 gennaio. Tre le ditte che hanno partecipato: Kedrion, Grifols, Baxter. A breve dovrebbe giungere a conclusione. Anche qui ricorsi e controricorsi permettendo. “Nell’iter abbiamo coinvolto nel collegio tecnico  – ha detto Simona Carli del Centro regionale sangue Toscana – tutti gli attori del sistema, Associazioni in testa. È fondamentale arrivare alla fine di tutte le gare. Con i ricorsi incrociati sulle prime gare espletate stiamo pagando solo le vacanze agli avvocati, paralizzando il sistema nazionale”.

ACCORDO – Capofila è la Lombardia, “associata” con Piemonte e Sardegna (245.126 kg di plasma raccolti nel 2017). L’Accordo sembra essere ancora al palo. Sulla situazione, come ha amaramente denunciato al convegno di Verona del 20 gennaio scorso Giampietro Briola a nome di Avis Lombardia, non c’era alcuna notizia né tantomento la Regione ha mai interpellato le associazioni di donatori. Era assente allo stesso convegno il responsabile del Centro regionale sangue della Lombardia, Davide Rossi.

Ma perché tanto interesse da parte delle multinazionali del plasma per il dono dei volontari italiani? La risposta nell’inchiesta, già pubblicata nel numero a stampa di dicembre, che vi proponiamo qui online. (B.C.)

Il plasma sempre più risorsa strategica mondiale come acqua, energia e metalli rari. La sfida etica del “Sistema Italia”.

Solo chi avrà sufficiente disponibilità di “oro giallo”, nel prossimo decennio, sarà al sicuro dai “ricatti” del mercato internazionale, dalle sue oscillazioni di prezzo e da eventuali penurie di prodotti. Con ricadute, non solo economiche, che potrebbero essere tragiche per i propri cittadini.     

Solo gli Stati che avranno conservato la “proprietà” e il controllo di materia prima e prodotti derivati potranno assicurare a tutti i propri cittadini – e non solo, come vedremo – il diritto inalienabile alla Salute.

È chiaro, a questo punto, che non stiamo certamente parlando di “oro vero”, né tantomeno di catename, gioielli o “antiche” medaglie d’oro avisine, bensì di plasma e plasmaderivati.

Il plasma è ormai universalmente considerato una “materia prima strategica” al pari di acqua potabile, fonti energetiche e metalli rari. Altro che “donazione di serie B”, come qualcuno considera ancora la donazione di plasma!

E l’Italia? Come è messa? Ebbene, da questo punto di vista il nostro Paese è ormai forse fra i  migliori al mondo. Sotto il profilo della quantità e della qualità. Con il Piano quinquennale del Centro nazionale sangue dovremmo sfiorare nel 2020 l’autosufficienza anche per immunoglobuline e albumina (vedi tabella)

Finora questo è stato possibile, grazie anche a tutti voi donatori volontari, ai vostri dirigenti, alle vostre Associazioni e a quei 90 anni di “utopia” partiti dal dottor Vittorio Formentano nel 1927.

Siamo partiti dal Veneto, esattamente dal Seminario Internazionale che la Fiods (Federazione internazionale organizzazioni donatori di sangue) ha voluto organizzare a Castelbrando di Cison di Valmarino (TV) il  27 e 28 ottobre scorso, per dipanare questo servizio-inchiesta.

Ideale conclusione, sempre in Veneto, è stato il Seminario IL MODELLO ITALIANO DELLA DONAZIONE DI SANGUE, AUTOSUFFICIENZA ED ETICA. Il CONTO LAVORAZIONE DEL PLASMA IN ITALIA ALLA LUCE DEI NUOVI ACCORDI INTERREGIONALI PLASMA che si è svolto sabato 20 gennaio presso la Sala della Gran Guardia a Verona. A organizzarlo è l’Avis regionale Veneto.

Ma torniamo all’interessante incontro Fiods di ottobre. Dopo i saluti del presidente Fiods Gianfranco Massaro, il convegno è stato aperto da una lezione magistrale del dottor Giancarlo Maria Liumbruno, direttore del Centro nazionale sangue.

Particolarmente interessante la mole di dati a livello mondiale che  sono stati illustrati da Liumbruno e dagli altri esperti internazionali invitati da Gianfranco Massaro. L’accento è stato posto, in particolare, sulla risorsa plasma e plasmaderivati, la cui richiesta nel mondo continua ad aumentare in modo esponenziale.

“Una risorsa davvero strategica – ha affermato Liumbruno – al pari dell’energia e dell’acqua potabile. Una ricchezza per tutti che viene volontariamente donata da quasi 2 milioni di volontari in Italia”.

Quello del plasma è un mercato destinato a toccare, a livello mondiale cifre iperboliche. Sotto il profilo economico, l’Agenzia di ricerche di mercato “Market Research Future” ha aggiornato proprio a gennaio 2018 le previsioni per il mercato globale dei medicinali plasmaderivati. Toccherà nel 2023 laa cifra di 58,2 miliardi di dollari, con una crescita annua percentuale (dal 2017) del 7,52%. In pratica il doppio del giro d’affari dei dieci maggiori Paesi produttori ed esportatori di armi (legali) nel 2014.

È ovvio, quindi, come a livello planetario la battaglia fra le “sette sorelle” per accaparrarsi quanta più “materia prima” possibile (meglio se di alta qualità com’è quella italiana) sarà ancor più senza esclusione di colpi.

Così come lo sarà la battaglia per ampliare le proprie quote di mercato, in particolare nei grandi Paesi emergenti. E per i medicinali che riguardano malattie rare, ma “lucrose”, come l’Emofilia.

L’Italia è fra i produttori di plasma più importanti in Europa. Questo nonostante raccolga, a differenza di altri Paesi anche dell’Unione Europea, esclusivamente da donatori volontari, non remunerati, periodici e per la maggior parte associati.

È la legge che lo impone, una legge – la 219 del 2005 – fortemente voluta dalle Associazioni di volontariato dei donatori. E tutto il plasma nazionale – un quarto del quale è ottenuto con plasmaferesi – è inviato al frazionamento per essere trasformato in medicinali plasmaderivati come: Immunoglobuline, albumina, Fattori (VIII e IX) della coagulazione per l’Emofilia, antitrombina, ecc.

E questo per rimanere solo agli attuali utilizzi dei componenti del plasma. “L’oro giallo”, infatti, sarà sempre più prezioso via via che si studiano nuovi utilizzi dei suoi componenti.  È una vera “miniera d’oro”, in prospettiva, per curare tantissime malattie.

In Italia, lo ricordiamo, materia prima e prodotti trasformati restano sempre, esclusivamente di proprietà delle Regioni, quindi pubblica. Questo grazie al C/lavorazione “nato” proprio in Veneto a metà degli anni ’80. Non è ammesso nel nostro Paese, in nessun modo, trarre profitto da sangue e suoi componenti.

L’Italia, come vediamo nella tabella, è al 7° posto al mondo come raccolta di plasma inviato al frazionamento. Inarrivabili in testa alla classifica vi sono però tre Paesi. Se uno sono gli USA, due appartengono all’Unione Europea: Germania e Repubblica Ceca. Qui è ammessa la dazione retribuita di plasma.

Nell’altra tabella (fonte la stessa PPTA delle Case farmaceutiche che descriviamo qui) il trend dei fabbisogni di plasma per produrre Immunoglobuline (rosa), Albumina (blu) e Fattore VIII (verde) fino al 2014. La linea di crescita dei fabbisogni per i tre farmaci si sta impennando e crescerà in proporzione ancor più nei prossimi anni. Tanto che anche le stesse Aziende farmaceutiche studiano nuove strategie per incrementare la raccolta globale di plasma. L’obiettivo di Fiods, quindi di tutte le Associazioni di volontari del sangue e del plasma aderenti, secondo il presidente Massaro non può essere che quello “di consolidare i risultati raggiunti nei Paesi sviluppati; agire affinché più Paesi possibile possano disporre di sangue sufficiente da donatori non remunerati e anche per l’autosufficienza nella raccolta del plasma per la trasformazione industriale. Un modello virtuoso ed etico è quello italiano che continua a basarsi sulla donazione non remunerata e sul controllo della “materia prima” plasma che resta di proprietà pubblica, quindi di tutti i cittadini”. Donatori o riceventi che siano. Un modello da difendere strenuamente, come viene più volte ripetuto coralmente da politici, esperti e associativi.

Verso l’autosufficienza per mettersi al riparo da crisi mondiali

I medicinali derivati ​​dal plasma (MPD) come le immunoglobuline e i fattori di coagulazione sono indicati dall’Organizzazione mondiale della sanità come farmaci essenziali. Questi e altri MPD sono fondamentali per la profilassi e il trattamento di pazienti con disturbi emorragici, deficienze immunitarie, malattie autoimmuni e infiammatorie e una varietà di altre malattie.

Se l’attenzione nell’uso di sangue (come il Patient Blood Management in Italia) nei paesi sviluppati sta riducendo lentamente il fabbisogno di globuli rossi e quindi i volumi di raccolta di sangue intero (con conseguente flessione del plasma da separazione per il frazionamento industriale), la necessità di MPD in tutto il mondo continua ad aumentare in modo deciso.

La maggior parte del plasma per la produzione di MPD arriva dall’industria statunitense che lo raccoglie da donatori retribuiti.

Lo squilibrio geografico nella raccolta di plasma è fonte di preoccupazioni. Le eventuali interruzioni locali delle forniture di plasma potrebbero causare carenze regionali e globali di medicinali plasmaderivati vitali. Il plasma rientra nella definizione di “risorsa strategica”, ovvero “materia prima economicamente importante soggetta a un rischio più elevato di interruzione dell’erogazione”. Una risorsa, quindi, paragonabile all’energia e all’acqua potabile. Ancora più preziosa lo è in Italia, dopo gli sforzi fatti per la sicurezza negli ultimi 30 anni.

Le raccolte di plasma andrebbero aumentate al di fuori degli Stati Uniti, anche nei paesi a basso e medio reddito. È quindi necessario creare cultura della donazione in questi Paesi, per rafforzare la raccolta di plasma di qualità. Ciò richiederà forti politiche nazionali e regionali. Anche con progetti di cooperazione fra Paesi, come l’Italia, dove il volontariato puro è alla base di tutto e Paesi dove, perfino il sangue, ancora si “compra e vende”.

Vitale è quindi un equo equilibrio dell’offerta internazionale di plasma per ridurre il rischio di carenza improvvisa di approvvigionamento in tutto il mondo. Pensiamo all’America First di Trump. Gli USA “producono” i due terzi del plasma destinato al frazionamento. E se per qualsiasi ragione, di approvvigionamento o speculative, gli Stati Uniti chiudessero i “rubinetti”  da un momento all’altro?

La sfida vera dei prossimi anni anche in Unione Europea – dove le case farmaceutiche esercitano un potere di lobbyng molto maggiore rispetto al volontariato – sarà su questo terreno: plasma “etico” o commerciale?

Le “sette sorelle” del mercato mondiale del plasma

Le “sette sorelle” è un termine coniato da Enrico Mattei, “padre” dell’Eni nell’immediato dopoguerra. Erano le compagnie petrolifere che si spartivano, a livello mondiale, l’estrazione, la lavorazione e il commercio del petrolio nel mondo. Erano tutte statunitensi o inglesi.

Oggi, combinazione, le aziende multinazionali che si occupano di raccolta e successiva plasmaderivazione sono ancora sette. Ne abbiamo ricostruito una “mappa”, con tutti i centri di “plasmaproduzione”.

La fonte è una presentazione svolta a un convegno della Ppta (Plasma protein Therapeutics association) che riunisce le aziende che si spartiscono il commercio mondiale di plasmaderivati. Si è svolto a Malta a maggio 2017 e la presentazione è “pubblica”, l’abbiamo infatti reperita su internet. Eccole, comunque, le 7 maggiori aziende, in ordine secondo il numero di “centri di raccolta” presso cui si riforniscono. Sono esclusi da questo computo, naturalmente, i nostri Centri trasfusionali pubblici.

Grifols – Spagna. Stabilimenti in Spagna e USA. 187 centri di plasmaferesi nel mondo.

Cls-Behring – Australia. Stabilimenti di trasformazione in USA, Australia, Germania, Svizzera. 172 centri di plasmaferesi nel mondo.

Shire (ex Baxalta-Baxter) – Sede: USA. Stabilimenti in USA, Austria, Belgio, Svizzera e Italia. 95 centri di plasmaferesi nel mondo.

BPL – Sede: Gran Bretagna dove ha gli stabilimenti. 38 centri di plasmaferesi.

BioTest – Sede: Germania. Stabilimenti in Germania. 33 centri di plasmaferesi.

Kedrion – Sede: Italia. Stabilimenti di trasformazione in Italia, USA, Ungheria. 19 centri di plasmaferesi nel mondo.

Emergent Biosolution – Sede Canada. Stabilimento, Canada. Centro di plasmaferesi, Canada.

I centri di plasmaferesi sono costituiti a una vera e propria “galassia” di società e aziende controllate o “opzionate” dalle sette sorelle. Eccone qui sotto la mappa.

 

Aperto il cinquantesimo di Avis Veneto: sfide e ricordi a Venezia

18 febbraio 1968- 18 febbraio 2018.

L’Avis regionale Veneto ha aperto ufficialmente oggi a Venezia, alla Scuola Grande di San Teodoro, il suo cinquantesimo anno di fondazione.

Un appuntamento importante, festeggiato attraverso i ricordi e le testimonianze di chi ha guidato la Regionale dalla nascita ai nostri giorni, ma anche attraverso una riflessione sui cambiamenti che coinvolgeranno tutto il mondo del volontariato con la riforma del Terzo Settore. Ad approfondire tale riflessione, oltre all’attuale presidente di Avis Veneto, Giorgio Brunello, sono intervenuti il prof. Massimo Santinello, docente all’Università di Padova, (Dipartimento di Psicologia dello sviluppo e socializzazione) e Paolo Alfier  del Forum del Terzo settore del Veneto). Tra gli ospiti anche rappresentanti della conferenza del volontariato del Veneto, dei Centri Servizi del Volontariato del Veneto, del gruppo donatori di sangue del Consiglio regionale, di altre associazioni del dono.

“Questa giornata non è solo una celebrazione, ma un’occasione per riflettere sul grande valore del dono – ha detto Brunello – e ribadire che l’impegno solidale deve essere al centro dell’agire di tutti coloro che intendono impegnarsi a favore dei più fragili, gli ammalati, di chi si trova in stato di bisogno e, più in generale, a favore della comunità”.

Attraverso le parole degli ex presidenti dell’Avis Veneto Franco Vettoretti  (presidente dal 1981 all’87), Gabriele Orcalli (1987-93), Rino Rosso (1993-1998), Maurizio Bonotto (1999-2004), Alberto Argentoni (dal 2005 al 2013) e Gino Foffano (2013-2017) si è ripercorsa la storia della più grande associazione di volontariato della regione,  di come impegno e passione sono stati vissuti e hanno inciso sulla sua crescita. Prima di loro erano stati Luigi Benedetti e Dino Fabris (1968-1981) a far muovere i primi passi alla neo Avis regionale.

Sono state tante le sfide (dalle “battaglie” con le istituzioni e i medici al Piano Sangue, al consorzio per la lavorazione del plasma, dai gemellaggi con Basilicata e Slovenia alla cooperazione internazionale, dal nuovo slancio al periodico al fondo per dare sostegno a campagne e azioni strategiche di comunicazione, alla ricerca scientifica…), tanti i cambiamenti, tante le conquiste raggiunte. Così come le difficoltà, gli scontri accesi e le nottate a discutere, perché quando l’obiettivo finale è il malato, non ci si può e non ci si deve risparmiare. Non esistono campanili, non esistono confini.

“L’Avis Veneta in questi 50 anni ha saputo guardare a se stessa, ma anche fuori, diventando spesso un punto di riferimento per altre regioni e realtà – è stato detto – e questa deve continuare ad essere la sua caratteristica, pur tra nuove difficoltà e nuovi scenari”. 

Oggi conta oltre 131 mila soci, una media di 600 donatori che donano ogni giorno nei Centri trasfusionali e nei Centri di raccolta, in ogni angolo del Veneto, una media di 220 mila donazioni all’anno, 6 sedi provinciali, oltre 300 sedi comunali e il contributo dell’Abvs (Associazione bellunese donatori sangue) affiliata con i suoi oltre 6 mila soci.

Un suo ex presidente, Alberto Argentoni, guida oggi l’Avis nazionale.

La grande sfida dell’amore per il prossimo…continua!

Servizio di Michela Rossato    Foto di Beppe Castellano

 

 

Cambiano le persone, ma non quella pazzia-utopia del 1927. Buon Natale e buon 2018 dalla vostra Redazione.

Si chiude questo 2017, l’anno in cui si è celebrato il 90° di Avis. Non era solo il compleanno di Avis nazionale, ma di tutte le Avis. Era, secondo me, ancora di più. Era il 90° dalla nascita di un’i-dea, a quei tempi del tutto rivoluzionaria e controcorrente.

Un’idea che “rompeva” (ricordiamoci che era il 1927) ogni schema della medicina e della stessa Società del tempo. Nessuno, infatti, aveva allora il nostro attuale “diritto alla salute”, salvo chi poteva “comprarselo”. Fu sancito dalla Costituzione che sarebbe arrivata soltanto 20 anni dopo. Una delle Costituzioni più belle del mondo, che oggi dobbiamo ancora applicare totalmente. Basterebbe quello, per essere ancor più faro di civiltà nel mondo. Fu l’Italia, grazie a un medico “eretico”, Vittorio Formentano, il primo Paese al mondo ad avviarsi sulla strada della totale gratuità di un dono vitale.

Lottarono contro tutto e contro tutti, per difendere quell’ideale di civiltà, quel pugno di “partigiani” convinti dell’uguaglianza fra gli uomini. Nessuna razza, nessuna religione, nessuna fede politica, nessun censo, nessuna nazionalità poteva ai tempi di Formentano e Moscatelli fare la differenza, quando una “persona” era ammalata e bisognosa. Anche il nemico aveva diritto di ricevere il loro sangue.

È una fiaba, una storia inventata buona per un fumetto? Tra l’altro leggetevelo quello di Avis nazionale, vale la pena. No, è storia. Ancor oggi vive quell’utopia. Vive ancora, quello spirito.

Quello spirito ha permeato in questi 90 anni anche tutte le altre associazioni del dono del sangue che, in fondo, da Avis hanno preso spunto. Come la Fidas, che nacque a Torino e Udine nel 1959, “costola” delle locali Avis. Le sigle possono cambiare, le persone anche “litigare” (si fa per dire), ma l’ideale rimane. Per fortuna. Mia, di un ricevente, di tutti…

Permettetemi un pizzico di orgoglio nazionale (come italiani ci difetta fin trpèèp, sempre propensi a lamentarci): prima in questo senso lo è ancora, la nostra Italia nel mondo.

Voi, esercito di donatori volontari, periodici, non remunerati, disinteressati e in gran parte associati ogni giorno andate a donare sangue e plasma. Un esercito di quasi due milioni di cittadini che semplicemente va… Va a dare un po’ di sé

La sola Avis, l’anno scorso, ha superato complessivamente i 2 milioni di donazioni. Più di 5.600 associati Avis in media ogni giorno, in ogni angolo d’Italia, vanno a farsi “bucare”. Donando, semplicemente donando, tutti eredi di quell’idea-utopia.

Ora la esportiamo nel mondo, ancora una volta, dopo che Avis e Formentano hanno fondato la Fiods nel 1955. È quell’idea-utopia della gratuità e della solidarietà laddove non esiste ancora il “diritto alla salute”, se non te lo paghi. Laddove le partorienti muoiono ancora per emorragia perché non c’è sangue, se non te lo compri.

Allora possiamo anche litigare fra persone, fra dirigenti, cambiare vertici associativi e pure i presidenti, l’essenziale è che rimanga saldo il “nocciolo”. Quella “pazzia” che dal 1927 vi pervade.

Vi lascio con un augurio e un brindisi per un sereno Natale con i vostri cari e per l’anno nuovo… Auguri e Buon Dono a tutti. I molti che non possono donare, che usufruiscono del vostro dono disinteressato, vorrebbero essere come voi.

Beppe Castellano

Pfas, Regione Veneto, plasmaferesi terapeutiche e la sicurezza di donare plasma in aferesi. Facciamo chiarezza.

È di questi giorni la polemica fra la Ministra della Salute Beatrice Lorenzin e i vertici politici del Veneto (il governatore Luca Zaia e l’assessore Luca Coletto) e sanitari (direttore generale della sanità veneta Domenico Mantoan). Riguarda la questione Pfas e le plasmaferesi terapeutiche impropriamente associate alle “vostre” plasmaferesi per donare. Alcune dichiarazioni anche sulla stampa di Zaia, Coletto e Mantoan hanno messo infatti in allarme molti nostri donatori. Vogliamo tranquillizzare tutti i donatori sull’estrema sicurezza della procedura per donare plasma in aferesi. A tale proposito, per evitare ulteriori confusione, riportiamo il testo integrale dela nota chiarificatrice congiunt di Centro Nazionale Sangue, Civis (Avis, Fidas, Fratres, donatori Croce Rossa sedi nazionali) e SIMTI (Società Italiana di Medicina Trasfusionale e Immunoematologia) che riunisce tutti i medici trasfusionisti italiani e i professionisti che operano in ambito trasfusionale.

Pfas, improprio paragonare plasmaferesi per donazione e per terapia

Uso tecnica per rimozione inquinanti chimici non ha solide basi scientifiche

 La donazione di plasma attraverso procedure aferetiche (plasmaferesi produttiva) è assolutamente sicura e non invasiva. Paragonare la plasmaferesi con finalità terapeutica, utilizzata in regione Veneto per la rimozione dal sangue di sostanze perfluoroalchiliche (Pfas e Pfoa), a quella che si impiega ogni giorno, in centinaia di donatori per le donazioni di plasma, è decisamente fuori luogo e rischia di generare equivoci. La donazione di plasma è, infatti, assolutamente sicura, non “invasiva” e fondamentale per la salute di migliaia di pazienti. Lo sottolineano in una nota congiunta il Centro Nazionale Sangue, la Società Italiana di Medicina Trasfusionale e Immunoematologia (Simti) e il Civis, il Comitato Interassociativo del Volontariato Italiano del Sangue (AVIS, CRI, FIDAS e FRATRES), ribadendo che non ci sono solide evidenze scientifiche a supporto della modalità scelta dai sanitari veneti.

 “Non appare corretto paragonare procedure con profili di invasività e anche di sicurezza assai difficilmente correlabili – sottolinea Giancarlo Maria Liumbruno, direttore del CNS -. Plasmaferesi terapeutica e donazione di plasma mediante aferesi hanno finalità e modalità tecniche di esecuzione totalmente diverse e quindi non sono raffrontabili”.

La plasmaferesi utilizzata per la donazione di plasma è una procedura definita dal DM Salute del 2 novembre 2015, sulla base di robuste evidenze scientifiche che garantiscono la sicurezza del donatore. Tale decreto recepisce anche le raccomandazioni fornite dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e da altri Organismi Istituzionali europei ed internazionali. Il provvedimento definisce i requisiti fisici per l’accettazione del donatore di sangue intero e di emocomponenti mediante aferesi, gli intervalli di donazione per l’accettazione del candidato donatore di sangue intero e di emocomponenti mediante aferesi nonché le modalità per la raccolta degli stessi e i volumi di plasma e di emocomponenti che possono essere donati.

Nel caso delle procedure di plasmaferesi terapeutica utilizzate in regione Veneto la finalità è quella di separare la componente liquida del sangue (il plasma) dalla componente cellulare rimuovendo così sostanze presenti nel plasma stesso, che viene sostituito da liquidi che servono per mantenere, a un livello normale, il volume totale del sangue circolante (volemia). “Voler identificare come analoghe queste due procedure molto diverse – afferma il portavoce pro tempore CIVIS Sergio Ballestracci – rischia di mettere in dubbio la sicurezza della donazione volontaria e responsabile del plasma, associandola a tecniche terapeutiche e invasive”.

I protocolli di trattamento aferetico variano a seconda delle indicazioni e possono prevedere diverse sedute a seconda delle condizioni del paziente e della risposta alla terapia. A tal riguardo, le più recenti linee guida sull’impiego dell’aferesi terapeutica nella pratica clinica (Schwartz J, et al. Guidelines on the Use of Therapeutic Apheresis in Clinical Practice-Evidence-Based Approach from the Writing Committee of the American Society for Apheresis: The Seventh Special Issue. J Clin Apher. 2016 Jun;31(3):149-62) riportano un totale di 179 potenziali indicazioni cliniche delle procedure di aferesi terapeutica con differenti gradi di evidenza scientifica e forza di raccomandazione e non includono specificamente la rimozione dei suddetti contaminanti tra le indicazioni all’uso della plasmaferesi terapeutica basate su consolidate evidenze scientifiche.

“In particolare – spiega il presidente SIMTI Pierluigi Berti – all’utilizzo di protocolli su procedure di scambio plasmatico terapeutico, in caso di avvelenamento da sostanze chimiche o da farmaci che si legano a proteine plasmatiche, è attribuito un livello di evidenza molto basso. É il caso di sottolineare, inoltre, come la procedura di scambio plasmatico terapeutico sia una procedura non esente da potenziali effetti collaterali, soprattutto se paragonata alla donazione mediante aferesi produttiva, anche in considerazione del diverso volume di plasma raccolto, che può raggiungere o superare l’intero volume di plasma del paziente ed è di almeno 4-5 volte superiore al volume di plasma ‘donato’ dai donatori in una singola procedura di donazione”.

 

ALCUNE CIFRE SULLA DONAZIONE DI PLASMA

“Il plasma è una risorsa “strategica” per il Servizio Sanitario Nazionale – aggiunge Liumbruno -, perché i farmaci plasmaderivati esercitano un ruolo chiave, e talora non sostituibile, nel trattamento di molte condizioni cliniche acute e croniche”. Nel 2016 le Regioni e Province Autonome italiane hanno conferito al frazionamento industriale oltre 800 mila chilogrammi di plasma raccolto dalla Rete Trasfusionale nazionale per la produzione di medicinali plasmaderivati. Il Centro Nazionale Sangue, le Associazioni e Federazioni dei Donatori e le Società scientifiche interessate sono impegnate per aumentare la consapevolezza dei cittadini sull’importanza di questa donazione in considerazione del fatto che, secondo il Piano Nazionale Plasma, in cinque anni la raccolta dovrà aumentare dell’11% per garantire l’autosufficienza nazionale. In Italia, il grado di sicurezza della raccolta di emocomponenti, ivi compresa la raccolta selettiva di plasma (plasmaferesi produttiva) ha raggiunto, da molti anni, livelli estremamente elevati, come ampiamente dimostrato dal sistema di sorveglianza nazionale coordinato dal Centro Nazionale Sangue.”

 

Inizia a Donare per salvare una VitaDona su AvisVeneto.it