C’erano una volta a Notre Dame un acrobata e una ballerina… Si sposano il 29 settembre a Modena e “donano” le loro non-bomboniere alla ricerca TES

Galeotto fu il tour di “Notre Dame de Paris”. Prova dopo prova, data dopo data, li ha portati dritti… all’altare! Un amore sbocciato nel 2016 tra le “mura” della Cattedrale, al più grande successo di sempre nella storia del musical italiano, tra ore di fatica e allenamenti, tra luci e fantastiche atmosfere, le voci di Lola Ponce e Giò di Tonno e le musiche del grande Riccardo Cocciante. Sembra scritta per un film, ma è tutta felicemente vera la storia di Beatrice Zancanaro e Alberto Poli. Beatrice ha 29 anni, è di Venezia ed è ballerina professionista. Alberto ne ha 28, è di Modena e fa l’acrobata. Si sposeranno il 29 settembre, nel modenese con l’intenzione di “abitare” a Jesolo (Ve), nelle pause di un lavoro che li porta in giro per il mondo. La proposta di matrimonio è arrivata in Turchia, “con un anello nascosto in un ovetto di cioccolato” sottolinea Beatrice, il corso pre matrimoniale l’hanno fatto a Los Angeles, il video di partecipazione a parenti e amici è stato girato in Arizona e inviato dal Messico. Assieme, ora, stanno dando vita all’AcroModernLab, progetto di laboratori di danza acrobatica per bambini e ragazzi da portare in giro per l’Italia e all’estero. Due giovani belli, molto innamorati e in formissima che, oltre ad avere in comune la grande passione per il movimento, lo spettacolo e le acrobazie, condividono il valore dell’altruismo, donando il sangue. Ci raggiungono in redazione, una calda mattina di agosto, per dirci che al loro matrimonio Avis ci sarà. Con Tes. Il loro racconto è tutto un guardarsi, sorridenti. “Per un giorno così felice abbiamo deciso di preferire alla classica bomboniera un contributo economico alla ricerca – spiega Beatrice – e dopo aver contattato varie Avis, la risposta entusiasta della regionale Veneto ci ha convinti a devolverlo a Tes, la fondazione, partner di Avis, che studia le malattie del sangue anche grazie a giovani ricercatrici. Questa cosa ci riempie di gioia”.  Mentre lo dice, Beatrice si emoziona. La sua mamma non c’è più e non potrà starle accanto, ma aiutare la ricerca potrà dare una speranza in più a tanti altri malati. Un gesto che verrà spiegato agli invitati con un biglietto, unito ad un piccolo gadget avisino. Sventolerà anche la bandiera dell’Avis, prontamente donata ai due piccioncini da redazione e segreteria regionale, a dire a tutti che “amore porta amore”. Auguroni…

Michela Rossato

 

Beatrice e Alberto, una grande passione!

Beatrice è stata nella Nazionale di ginnastica ritmica dal 2000 al 2008 per poi passare alla danza. Ad uno stage internazionale a Treviso ha ricevuto diverse borse di studio ed ha iniziato a sperimentare tanti stili di danza diversi. Ha partecipato ad “Amici” nel 2008. Da professionista ha ballato, tra gli altri, per Anastacia, Liza Minelli, Renato Zero e in diversi musical. È una ballerina del Cirque du Soleil, con cui ha anche fatto un tour di un anno in una nave da crociera. È stata nel cast del Notre Dame de Paris per un anno, dal 2016 a metà del 2017. È laureata in Arti e Scienze dello spettacolo.

 

 

 

Alberto a 12 anni si innamora di salti e acrobazie vedendo Notre Dame in televisione. Impara a farli seguendo i video su you tube. A 16 anni frequenta una scuola di ginnastica acrobatica. Nel 2007 fonda con alcuni amici il Team Vertical Limite, un gruppo di ballerini e acrobati con cui partecipa a spettacoli sempre più importanti. Un infortunio sembra arrestare la sua passione che, invece, riprende con determinazione. Decide di fare l’acrobata a tempo pieno. Partecipa ad alcuni provini ed entra al Notre Dame de Paris, dov’è anche swing, cioè l’acrobata che conosce anche la parte di tutti gli altri.

 

 

E la Ricerca ringrazia con i… risultati

Importante riconoscimento al lavoro di Tes! Il 29 giugno scorso la rivista scientifica internazionale, il Journal of Tissue Engineering and Regenerative Medicine, ha pubblicato un articolo che descrive i risultati del progetto di ricerca realizzato dai ricercatori di Tes e dell’Università di Padova, in collaborazione con i medici del Centro trasfusionale dell’ospedale di Belluno. Questo lavoro definisce le caratteristiche terapeutiche di un innovativo emocomponente, chiamato membrana leuco-fibrino-piastrinica, che viene prodotto dai medici trasfusionisti bellunesi per la terapia rigenerativa della cartilagine articolare. La membrana è un prodotto autologo, realizzato a partire dal sangue dei pazienti, che viene concentrato tramite aferesi nelle sue componenti principali: piastrine, globuli bianchi, fibrina e cellule staminali circolanti. Come abbiamo avuto modo di spiegare già nei numeri precedenti, la ricerca di Tes ha permesso di stabilire che i benefici terapeutici della membrana leuco-fibrino-piastrinica derivano proprio dall’elevato contenuto di tali elementi. Nel dettaglio le piastrine producono delle proteine chiamate fattori di crescita, che svolgono un ruolo fondamentale nella rigenerazione dei tessuti e nella formazione di nuovi vasi che porteranno il sangue al tessuto rigenerato; i globuli bianchi producono delle proteine dette citochine, che regolano lo stato di infiammazione del tessuto danneggiato. La fibrina conferisce alla membrana una struttura resistente, ma elastica ed estremamente manipolabile, che rende questo emocomponente facilmente suturabile sul sito del danno da riparare. Inoltre, la rete di fibrina che costituisce la struttura della membrana permette un rilascio controllato nel tempo delle proteine e delle cellule in essa intrappolate, garantendo un effetto terapeutico prolungato. Alla fine, la membrana va incontro ad un processo di biodegradazione allo scopo di lasciare spazio al nuovo tessuto rigenerato. Infine, è stato dimostrato che nella membrana leuco-fibrino-piastrinica anche le cellule staminali circolanti risultano estremamente concentrate rispetto alle condizioni fisiologiche. Questo facilita enormemente la procedura di estrazione di cellule staminali dal sangue, che acquisisce un ulteriore valore terapeutico come fonte di cellule ad alto potere rigenerativo. Proprio grazie alla consolidata partnership tra Avis, Abvs e la Fondazione Tes, che si occupa di ricerca nel campo della medicina rigenerativa, si è raggiunto questo importante traguardo scientifico. Il lavoro di ricerca contribuisce all’ampliamento delle conoscenze scientifiche sulle potenzialità terapeutiche del sangue, un tessuto dalle risorse inesauribili, che ancora deve essere scoperto in tutto il suo enorme potenziale.

dott.ssa Silvia Barbon, ricercatrice TES

Sei donatori in famiglia: gli Umana superano le cento donazioni

Splendido esempio di famiglia avisina nella settimana che celebra la “Giornata del donatore”, giovedì 14 giugno.

A Montebelluna, nel trevigiano, la famiglia Umana ha superato le cento donazioni di sangue e plasma. Sempre con il sorriso, un po’ d’ansia e l’emozione di un gesto tanto semplice quanto importante!

Giuseppe di 59 anni e Giovanna Scandiuzzi di 54, sono donatori Avis dagli anni Ottanta e hanno “trasmesso” la passione per la donazione a tutti e quattro i figli: Matteo di 24, le gemelle Paola e Marta di 23 anni e Andrea di 18.

Al Centro trasfusionale dell’ospedale “San Valentino” di Montebelluna, dove donano abitualmente, la famiglia è stata festeggiata dai dirigenti Avis e dal personale sanitario, quale esempio da seguire in vista della Giornata mondiale del donatore, che si celebra il 14 giugno.

“Una bella testimonianza di quanto l’ambiente familiare sia importante nel trasmettere valori positivi – ha dichiarato Vanda Pradal, presidente dell’Avis provinciale di Treviso che li ha accolti. “I nostri genitori hanno fatto da traino alla nostra scelta di donare, noi a nostra volta a compagni di classe ed amici – spiegano le ragazze.

“L’Avis l’abbiamo poi conosciuta meglio a scuola e ci siamo ancor più convinti – continua Matteo, che ha frequentato l’istituto agrario come le sorelle e il “piccolo” di casa, Andrea, in questo periodo alle prese con la maturità. Tutti più o meno concordi sul perché siano ancora troppo pochi i giovani che scelgono di donare: “serve maggiore informazione, ma anche maggior coraggio da parte dei nostri coetanei. La paura dell’ago è spesso una scusa alla pigrizia di dire sì, lo faccio. Il timore lo abbiamo e lo proviamo ogni volta tutti. Ma si supera, e ciò che si riceve è indescrivibile perché si salva una vita”.

“Queste testimonianze sono il più bel messaggio per la popolazione tutta e la dimostrazione che chiunque, in buona salute, può donare – conclude il presidente dell’Avis regionale Veneto, Giorgio Brunello – questa famiglia e questi ragazzi sono il miglior biglietto da vista dell’intera associazione”.

 

(Michela Rossato- Foto di Beppe Castellano)

Grazie Fabrizio! Per il tuo Dono qualcuno in Veneto continua a vivere e a far del bene: Valeria Favorito

Fabrizio Frizzi, il noto presentatore venuto a mancare nella notte, era molto legato al mondo del volontariato, a Telethon e all’Avis. Testimonial dell’Admo, oltre a contribuire a diffondere la cultura della donazione, ha donato il midollo osseo nel 2000 a una bambina malata di leucemia: Valeria Favorito. Quella bambina nata ad Erice, ma ormai veronese dai tempi della prima malattia, oggi è una giovane donna, innamorata della vita. È sempre in prima linea con Admo ed Avis nel raccontare in ogni occasione l’importanza di ogni tipo di dono.

Valeria, poco dopo il primo trapianto di staminali donate da Fabrizio Frizzi, è riuscita ad incontrare il suo “fratellone di sangue”. Alla sua-loro storia il nostro periodico “Dono&Vita” ha dedicato vari articoli in questi anni. Ecco uno degli ultimi, nel numero di settembre 2015. ValeriaFavorito2015

Con un video, registrato da Leonardo Castellano per la redazione di Dono&Vita-Avis Veneto ad agosto 2015, Valeria ha voluto raccontare – facendolo girare in scuole e altri eventi – la sua storia e la necessità del dono del sangue, di tutti i tipi. Racconta anche come, adolescente, ha cercato tenacemente Fabrizio Frizzi dopo il primo trapianto. Poi il ritorno di una malattia diversa nel 2013 e il secondo trapianto con sangue midollare di un anonimo donatore tedesco. Fabrizio le è stato sempre vicino, anche in quest’ultima occasione (vedi foto, courtesy Valeria, ph Marco Scarpa) andandola a trovare in ospedale e durante il decorso post trapianto.

Verona 21-12-2013
VALERIA FAVORITO
La maratona della vita,
Valeria Favorito e Fabrizio Frizzi: storie di straordinaria solidarietà.
Quando un gesto d’amore verso il prossimo, un prossimo che non conosci ma che sai di poter aiutare, diventa rinascita, allora siamo in grado di raccontare storie di vita straordinarie come quella di Valeria Favorito, sopravvissuta grazie al trapianto di midollo osseo e per merito della donazione di una persona speciale come Fabrizio Frizzi.
Nella stessa serata sara’ consegnato il ricavato del libro “Ad un passo dal cielo”:
Ph: Marco Scarpa/SkorpionPress

Era presente con Valeria e i suoi genitori (foto sotto, courtesy Valeria, ph Marco Scarpa) anche quando nel 2013 i proventi della vendita del libro “A un passo da cielo” sono stati consegnati al reparto ematologia di Borgo Roma per una borsa di studio per la ricerca.

Verona 21-12-2013
FABRIZIO FRIZZI , LA MAMMA GIOVANNA FAVORITO , IL PAPà LUCIANO FAVORITO , IL DOTT FABIO BENEDETTI , RESPONSABILE TRAPIANTI EMOTOLOGIA POLICLINICO BORGOROMA (VERONA) MEDICO DI VALERIA .
VALERIA FAVORITO
La maratona della vita,
Valeria Favorito e Fabrizio Frizzi: storie di straordinaria solidarietà.
Quando un gesto d’amore verso il prossimo, un prossimo che non conosci ma che sai di poter aiutare, diventa rinascita, allora siamo in grado di raccontare storie di vita straordinarie come quella di Valeria Favorito, sopravvissuta grazie al trapianto di midollo osseo e per merito della donazione di una persona speciale come Fabrizio Frizzi.
Nella stessa serata sara’ consegnato il ricavato del libro “Ad un passo dal cielo”:
Ph: Marco Scarpa/SkorpionPress

Abbiamo raggiunto telefonicamente Valeria Favorito a Trapani, dove era andata per preparare il suo prossimo matrimonio previsto il 1° settembre. “Non ho parole – ci ha detto Valeria – ci sono momenti in cui non si possono trovare… È come se avessi perso una parte importante di me. L’avrei voluto al mio prossimo matrimonio, come testimone. Sono certa che sarà ugualmente con noi, da lassù…”.

Oggi, attraverso questa straordinaria testimonianza, vogliamo stringerci a Valeria e alla famiglia di Fabrizio ricordando la grande generosità di questo artista e il forte messaggio di solidarietà che ha trasmesso con l’esempio del suo gesto e con gli inviti al dono, di midollo e sangue, lanciati tante e tante volte anche attraverso le sue trasmissioni televisive.
Ciao Fabrizio. Grande cuore.

La redazione di Dono&Vita

Se n’è andato il Professor Agostino Traldi, pioniere dell’emofilia e della plasmaderivazione in c/lavorazione

Il professor Agostino Traldi, 89 anni, Immunoematologo-trasfusionista, pioniere nella cura dell’Emofilia in Italia  e della lotta per il “plasma sicuro” da donatori volontari, periodici, non remunerati ed… associati, inventore della plasmaderivazione in C/lavorazione in convenzione (ora patrimonio italiano) è morto.

Se n’è andato ieri sera, circondato dall’affetto della sua famiglia, all’ospedale di Lucca, città dove si era trasferito dopo aver lasciato il “suo” Centro per le Malattie del Sangue di Castelfranco Veneto.

Il funerale si svolgerà domattina, venerdì 16 giugno, ore 11.30 presso la chiesa di San Cassiano a Vico, Via delle Ville, frazione di Lucca. Agostino partirà poi alla volta di Modena, per la sepoltura nel paese di famiglia.

La notizia si è sparsa stamattina in tutta Italia come un fiume in piena. Centinaia e centinaia sono infatti gli emofilici che, grazie al professor Traldi e alla sua equipe sono oggi Uomini… Vivi. Fu il primo fra pochissimi,  dai più inascoltato, voci nel deserto in mezzo  i medici che curavano l’Emofilia a dare l’allarme sui pericoli di infezioni nel Fattori della coagulazione importati dall’estero dove il plasma veniva prelevato a pagamento. E centinaia sono anche gli avisini che grazie a lui hanno “capito” e conosciuto come il mondo trasfusionale non fosse solo… sangue, ma anche il prezioso plasma fonte, anche, di interessi miliardari di case farmaceutiche.

Se la “strage degli innocenti” (centinaia di emofilici deceduti per Aids ed Epatiti) degli anni ’80 in Italia non ha avuto la stessa incidenza che in altri Paesi, lo si deve soprattutto alle sue intuizioni e alla “ferocia” con cui difendeva i suoi “ragazzi” emofilici.

Fu lui ad “inventare” a metà degli anni ’80 la plasmaderivazione industriale in c/lavorazione. Il mezzo con cui il plasma dei donatori volontari viene inviato all’industria farmaceutica che lo trasforma in medicinali plasmaderivati “salvavita” che restano di proprietà pubblica. Questo per difendere i suoi “ragazzi”.

Fu lui che si batté con tutte le sue forze per diffondere la “cultura della sicurezza del dono” fra i volontari del sangue, Avis in primis. Questo per difendere tutti gli ammalati e salvare la vita dei suoi “ragazzi” del Centro Emofilici di Castelfranco Veneto che fondò nel 1973 (proveniente da Castelfranco Emilia, Modena).

Chi scrive era uno di quei “ragazzi” – provenivano da tutta Italia per curarsi in Veneto da Traldi – che si sono salvati.  Sull’onda dell’emozione non credo quindi di poter raccontare oggi con l’obiettività che mi impone il mio mestiere di giornalista. Riporto quindi i link con la cronaca scritta da altri, sul nostro periodico online e cartaceo, in occasione del convegno svoltosi il 25 novembre 2013 a Castelfranco Veneto e dedicato a Traldi e al 40° del Centro Emofilici che oggi continua a esistere ed operare. Un convegno fortemente voluto dai suoi “ragazzi” e dai “fratelli di sangue” delle Avis (Comunale, provinciale Treviso e Regionale Veneto).

Come “ex ragazzo” posso solo dire… Ciao Agostino, medico. Vero. E ripeterti ciò che i “tuoi” ex ragazzi (oggi in molti ormai padri di famiglia) scrissero dietro il ritratto che ti donarono nell’occasione:

A chi ci ha resi uomini, poi lottatori, e alla faccia di chi diceva che eravamo solo dei “malati”. Grazie Agostino!”

Il primo articolo è di Michela Rossato, il secondo di Barbara Iannotta.

Beppe Castellano,

Milano, 15 giugno 2017

Oltre 200 “fratelli di sangue” per l’incontro con Traldi a Castelfranco

Un “patto di sangue” donatori-pazienti lungo 40 anni che… continua

Grazie a voi donatori sono rinata per due volte. Con una speranza…

Avevo solo 11 anni quando un mostro è entrato nella mia vita con prepotenza: si chiamava leucemia mieloide acuta e aveva scelto me, il mio corpo acerbo di bambina, i miei sogni.

All’inizio non mi rendevo conto della gravità del mio stato di salute. Da un paio d’anni mi ero trasferita dalla Sicilia a Verona e a scuola i compagni non mi accettavano. “Terrona, sei una terrona” mi gridavano. Così quel ricovero inaspettato per me non fu un dramma, ma una sorta di gita che mi avrebbe tenuta per qualche giorno lontana dai banchi. In ospedale, tutto mi sembrava bellissimo: i medici erano affettuosi con me, i miei genitori e i miei fratelli non mi lasciavano mai sola. A quell’età, basta poco per essere felice, non ti chiedi il perché di certe attenzioni eccessive.

Con il passare dei giorni, la mia salute peggiorò, allora capii che quello non era un gioco. C’era in ballo la mia vita, e dovevo lottare con tutta me stessa per non perderla.

Vomitavo continuamente, non mi reggevo in piedi.

Nel frattempo venivo sottoposta a esami invasivi e terapie dolorose, come quattro cicli di chemioterapia, senza i quali sarei morta.

Ero a pezzi, vedevo il mio corpo spegnersi giorno dopo giorno, i miei riccioli sfibrarsi e cadere per terra come foglie al vento.

Il 21 maggio del 2000, a quasi 12 anni, mi vennero trapiantate le cellule emopoietiche da un donatore non consanguineo, anonimo.

Da quel momento tornai a sorridere. Qualche mese più tardi, dopo estenuanti ricerche, scoprii che l’uomo che mi aveva salvata era il noto conduttore Fabrizio Frizzi.

Testarda come sono, feci di tutto per incontrarlo, fino a quando ci riuscii. Oggi il “mio fratellone”, così mi piace chiamarlo, è una figura importante nella mia vita. Grazie a lui, fino alla primavera del 2013 ho vissuto in modo sereno.

Poi, il 20 maggio, durante un controllo di routine, ho scoperto una verità che è piombata nella mia vita come un macigno: mi è stata diagnosticata la leucemia linfoblastica acuta, una forma che, di solito, colpisce i bambini. Ma come, proprio io, che già avevo avuto una leucemia, dovevo essere colpita da una seconda? Uno tra i pochi casi al mondo.

Ho faticato a capire che stava succedendo di nuovo. Un altro calvario mi aspettava.

Mi hanno ricoverata in ospedale, sottoponendomi a tre cicli di chemioterapia che, però, non mi hanno evitato un secondo trapianto.

Dopo mesi di esami e controlli, il 26 novembre del 2013, sono rinata per la seconda volta. E’ successo quando ho ricevuto le cellule staminali emopoietiche da un nuovo donatore di cui, per motivi di privacy, non conosco l’identità, ma gli sarò grata per tutta la vita. Per me è il mio secondo “fratellone”, il mio angelo. Sì proprio così, i donatori sono tutti degli angeli.

La ripresa non è stata facile: dopo il trapianto sono stata malissimo.

Per circa un mese, non riuscivo a mangiare né ad alzarmi dal letto. C’erano giorni in cui temevo di non farcela, poi mi bastava guardare i raggi del sole filtrare dalla finestra, per capire che non potevo mollare.

ValeriaAlla fine del 2013 mi hanno dimessa,

Così, come un bambino che muove i primi passi, sono tornata alla vita. Quella stessa vita che già due volte ho rischiato di perdere, ma alla quale mi sono aggrappata con tutte le forze.

Oggi, più che mai, mi batto per far sì che i donatori di sangue e di midollo osseo siano sempre più numerosi. E che continuino a regalare speranze di vita a chi non sta bene.

Storia di Mariottolo: quando gli emigranti diventavano donatori

diploma_bastasiUn articolo sull’elezione del nuovo presidente dell’Avis di Venezia e un vecchio diploma dell’Avis di Olten (Svizzera) che sbuca tra vecchie carte durante un trasloco. Una semplice coincidenza, che spinge Diana Bastasi a raccontare la storia dello zio Mario, per rendere omaggio al suo ricordo e ai tanti donatori di sangue all’estero. Continua a leggere

La “Pagina del Direttore” va… a scuola

Gentilissimo direttore,

quando ho letto il suo articolo pubblicato su “Dono & Vita”  in merito al premio “Samaritano 2012”, ho compreso che la sua sensibilità  è grande. Mi ha colpito profondamente quanto ha scritto, specialmente il passaggio “Sangue o Vita che possiamo tenerci o donare, donando così altra vita, altro Amore”. Di recente, noi volontari dell’Avis di Villorba e gli operatori dell’Avis regionale abbiamo incontrato i ragazzi degli Istituti superiori di Lancenigo, per sensibilizzarli al dono del sangue e devo dirle che le ho “rubato” questo articolo.

Ho fatto riflettere i ragazzi su quella frase e devo dirle che ne è venuto fuori qualcosa di molto buono. Nei prossimi mesi, inoltre, questi studenti si sottoporranno agli esami di idoneità e poi alla donazione presso il Centro Trasfusionale di Treviso e proveranno in prima persona che cosa significa donare.

Grazie per il suo insegnamento a essere più umili e sensibili, grazie di cuore.

Emanuela Feltrin, volontaria Avis Villorba

Studenti di una classe del Max Planck, prossimi donatori?

 

La bistecca fantasma e il sergente indiano – Donatori in prigionia

Questa storia l’abbiamo quasi “rubata”, con la “complicità” di un presidente provinciale Avis di cui non faremo il nome. È emersa, ormai dimenticata, da una pila di carte e di documenti dello studio di Giovanni Battista Gajo, ormai ex primario del Centro trasfusionale di Treviso. Il dottor Gajo stava svuotando il suo studio per lasciare lo spazio libero per chi verrà dopo di lui. Come abbiamo scritto nei mesi scorsi, infatti, dopo più di 40 anni di carriera Gajo è andato in pensione. Un presidente provinciale a caso passava di là in quel momento a salutarlo e ha pensato, dopo aver letto manoscritto e testimonianza, di chiederlo in dono per il giornale e per tutti i lettori. Eccovene copia e trascrizione oltre a qualche foto del campo di prigionia da noi recuperate in internet.

Treviso, 9-10-1981

Carissimo “Dotor” e nipote Gianni, visto che tu sei un “dotor” del sangue, ecco come per “fame trascurata” divenni “donatore di sangue” e come uno scorbutico sergente inglese accese in me un’idea! Quindi, se hai tempo e voglia, leggi l’unito foglio.  Vivissimi, cari saluti a Te e a tutta la tua bella e simpatica famiglia. Tuo affezionatissimo zio Bruno

P.S. A Te anche particolare GRAZIE quale mio Medico valentissimo.

Come divenni donatore di sangue, di Bruno Manfren, alpino e donatore emerito. Testimonianza pubblicata in occasione del 55° anniversario della costituzione del Gruppo donatori di sangue trevigiano (Giornata del donatore, domenica 11 ottobre 1981, numero unico Avis Comunale di Treviso).

“In quell’anno 1944 ero prigioniero di guerra e mi trovavo nel campo 27/1 di Yol in India, località situata nei primi contrafforti dell’Himalaya a quota metri 1224. Il “rancio” che ci passava la mensa di Sua Maestà Britannica era sufficiente, ma assai monotono. Il sogno di tutti noi era di poter gustare un bel piatto di spaghetti ed una bistecca. Ma lì in India le vacche sono… sacre e non vengono uccise, né, tantomeno, mangiate e gli spaghetti non esistono.

Un bel giorno, dalla voce dell’altoparlante installato su di un palo del reticolato che cingeva la nostra città di baracche di legno, fu trasmesso un appello che su per giù suonava così: “…ci sono dei feriti in arrivo, necessita sangue…”. Radio-naja, cioè voci provenienti dallo staff italo-inglese addetto alla conduzione del campo, completava l’appello con la notizia che ad ogni donatore sarebbe stato servito un lauto pasto proprio a base di… spaghetti e bistecca. Così, senza tanto pensarci (grazie a Dio ero in buona salute), un po’ per un certo senso di umanità ed abbastanza per “fame trascurata”, mi diedi in nota. Quando ci fu dato l’ordine di partire per l’ospedale mi misi in fila davanti al cancello del campo col mio logoro cappello alpino in testa. Eravamo una quarantina di prigionieri di tutte le armi e di varie parti d’Italia, quasi tutti semplici soldati.

I reticolati del campo di Yol, sull'Himalaya

Ci avviammo scortati da militari indiani, al comando di un sottufficiale inglese uso a dare ordini uniti alle solite pesanti espressioni, del resto in bocca a tutti i sergenti del mondo. Giunti all’ospedale cominciarono le visite di idoneità ed i prelievi. Io fui affidato alle cure di un capitano medico indiano, una persona gentile ed educata che personificava un misto dell’efficienza britannica con le millenarie tradizioni della sua razza indù: turbante in testa, barba folta e ricciuta raccolta in una retina e bracciali di ferro ai due polsi. Nel corso della trasfusione egli mi domandò in inglese: “Tenente, perché compie tale atto?”. Onestamente avrei dovuto dirgli: “perché ho fame” ed invece sussurai: “così, per umana solidarietà” ed il discorso si chiuse lì.

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Dopo la donazione fummo accompagnati alla mensa dell’ospedale dove ci fu offerto un ottimo “tea” ben zuccherato. La famosa spaghettata con bistecca ancora una volta si dimostrò un colpo di naja, cioè un sogno ed un desiderio destinati ad essere impagati. Più tardi, dopo una breve obbligatoria sosta su di un lettino, chiesi di essere riaccompagnato al campo e qui avvenne la metamorfosi del burbero sergente inglese.

Prigionieri italiani a Yol

 

Si irrigidì sull’attenti e facendomi un impeccabile saluto militare d’ordinanza mi disse “You can go, sir” (lei può andare, signore). Rimasi stupito: cosa era successo nell’animo di quell’uomo? Ancora oggi immagino e penso che il fatto di donare il sangue , cioè donare vita, era un gesto di rispetto al di sopra dei rancori di guerra. Forse proprio quell’oscuro e scorbutico sergente inglese è colui che in parte mi ha spinto, qualche anno dopo il mio ritorno in Patria, a costituire in seno alla famiglia scarpona trevisana ed al fianco della benemerita Avis, il primo in Italia “Gruppo alpini in congedo donatori di sangue”. Ricordi di tanti anni fa, in parte tristi e in parte no, comunque per me ancora vivi e sempre validi, perché a far del bene non si sbaglia mai.

Il bambino e il generale

Ispirato dalle storie lette su Dono&Vita-web e scritte dall’amico Giuseppe, che mi hanno ricordato attimi delle nostre vite, vi invio a mia volta la storia di Pietro e della promessa fatta da un bimbo ad un papà. Ancora oggi, l’ultima promessa è mantenuta.

Luigi Ficorella, Roma

C’era un bimbo che aveva un amico del cuore di nome Pietro. I due si erano conosciuti in un posto dove gli adulti vestivano camici bianchi e dove anche gli altri bambini, per la maggior parte del tempo, stavano coricati nel letto ad osservare gli aghi conficcati nelle loro braccia. O a guardare il sangue che ossessivamente gocciolava per scorrere dalla sacca attraverso i tubicini trasparenti collegati a quei fastidiosi pungiglioni. Molto spesso i due si ritrovavano lì, tanto che l’ansia ad ogni nuovo ricovero era per ambedue chiedersi se ci fosse già l’altro. E di solito era così.

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Pietro era di poco più grande di età e teneva in gran conto il suo amichetto. Pietro aveva una passione: aveva ricevuto per regalo delle strane penne colorate che se inserite in uno strano marchingegno, disegnavano su di un foglio. Ogni volta si palesavano strane figure o forme, non ben definite, forme astratte e soprattutto tanto colorate. In quelle forme che prendevano vita poco alla volta nell’autonoma rotazione delle penne, i due amici si divertivano a scovare i profili di quella o quell’altra persona, oppure di questo o quell’altro oggetto. I disegni catturavano i loro sogni, alleviaviando i tormenti di quella camera.

Quell’anno il tempo trascorreva velocemente, gli incontri con Pietro durante i ricoveri si susseguivano, evidente era il peggiorare delle sue condizioni fisiche. Il suo buon cuore non sosteneva più il peso dei malanni che affliggevano il suo organismo. I giochi fra i due erano ormai scomparsi, Pietro non riusciva quasi più a parlare, afflitto com’era da quell’affannoso respiro. Spossato, comunicava con gli occhi e tra di loro si capivano al volo. I genitori erano presenti, ma per la crudeltà delle convinzioni e delle convenzioni di quegli anni, non era concepibile che restassero fuori dell’orario di visita ad assistere il figlio. Durante i limitati orari di visita, la mamma di Pietro coccolava il figlio, sempre premurosa. Il papà, invece, restava quasi sempre in disparte ai bordi del letto a godere di quei teneri abbracci, climitandosi a carezzare i piedi del figlio. Il papà di Pietro era un militare di carriera di alto grado. Il bimbo era attratto da quella divisa così lucente e lustrata che vestiva con orgoglioso spessore un uomo dalle fattezze statuarie che quasi incuteva paura a chi gli era dinanzi. Oramai quasi ogni giorno Pietro veniva colto da crisi cardiache: il cuore batteva veloce e con forza, sobbalzava, sembrava volesse uscirgli dal petto. In uno di quei momenti di visita, la solita amorevole scena che il bimbo gustava dal suo letto.

Di lì a poco, però, avvenne qualcosa di imprevisto. Era prossima l’ora di uscita dei parenti, quando il papà di Pietro chiamò il bimbo in disparte per parlargli. Il bimbo s’accostò quasi timoroso. Intuendo lo stupore, il militare lo rassicurò amorevolmente, gli posò una mano sulla spalla e tirandolo a sé gli disse: “sono molti anni che vedo come con Pietro vi vogliate molto bene. Anche se sei ancora un bimbo per quello che hai visto e patito qui dentro, sei molto più grande e maturo dei tuoi nove anni. Ti parlo quindi come a un adulto. Ciò che ti chiedo, lo sapremo solo io, te e nessun altro. Pietro sta morendo, ma  non voglio che questo accada senza che io sia presente. Non me lo perdonerei mai. Prendi…”.

 

Ospedali, fine anni '60

Gli diede un foglietto di carta con un numero telefonico e un gettone: “se Pietro starà tanto male quando io non ci sono, non devi far altro che usare il gettone comporre il numero del telefono scritto nel foglietto e dire il tuo nome. Non occorrerà altro, io capirò”.  Il bimbo assentì con gli occhi e si lasciarono in silenzio, fra uomini non occorrevano altre parole. Non passò molto tempo. Solo due sere dopo, un’oretta prima di mezzanotte, Pietro urlò chiamando il nome del bimbo. Questi corse al suo letto, non c’erano altri bambini in camera. Vide quel petto che non riusciva più a contenere i battiti del cuore. Suonò il campanello, per chiamare infermieri e medici che accorsero. Lui invece uscì dalla stanza in silenzio, con in mano il foglietto e il gettone. La promessa fatta al papà di Pietro fu mantenuta. Non furono passati neppure 15 minuti e i genitori di Pietro entrarono in stanza. Il papà, trafelato, prese la mano del figlio tra le sue. Si voltò verso il bimbo, prima che tirassero la tenda, e lo salutò ringraziandolo con un gesto del capo.

Ancora poco, poi dietro quella cortina con cui gli infermieri avevano nascosto il letto di Pietro, il silenzio si ruppe, facendo spazio a un pianto composto. Pietro era andato, lui non soffriva più. Era passato un anno esatto, il bimbo era ancora lì. Ancora una volta ricoverato, era tornato in quella stessa stanza. Nell’orario di visita quel giorno entrarono i genitori di Pietro. La mamma baciò uno a uno tutti i bimbi della camerata, con le lacrime che scorrevano sul viso. Il papà era come sempre in disparte. Forse per essere un grande soldato – pensò il bimbo – bisogna trattenere in sé il dolore e le emozioni. Il soldato vide il bimbo, lì nel lettuccio in fondo, si mosse verso di lui: “Pietro ti voleva molto bene, ricordalo sempre”. Scattò quasi sull’attenti e lo lasciò con un’ultima carezza sulla testa. Questa fu l’ultima promessa del bimbo…

Assieme a questa storia di vita risalente a una quarantina di anni fa, ne proponiamo un’altra, ancora più “antica”. A legarle le “divise” e un sottile, ma fortissimo, filo rosso (clicca).

Esami e donazioni, quanto conviene “risparmiare”?

Cara Redazione,

Sono un donatore da circa 20 anni e tramite il “nostro” giornale volevo trasmettere il mio disappunto su come è cambiato, in peggio, il rapporto tra donatore e “Sanità”, dico Sanità perchè non so quale entità sia direttamente sopra l’Avis a regolarne i rapporti. Una volta a ogni donazione veniva inviato a casa il prospetto con i valori delle analisi, adesso viene fatto una volta all’anno in occasione della visita. Se per qualche motivo di salute si richiedeva un’analisi particolare al medico preposto alla visita ti veniva incontro nell’inserirla. Adesso sappiamo che la crisi e i tagli attanagliano in maniera particolare anche la nostra Sanità, ma i donatori sono una risorsa unica, sono una risorsa strordinaria che permette di salvare e aiutare tante persone e visto che il sangue artificiale non è ancora stato inventato li dobbiamo tenere ancor più in considerazione. La mia lamentela nasce dal fatto che in occasione dell’ultima donazione ho chiesto nel colloquio medico se era possibile inserirmi il controllo del ferro e del colesterolo (ero particolarmente stanco e il colesterolo l’ho porto un po’ alto). La risposta del medico è stata che non può inserirli perchè hanno un costo e li possiamo fare solo in occasione della visita annuale. Morale della favola, dopo una settimana ho fatto l’impegnativa dal medico condotto e pagando 37 euro di ticket ho fatto le analisi che mi mancavano, tra l’altro scoprendo che dei valori non andavano bene; ma sono sicuro che tra 3 mesi mi arriverà a casa l’avviso di andare a donare dicendomi che nell’ultima donazione fatta era tutto OK. Certe volte hai l’impressione di essere considerato un limone da spremere, e con questo non voglio comunque colpevolizzare il medico che sicuramente rispetterà le direttive ricevute ma mi lamento di questa poca flessibilità nel gestire le cose. Il donatore in sé è una persona che per altruismo e grande dovere sociale compie questo gesto anche più volte in un anno senza nulla a pretendere, ma se per motivi giustificati chiede una verifica particolare non può non essere accolta.

Concludo agganciandomi alla lettera di allarme spedita a tutti i donatori tramite il giornale: le donazioni calano! E se non bastasse il sangue raccolto cosa bisognerebbe fare… bisognerebbe acquistarlo da altre parti? Ci sarebbe un costo da sostenere! Allora cerchiamo di considerare di più le persone che già lo fanno da anni che forse facciamo valere il proverbio “chi più spende meno spende”: Sperando tale mio pensiero possa essere condiviso Vi saluto cordialmente.

Alberto De Nardi  – Gruppo S.Vito al Mantico (Vr)

 

Caro Socio,

ho letto la Tua lettera di lamentela, che si aggiunge alle molte altre che stiamo ricevendo.

Come bene hai ben sottolineato il malessere che denuncia è rivolto alla mancanza di attenzione e alla “freddezza” verso il donatore che riscontriamo in atteggiamenti magari giuridicamente e formalmente ineccepibili.

Avis Veneto sta concordando con la Regione un pannello minimo essenziale di esami da effettuare per omogeneizzare i comportamenti nei Dipartimenti e abbiamo già accettato alcune rimodulazioni: non perdiamo neppure un esame utile ma lo facciamo con periodicità più congrua. Questo pannello prevede effettivamente che il Colesterolo totale e altri esami  vengano  effettuati solo una volta all’anno. Ma se il donatore riferisce di “sentirsi stanco” nulla vieta al medico di approfondire gli esami che riguardano l’idoneità alla donazione (come potevano essere ferro e ferritina ad esempio) ogni volta lo ritenga opportuno. Si tratta di una misura di sicurezza sanitaria e, quindi, una discrezionalità prevista dalla legge e riconosciuta in esenzione ticket da parte dello Stato. Nessun privilegio e nessun abuso!

Ti ringrazio per la segnalazione e ne faremo buon uso! Tornando ai temi dell’importanza del donatore volontario del sangue e della prevenzione, concordo sul ritenere strategico e fondamentale garantire il parco donatori esistente e sull’opportunità di migliorare l’attività di prevenzione verso i donatori  tenendo conto di ciò. Al tavolo regionale, questa sarà la nostra posizione. Grazie e saluti.

Alberto Argentoni, presidente Avis regionale Veneto

 

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