“Cyberbullismo: nemico feroce, ma non imbattibile”. Il Prof. Francesco Pira per Dono&Vita su un problema attualissimo

Francesco Pira, oltre ad essere tutto ciò che potete leggere in coda all’articolo, è per noi prima di tutto un grande amico. Della Redazione e dell’Avis. Innumerevoli sono stati, negli anni, le collaborazioni con l’Associazione e il nostro giornale: ci inviava dall’Università di Gorizia anche i suoi migliori studenti di comunicazione per “farsi le ossa” e imparare come “si fa” un periodico che parla a più di 100mila volontari. Da sempre si occupa di comunicazione digitale, dei suoi pregi, dei suoi difetti e dei suoi pericoli. Con questo articolo, attualissimo, che ci ha concesso riapriamo anche la rubrica “Penne d’oro”. Fu inaugurata proprio da Francesco nel 2011. Nata dall’esigenza di ovviare all’informazione sempre più veloce e schizofrenica, cercando di riscoprire il gusto dello “scrivere”, della lettura, dell’approfondimento. Vi troverete via via “pezzi” di colleghi giornalisti, comunicatori, scrittori, poeti, tutti amici dell’Avis che “sanno usare la penna” (e la testa) e i quali molte volte hanno collaborato con la nostra Redazione o… viceversa. Saranno invitati dal direttore a scrivere liberamente su queste pagine virtuali (ma anche sul periodico a stampa) senza alcun paletto e nessuna preclusione di stili, argomenti, storie da raccontare. Tutti, ne siamo certi, aggiungeranno qualche tassello in più al nostro vivere, e crescere, quotidiano. Buona lettura. La Redazione

I genitori accusano la scuola, la scuola accusa i genitori. Nel frattempo i ragazzi continuano a vivere nella loro dimensione e le istituzioni sottovalutano il problema. Si è creato un cortocircuito preoccupante e in questo vulnus il cyberbullismo rischia di proliferare. Possiamo considerare il cyberbullismo un allarme sociale o quasi.
Non si tratta più di episodi circostanziati, che di volta in volta possono essere affrontati. Gli ultimi dati nazionali parlano di un caso di cyberbullismo al giorno. Quelli europei piazzano l’Italia ai primi posti. Oggi esiste una forte rappresentazione del sé e una grande voglia di apparire. Prevaricare gli altri e mortificarli, e far vedere a tutti come si è bravi a farlo, fa parte di questa voglia di mettersi in mostra.

Noi che giocavamo nei cortili per interi pomeriggi, dopo aver fatto i compiti, a volte stentiamo a capire come si possono trascorrere ore ed ore seduti sul divano con in mano il tablet o lo smartphone. Ed anche i giovani genitori che comprano tablet di ultima generazione o I-Phone super accessoriati sottoscrivendo finanziamenti nei megastore dei centri commerciali ai loro figli a volte dicono “ai nostri tempi…”

A noi maschietti pre-adolescenti bastavano un centinaio di figurine Panini, i doppioni per movimentare un pomeriggio che poteva essere noioso. Alle nostre dirimpettaie femminucce invece Barbie anche spelacchiate da pettinare. Oggi nelle scuole si fanno corsi di formazione per docenti e si cerca di coinvolgere i genitori. In decine di scuole in Italia ed in Europa, dove i dirigenti sono più sensibili, e forse anche più preoccupati, le parole che fanno paura sono sexting e cyber bullismo.

Sexting è l’invio e/o la ricezione e/o la condivisione di testi, video o immagini sessualmente esplicite/inerenti la sessualità. Spesso sono realizzate con lo smartphone o il tablet, e vengono diffuse attraverso whatsapp o tramite la condivisione con il bluetooth. Dirigenti scolastici ci hanno detto, in varie parti della Sicilia, che di casi ce ne sono stati. Ma che la sensibilità degli insegnanti e l’intervento delle autorità hanno tamponato, almeno per ora. L’altra parola che fa spaventare docenti e genitori siciliani è la versione digitale del bullismo.

Il cyberbullismo consiste in atteggiamenti e comportamenti da parte di pre-adolescenti o adolescenti, finalizzati ad infastidire, offendere, spaventare, imbarazzare, umiliare la vittima predestinata. Spesso un compagno o una compagna di scuola. Le aggressioni sono frequenti, continue e intenzionali. Bullismo e uso inconsapevole del proprio corpo nella fase pre -adolescenziale non sono fenomeni nuovi. Ma ciò che è radicalmente cambiato è il contesto sociale e il sistema di relazioni al suo interno.

In una recente ricerca condotta in quattro paesi europei Italia, Spagna, Inghilterra e Bosnia Erzegovina sono stati raccolti 2000 questionari compilati in forma anonima da preadolescenti e adolescenti. I trend sono simili, con qualche punta su bulli e cyberbulli in Italia e Inghilterra. L’andamento è simile in tutti i paesi rispetto alle vittime di atti di bullismo indiretti e diretti, così come di cyberbullismo. Da quanto emerge dalla ricerca europea, in Italia le percentuali di bullismo sono più elevate rispetto ad altri paesi. Consideriamo che se parametriamo i dati italiani, è patrimonio comune il fatto che al sud si denunciano questi fatti meno che al nord. Nessuna differenza significativa è possibile rilevare tra paesi per quel che riguarda appunto il cyberbullismo. In Bosnia Erzegovina i cyberbulli usano soprattutto il cellulare rispetto al pc. In Italia e in Europa cresce la preoccupazione tra i genitori. In molti paesi europei esistono scuole per genitori per comprendere rischi e opportunità delle nuove tecnologie.

Cosa possono fare i genitori

Ma proviamo a tracciare una mappa su che cosa può fare un genitore. Oggi accade, purtroppo che il virtuale sostituisca il reale. In molti incontri a cui ho partecipato in vari istituti scolastici ho raccomandato ai genitori di scoprire cosa i loro figli condividono attraverso il tablet o lo smartphone, e soprattutto cosa trasmettono. Evitare che sulla rete viaggino dati personali, foto e video spinti. E’ molto facile che un cyber bullo posso usare questi materiali per ricattarli. Ho scoperto in molti incontri che i genitori in Italia non conoscono l’esistenza del social ASK.FM molto frequentato da pre-adolescenti. Tra i 60 e i 70 milioni di persone il numero degli iscritti. L’Italia è tra i paesi che lo utilizzano di più, con Brasile, Turchia e Stati Uniti. Il sito esiste dal 2010. E’ nato in Lettonia. Le controversie sono il pane quotidiano. Per Ilja Terebin, il fondatore non è il male assoluto: “La verità – ha spiegato in un’intervista – è che i genitori non sanno come i figli socializzano. Essi pensano che quando vanno a scuola, per esempio, tutto quello che fanno è risolvere i problemi di matematica. Se sapessero ciò di cui i ragazzi in realtà parlano, sarebbero molto più spaventati. Su Ask.fm possono vederlo. Ma certe cose accadono ovunque, sia online che offline”.

Un figlio che subisce violenze da un cyber bullo deve essere aiutato e sostenuto. E’ opportuno consigliare alla vittima di non reagire con sms o altre forme di comunicazione in risposta alle provocazioni. Occorre conservare tutto quello che viene trasmesso dal cyber bullo come prova. Contattare il provider e chiedere di bloccare quanto è stato pubblicato o inviato. Naturalmente poi avvisare la Polizia Postale.

Passiamo al capitolo sexting. Il termine nasce dall’unione delle parole sex (sesso) e texting (invio di testi). Molti pre-adolescenti e adolescenti, ci sono stati parecchi casi anche in Sicilia, per conquistare un ragazzo o una ragazza trasmetto immagini erotiche, in pose molto accattivanti attraverso lo smartphone o il tablet. A volte la fiducia di questi ragazze o ragazzi viene tradita da chi riceve che fa girare attraverso whatsapp le immagini. O nelle peggiore delle ipotesi le trasmette a siti porno. Come ho avuto di spiegare in diverse trasmissioni televisive o radiofoniche, tutto nasce per il rapporto che il pre-adolescente o l’adolescente ha con il proprio corpo. E soprattutto perché spesso la minorenne o il minorenne non comprende cosa può portare inviare l’immagine del proprio corpo in rete. È ormai moda tra i teenagers veicolare queste immagini attraverso whatsapp, ormai il mezzo più usato per la trasmissione. Le immagini vengono registrate ovunque: a casa, nei bagni delle scuole, durante le feste. A volte le stesse ragazze o gli stessi ragazzi creano dei veri e propri set. Per questo è importante che papà e mamma siano formati nel loro percorso di genitorialità a sostenere anche l’urto di un problema simile. Quindi trasmettere autostima, consapevolezza dell’uso delle tecnologie, la comprensione delle terribili conseguenze di un uso disinvolto del proprio corpo. Tutto molto difficile, ma va fatto.

I nuovi termini

L’evoluzione continua della tecnologia sta modificando in modo profondo la società, il sistema di relazioni, di esercizio del potere, i valori di riferimento. Nascono nuove definizioni delle quali stiamo tutt’ora cercando di definire i contenuti: Mobile Born (i più piccoli capaci di usare tablet e smarphone meglio degli adulti), Digitali nativi (pre adolescenti e adolescenti), Immigrati Digitali (chi è stato costretto ad usare le nuove tecnologie per lavorare) e Famiglia digitale (dove i componenti dialogano attraverso la rete più che a casa o di persona).

La rete rappresenta un’occasione unica per tutti noi, in termini di conoscenza, ma questa condivisione della cultura e della conoscenza non deve diventare, invece, pericolosa nel momento in cui  utilizziamo il web per delle devianze che non sono assolutamente sopportabili. Utilizzare i nuovi strumenti per vivere la propria dimensione. Magari con il vantaggio che oggi con i calciatori puoi chattare sui social e non guardarli in una figurina. E che la bambola virtualmente puoi vestirla con capi di alta moda. Qualcosa è cambiato ma non perdiamo il senso della comunità, anche sul web, che ci regalava il cortile.

 

Prof. Francesco Pira

Brevi note biografiche del Prof. Francesco Pira

Francesco Pira, è professore di comunicazione e giornalismo presso il Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università degli Studi di Messina, dove è Coordinatore Didattico del Master in “Manager della Comunicazione Pubblica”  e di Comunicazione Pubblica e d’Impresa presso lo IUSVE l’Università Salesiana di Venezia e Verona. È visiting professor presso l’Università Re Juan Carlos di Madrid.  Svolge attività di ricerca nell’ambito della sociologia dei processi culturali e comunicativi. Dal 1997 svolge indagini su vecchi e nuovi media, pre-adolescenti e adolescenti. Ha intrapreso una battaglia personale contro il Cyberbullismo e il sexting. Su questi temi ha tenuto: conferenze in Italia e all’Estero con studenti, corsi di formazione per docenti e genitori ed è stato nominato come Esperto in progetti PON e del Ministero della Pubblica Istruzione rivolti agli Istituti Scolastici.

Saggista e Giornalista è autore di numerosi articoli e pubblicazioni scientifiche. Opinionista dei quotidiani on line La Voce di New York,  Affari Italiani e del magazine Spot and Web, è Direttore Editoriale del giornale on line Scrivo Libero dove tutte le domeniche pubblica un Video Editoriale e firma la Rubrica PIRATERIE, dedicata alle nuove tecnologie, nelle pagine culturali del quotidiano “La Sicilia”. Scrive per riviste specializzate.

È attualmente consulente di Avis regionale Calabria. È stato relatore in convegni internazionali e conferenze in India, Thailandia, Grecia, Danimarca, Francia, Croazia, Slovenia, Spagna, Portogallo e Belgio. Nel 2010 e nel 2011 è stato coordinatore scientifico e moderatore dell’International Communication Summit che ha visto la presenza di Alastair Campbell, ex portavoce di Tony Blair e di Zygmunt Bauman, uno dei più noti sociologi e influenti pensatori contemporanei. Nel giugno 2008 per l’attività di ricerca e saggistica e giornalistica, è stato insignito dal Capo dello Stato, on. Giorgio Napolitano, dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana e ha ricevuto numerosi Premi nazionali e internazionali.

Da Mario Rigoni Stern: “Donare”, un pezzo inedito di letteratura del ‘900 dedicato all’Avis per il suo 50°

Ho consultato ora quattro vocabolari per sapere come i linguisti definiscono il verbo transitivo “donare”. Con sfumature più o meno sottili dicono tutti la medesima cosa, ma chi fa professione di scrivere molte volte, anzi sempre, deve guardare anche alle sfumature e a queste sottigliezze, e scegliere quelle tra le definizioni che più si addicono al suo stato d’animo e alla situazione contingente. Ecco, allora, che per i donatori dell’Avis sceglierei questa: “Donare volontariamente, con assoluta liberalità, senza esigere nessuna ricompensa o restituzione”. E alla voce “sangue”? Non avevo mai notato come tanto spazio fosse dedicato a questo sostantivo.

Ma tra tante definizioni scelgo questa che mi sembra la più semplice: “Tessuto fluido, che circola nell’apparato cardiovascolare degli organismi superiori. È un liquido vischioso, opaco, di colore rosso scarlatto nelle arterie e rosso scuro nelle vene, il peso specifico ecc.”.

Ma su questo sangue migliaia di migliaia di pagine sono state scritte in ogni lingua, e sin dall’antichità: trattati scientifici, e poi il sangue dei martiri di ogni fede, sangue di soldati, di rivoluzione, di sterminio, di vendetta, di mafia, di terrorismo, sangue sulle autostrade, sangue di incidenti sul lavoro. Quanto! Troppo sangue, essenza vitale, è stato irrorato sul nostro pianeta Terra: piccola aiola che ci fa tanto crudeli. Eppure… Eppure c’è anche chi il sangue lo dona con assoluta liberalità quando un altro simile qualsiasi ne ha bisogno, e niente chiede in cambio. O, solo, una fratellanza o una cena annuale, o un bicchiere di vino alla domenica dopo la messa, ma non con i donatari bensì con i donatori.

Ecco: migliaia e migliaia di pagine scritte sul sangue o su “fatti di sangue” e niente, o poco, su chi il sangue lo dona. Ma forse è meglio così perché tra loro vale il detto evangelico non sappia la mano destra quello che fa la sinistra; ma quando in treno, o sull’autobus, o al mercato, o sul lavoro incontrate uno o una che sul petto ha un piccolo distintivo dove da una mano distesa il sangue che cola viene raccolto da due mani protese, allora, guardatelo con profondo rispetto perché quella è una decorazione che più di ogni altra vale.

DONARE – Mario Rigoni Stern

Mario Rigoni Stern è stato uno dei più grandi scrittori italiani del Novecento. Il suo romanzo più noto è “Il sergente nella neve” in cui racconta in modo autobiografico della ritirata di Russia. Legatissimo alla sua Asiago (dov’è nato nel 1921 e morto nel 2008) e all’Altopiano, aveva una particolare sensibilità verso la natura e la montagna. Il giornalista Sergio Frigo nel sito www.iluoghidirigonistern.it:

“Con la sua scrittura limpida e profonda, complessa, mai complicata, ha definito i contorni, consolidato i significati, impreziosito il volto di un’identità locale che ha sempre concepito come accessibile a tutti coloro che – pur vivendo nelle contraddizioni della contemporaneità – avessero sguardo limpido e cuore puro”.

Nei suoi scritti il senso di appartenenza alla comunità e il rispetto per la natura e le persone, il senso dell’accoglienza e della condivisione. Da qui, quindi, questo scritto per i donatori e l’Avis di Asiago. Un’Avis che ha visto nascere 50 anni fa e al quale era molto vicino. Scoperta questa chicca nell’opuscolo per il 50° di Avis Asiago preparato da Andrea, figlio di uno dei fondatori e primo presidente Giovanni Pinaroli (in foto con Rigoni Stern), ne facciamo omaggio anche a tutti i donatori del Veneto per i 50 anni di Avis regionale. 

Sabato 24 marzo a conclusione dell’Assemblea dell’Avis provinciale di Vicenza, che si svolgerà dalle 15 proprio ad Asiago presso il Palazzo del Turismo MIllepini, è prevista una serata di canti e testimonianze. È stata organizzata da Andrea Pinaroli in occasione del 50° di fondazione e in memoria di Giovanni e di tutti i “pionieri” avisini dell’Altopiano. Si svolgerà dalle 20 presso l’Oratorio san Rocco e vedrà la partecipazione della Shola cantorum San Matteo di Asiago e del coro L’Eco delle Valli di Lusiana. Due cori, tra l’altro, “farciti” di donatori avisini.

Un “semplicemente grazie” ad Andrea Pinaroli ed a tutta l’Avis Altopiano di Asiago per il bel regalo e per la foto inedita. 

Il ragazzo del caffé, una fatina e un gemello HLA che ritrova la vita

Una fatina buona (o streghetta cacciatrice… chi lo sa?) nella sala d’attesa del Centro Raccolta ad accogliere i tanti e bravi donatori di sangue. È lì per dar loro informazioni e soprattutto un sorriso, cercando così anche di convincere quelli più giovincelli a fare un ulteriore passettino. Con una piccola provetta in più al prelievo si può entrare anche nella famiglia dei donatori di sangue midollare. Sono quelle persone che restano lì, nelle loro case, nei loro uffici, in attesa. Sono sempre a disposizione, però, quando qualcuno tanto malato ha bisogno del suo “gemello”.

Subito oltre la porta, passa ogni giorno il “ragazzo del caffè”. È giovincello anche lui, già donatore di sangue, lavora lì in quell’ospedale dove carica le macchinette del caffè. Macchine infernali che però sostengono medici, infermieri e donatori nei momenti critici di stanchezza e calo di energia e di zuccheri. Parlano e si conoscono da un po’, la fatina e il ragazzo del caffè. Quest’ultimo è però un po’ timido e non vuole farsi convincere dalla fatina a fare quel passettino in più. Il piccolo prelievo non gli sembra del tutto innocuo perché poi…

– “Cosa mi faranno per donare il midollo? Mi fanno dei buchi sulla spina dorsale?”

– “Ma no!!! Non toccano mai la spina dorsale – spiega la fatina sorridendo – prendono le preziose cellule staminali che andranno donate al malato direttamente dal sangue o, se proprio serve, con due punturine sul lato B!”.

Dai oggi e dai domani, caffè dopo caffè e sorriso dopo sorriso, alla fine si convince. La provettina con il suo sangue fa il percorso predestinato, viene analizzata con cura e la “fotografia” del DNA del “ragazzo del caffè” viene inserita nel registro dei donatori di midollo. Tre settimane! Passano solo tre settimane e al “ragazzo del caffè” arriva una telefonata: il suo gemello malato lo stava proprio aspettando! Da mesi sperava e cercava nel registro qualcuno “simile simile” a lui, quasi uguale, che potesse donargli quelle cellule tanto piccole. Cellule invisibili ai nostri occhi senza un microscopio, ma tanto tanto potenti, più potenti di qualsiasi pozione magica, così potenti da ridare la speranza e la vita!

Ed ecco il “ragazzo del caffè” alla sua donazione forse un po’ preoccupato, ma convinto. E perfino senza aver avuto bisogno dei buchini sul “lato B”! Fortuna? Destino? Forse. Generosità? Sì, quella tanta… ma che costa poco, davvero poco in confronto all’enormità di quello che fa rinascere. Di quella vita che sai che fai tornare nel tuo “gemello” sconosciuto. Quella donna, uomo o bambino di cui sei diventato come un Angelo e che, come un angelo, penserà a te ogni volta che apprezzerà la vita ridonata. Sei il suo “uno su centomila”, nessuna favola può spiegare la grandezza di tutto ciò. O forse ognuno di noi, diventando la favola di qualcuno!

Manuela Fossa

Proemio Samaritano: 5 storie “semplici”, una su tutte: Marisa Bettio

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I Samaritani 2014

Ci sono persone di tutte le età che in silenzio, senza clamori, compiono gesti di grande bontà. Che aiutano chi ha bisogno, vicino o lontano. All’interno di associazioni o da sole. Storie bellissime di ragazzi che aiutano i compagni in difficoltà, di persone che danno una mano al vicino di casa, all’anziano solo, ai bambini sofferenti di Paesi lontani, ai migranti… La bontà non ha limiti e l’Avis ha istituito anni fa una sorta di proemio per conoscere questi non eroi, queste persone semplici che compiono gesti di ordinaria umanità generosamente, spontaneamente e senza attendersi lodi o ricompense. È il “Proemio nazionale Samaritano”, organizzato dall’Avis Riviera del Brenta con il patrocinio di Avis regionale Veneto e Avis nazionale, si tiene a dicembre. A cadenza biennale, è giunto quest’anno alla sua 16ª edizione. Le segnalazioni dei nomi sono stati inviate da Avis, associazioni di volontariato, culturali, sportive, sociali, parrocchiali, istituti scolastici e anche da singoli di tutta Italia. Una commissione composta da volontari Avis ha scelto i 5 finalisti; una seconda, formata da 30 studenti delle scuole superiori di Dolo (Ve), ha deciso quale fosse la storia più significativa. La premiazione si è svolta sabato 6 dicembre presso il Cinema Italia di Dolo. Come sempre era foltissimo il pubblico presente, praticamente tutto di giovani e di studenti. Un segnale dall’Avis, ancora una volta, alle nuove generazioni che la “positività” esiste, anche se troppe volte è silenziosa e non fa “notizia”. Per noi sì, “fa notizia” sempre. Il Samaritano 2014, deciso dalla giuria finale degli studenti, è risultata Marisa Bettio, ostetrica padovana che salva i neonati prematuri del Mali.

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Marisa Bettio

Lei non c’era a Dolo sabato 6 dicembre, era in India. Erano però presenti sua figlia e suo fratello. Ogni storia delle 5 che pubblichiamo per noi e per tutti coloro che erano presenti a Dolo, ha però ugual valore. Per ciò che queste persone fanno, senza suonare mai la grancassa. Non c’è una “prima” o “un’ultima”, dopo quella di Marisa, le abbiamo semplicemente messe in ordine di “distanza” da… Dolo.

Marisa Bettio vive a Noventa Padovana (Pd). Ostetrica, opera da volontaria in Mali, dove insegna alle donne del luogo (dove non c’è niente) come comportarsi per aiutare una mamma a partorire. In Mali vede mamme e bambini morire di malnutrizione, perciò quando riesce, acquista latte in polvere per sfamarli. Nei suoi frequenti viaggi, visita le madri nei villaggi più sperduti, fa nascere e si occupa dei neonati. Un giorno, salva da morte certa una neonata prematura abbandonata dalla madre (secondo un’usanza tribale), esponendola ai raggi del sole per riscaldarla (non ci sono incubatrici) e facendole bere qualcosa. Viene chiamata Maria Sole e oggi gode di ottima salute. Da quel giorno, Marisa è il punto di riferimento in caso di nascite premature e anche grazie a lei sta lentamente cambiando la cultura dell’abbandono.

Costantino Baratta è un muratore che vive a Lampedusa. Il 3 ottobre del 2013, assieme ad un amico, esce in barca per pescare. Mentre da lontano nota un insolito via vai di motovedette e pescherecci, vede che in acqua galleggiano e si sbracciano, sfinite, decine di persone, trasportate dalle correnti. Ne tira in barca più che può, tirandole per i vestiti, se li hanno. Non è facile, alcune scivolano, perchè sono sporche di nafta e nude. Tra i cadaveri vede una ragazza ancora viva che va alla deriva. La salva. In tutto gli devono la vita in 12, tutti eritrei, che ora stanno bene e vivono in Svezia, Germania e a Roma. Costantino rappresenta tutti gli eroi silenziosi di Lampedusa – i 6000 abitanti che da 20 anni accolgono i più disperati nelle loro case – e che conoscono, da sempre, il valore della solidarietà. Quella che non discrimina per colore della pelle, né per religione, né per nazionalità.

Antonella Bua, 36 anni, di Sassari, è nata talassemica. Per vivere, necessitavava di continue trasfusioni. Ne ha fatte 84, fino al giorno del trapianto di midollo osseo donato dal fratello, nel 1984. Aveva 6 anni. A seguirla il prof. Guido Lucarelli. Il trapianto ebbe avuto un buon esito e Antonella è guarita. Da allora è andata nelle scuole, ha tenuto conferenze, ha portato la propria testimonianza dove c’era bisogno. E si è dedicata interamente agli altri. È volontaria dell’Ail presso l’ematologia di Pesaro, collabora con l’Avis di Pesaro, ha partecipato all’organizzazione del progetto “Ehi tu, hai midollo?” nel 2013, partecipa a moltissime manifestazioni sportive, culturali, scolastiche e ricreative per sensibilizzare sul dono.

Elio Germano Conte, 71 anni, avisino con 100 donazioni di sangue, vive a San Mauro Torinese (To), è nonno di tre nipotini. Fa parte del gruppo Senior che si occupa di anziani (da attività ricreative a culturali), di una corale di Torino e da 10 anni dell’associazione onlus “La Ragnatela” che è impegnata nel poverissimo Nicaragua. Elio laggiù costruisce e ripara volontariamente (pagando di tasca propria viaggio, vitto e alloggio) le baracche del villaggio che l’associazione sostiene, mentre a Torino raccoglie fondi perchè i bambini di quel villaggio possano andare a scuola. Attualmente, l’associazione sostiene oltre 400 adozioni.

Silvano Fiorot, del 1931, di San Fior (Tv). Operaio, ha perso per tumore sia il figlio di 19 anni (nel 1982) che la moglie (nell ‘86). Rimasto solo con 2 figlie piccole, ha portato avanti il “testamento morale” del figlio ed ha fondato, a casa sua, l’Associazione lotta contro i tumori “Renzo Fiorot”. Poi ha creato alcuni ambulatori nei quali medici che esercitavano negli ospedali di Vittorio, Conegliano e al Cro di Aviano, visitavano gratuitamente. Dal 2004 ha una nuova sede e l’associazione diventa “Renzo e Pia Fiorot Onlus”: accompagna i pazienti per terapie e visite, fa assistenza domiciliare ai pazienti oncologici, è consultorio di prevenzione e psicologico, diagnostica, linfodrenaggio, ospita Gruppi di auto mutuo aiuto, corsi di formazione per volontari, conferenze pubbliche, progetti nelle scuole. Avis collabora con Fiorot.

Servizi a cura di Michela Rossato,

Beppe Castellano e Barbara Iannotta

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Angelo, il donatore-bambino del 1913 che salvò l’amico emofilico

C’erano una volta… e forse ci sono ancora. Sembrano favole, ma saranno favole vere. Un filo rosso li unirà. Il quando sarà oggi, ma anche ieri o… più di un secolo fa. Oppure può essere anche domani. Per ognuno di noi e di voi. Ci è parso un bel modo per augurare, a tutti voi e noi, un felice Natale 2014. E per inaugurare una nuova “pagina” di Dono&Vita web.

 

La prima volta in cui un “avisino” effettuò una donazione-trasfusione braccio a braccio fu esattamente 101 anni fa. Fu prima ancora che l’Avis nascesse ufficialmente, 14 anni dopo nel 1927, grazie al sogno di Vittorio Formentano. L’avisino in pectore aveva soltanto 6 anni, si chiamava Angelo Frosio, non sapeva ancora che sarebbe entrato più tardi a far parte della grande famiglia Avis. Il ricevente fu un suo amichetto e vicino di casa di 3 anni, Fernando Ravasio. Il piccolo, emofilico, stava morendo per un’acuta emorragia come già era successo ai suoi due fratelli maggiori, affetti dallo stesso deficit. Angelo, con cui giocava sempre in cortile, si offrì volontariamente da dare il suo sangue: non voleva perdere l’amico del cuore.

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Angelo Frosio e Fernando Ravasio

Non è una fiaba e neppure un racconto di De Amicis dal libro “Cuore”. È storia vera e documentata. Qui accanto si tengono per mano in una foto d’epoca, dopo la trasfusione e la, pur temporanea, “guarigione”. La storia ce l’ha raccontata, un giorno, il Professor Mario Zorzi, 95 anni, lucidissimo “decano” dei Presidenti nazionali Avis e cultore della storia della medicina. La stampa dell’epoca dette molta enfasi all’episodio. Grazie a ciò, in particolare alla mitica “Domenica del Corriere” e all’archivio web del ”Corrierone”, ovviamente incuriositi, l’abbiamo approfondita. È riportata anche in una bella pubblicazione, “Un dono lungo cent’anni”, dell’Avis provinciale di Brescia che ringraziamo.

Fu un vero miracolo della medicina. I gruppi sanguigni (A, B, AB e 0) erano stati scoperti solo pochi anni prima (1901) da Karl Landsteiner, medico austriaco a Trieste, mentre la scoperta del fattore Rh era ancora di là da venire (1940).

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Angelo e Fernado sul lettino di “prelievo”

Fu la prima trasfusione riuscita e documentata dalla stampa nella storia italiana. Fra i due bambini non fu per la precisione braccio a braccio, bensì “braccio a… piede”: dalla vena radiale dell’Angelo, a una del piedino di Fernando. A quell’età, anche oggi, trovare una vena “agibile” è sfida per polsi che non tremano.

“Fernando – ci ha raccontato il professor Mario Zorzi – era caduto dalle scale una settimana prima, si era rotto un labbro e sanguinava copiosamente dalla bocca.

Il professor Zorzi
Il professor Zorzi

Il suo sangue non poteva, ovviamente, coagularsi, fu ricoverato all’Ospedaletto dei Bambini appena aperto. Era ormai quasi dissanguato, in fin di vita. I medici non potevano far nulla per fermare l’emorragia. Allora – ma anche fino a 50 anni fa in Italia e in molte parti del mondo ancor oggi, ndr – chi aveva questa malattia era quasi sempre destinato a una, pur breve, vita di dolori e morte certa in caso di emorragie. Fu così che quel medico coraggioso, fondatore dell’ospedaletto dei Bambini di Brescia, osò ciò mai era stato tentato prima. Questo grazie all’atto generoso, e ancor più coraggioso, di un bambino “compatibile” e della sua famiglia”.

Il bimbo donatore, quando nacque l’Avis a Brescia nel 1935, pare divenne uno dei volontari. Di sicuro fu un valido testimonial. Nel libro “Un dono lungo cent’anni” Francesco Zane riporta infatti come, nel 1965, il donatore Angelo Frosio ormai 58enne venne festeggiato durante la festa per il 30° di fondazione.

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Angelo Frosio a 20 anni

Frosio, tra l’altro, divenne un ingegnere meccanico e in età giovanile perfino un quasi olimpionico atleta di “Forza e Costanza”, società sportiva del ventennio a Brescia. Si sposò ed ebbe una figlia, Mariarosa, ancora vivente e memore di quell’impresa di un “padre bambino”. Il destino dei due amici però si divise, i Frosio andarono ad abitare poco fuori città, a Nave in Valle del Garza.

E il piccolo Fernando? Anche lui crebbe e si sposò, nonostante l’Emofilia. Ebbe a quanto pare anche lui una figlia. Divenne presto, a quanto abbiamo appreso, anche un artista: incisore citato in alcuni testi critici. Fu proprio la sua passione per l’arte che all’età di 28 anni, quindi nel 1938, se lo portò via. La causa? Un’altra emorragia, ovviamente, causata stavolta da una sgorbia con cui si ferì gravemente una mano. L’Avis, certo, c’era già, ma evidentemente stavolta un donatore non arrivò in tempo.

Il dottor
Il dottor Magrassi, in primo piano coi baffi “umbertini”

Ma qual’era il nome del medico che effettuò la temeraria “operazione”? È una coincidenza e curiosità nella curiosità che ci riporta, ancora una volta, ad oggi. Il medico si chiamava Artemio Magrassi, fu fondatore dell’Ospedalino dei Bambini di Brescia e tra l’altro autore di una “Storia sanitaria di Brescia – 1880-1950”. Il dottor Magrassi, nato a Pavia, guarda caso si era laureato a Torino con il professor Carlo Forlanini, fratello maggiore di Enrico (aviatore e ingegnere) cui è intitolato a Milano il viale dove ha sede Avis nazionale. Corsi e ricorsi storici. O fiabeschi?

Beppe Castellano

Volontari, una “forza” che sostiene e salva l’Italia

Intervento del prof. Lamberto Pillonetto

alla 14ª Festa provinciale Avis

Pianezze di Valdobbiadene – 1° settembre 2013

GiaveraMulattUna rilevazione statistica di qualche anno fa ha accertato e dichiarato la presenza in Italia di 6 milioni di volontari. Non fa difficoltà riconoscere l’attendibilità di questo numero, a prima vista enorme; conosciamo tutti l’articolazione ricca di associazioni, gruppi, iniziative di ogni genere nella nostra società; l’intreccio e il disegno in miniatura li vediamo con i nostri occhi e lo viviamo con la nostra esperienza nelle piccole comunità in cui ciascuno di noi è inserito.

Tradotto in termini semplicissimi, quel grande numero significa la presenza capillare di persone che coltivano passioni, diffondono interessi, dedicano tempo, energie ed anche risorse economiche, per un obiettivo particolare, grande o piccolo, appariscente o nascosto, che fa clamore e ha risonanza oppure che non prenderà mai la scena per esibirsi.

La parola “volontario” include una molteplicità di scelte che si distribuiscono fra le grandi azioni e i progetti di rilievo via via fino al piccolo servizio, al gesto solitario, alla semplice presenza silenziosa; definisce, insomma, la rete delle relazioni che tiene in piedi le nostre comunità, costruisce rapporti interpersonali, arricchisce l’efficienza organizzativa in diffusione di “doni”.

Quel numero così grande di “volontari” sorprenderà qualcuno e gli farà dire: “Alla nostra società poco manca, in teoria, per essere la società ideale, dovrebbe sprizzare positività ed armonia in tutte le sue manifestazioni, e invece…!”

In effetti ci pare di percepire che forze erosive e disgregatrici prevalgono su quelle positive e costruttive. Fosse anche vero questo, dovremmo subito confrontarci e dirci: “Che cosa sarebbe la nostra società (in grande e in piccolo), se non fosse puntellata e sostenuta da questa carica inesauribile di servizio disinteressato e di disponibilità pronta?” Siamo autorizzati a dirlo, soprattutto quando vediamo che le istituzioni e chi le rappresenta, accanto a nobili esempi di comportamento e di impegno ne propongono altri che, anziché unire, dividono; anziché favorire il confronto anche duro ed esigente, insegnano lo scontro interessato; anziché educare alla dialettica, che fa sempre bene, praticano e sollecitano la diffidenza, il sospetto, l’insulto e l’offesa. Che cosa sarebbe la nostra società, se mancasse di questa risorsa unificante di volontariato, che ogni giorno, nelle forme più svariate, testimonia l’impegno disinteressato, la creatività, l’intraprendenza, la forza dell’incontro, la tenerezza del rapporto, il dono che è “il di più” impagabile della “prestazione”, la tenacia del fare che non si aspetta di avere nulla in cambio, ma cambia e trasforma in bene i rapporti sociali.

Che esistano i “volontari”, in gran numero e riccamente qualificati, è un gran lusso per la nostra società e per le nostre comunità. Un lusso da intendersi “necessario”, non un di più ornamentale che, se c’è, va bene e se non c’è, pazienza!

La società meglio governata ed i servizi più efficienti, ma privi del lievito del volontariato, non costruiscono una “società felice”.

Il volontario è un esperto depositario di “beni relazionali”, cioè di beni che non si comprano, per quanti siano i soldi di cui disponiamo, ma che si costruiscono faticosamente e gratuitamente; senza questi beni relazionali, i beni strumentali, quelli che si comprano (detti anche “merce”), indubbiamente indispensabili per tutti (e sappiamo quanto precari diventino progressivamente in questo tempo di crisi), potranno soddisfare tante necessità (e chi più ha nel portafoglio più è garantito),  ma lasciano insoddisfatte le necessità primarie che derivano dall’essere noi bisognosi per natura di relazioni, di relazioni gratuite, di incontri.

C’è lo spazio del mercato, di ciò che si compra, e c’è lo spazio del dono, fatto e ricevuto, che prescinde, per sua natura, dal compenso, perché non ha prezzo e trova soddisfazione su un altro piano, ben più importante, che è quello dello “stare veramente bene”, in arricchimento profondo continuo, in sovrabbondanza di senso e di valore per tutto ciò che siamo e facciamo nella nostra vita ordinaria, di tutti i giorni.

Il Prof. Lamberto Pillonetto
Il Prof. Lamberto Pillonetto

Voi avisini siete “volontari” (e che volontari!); siete volontari speciali, perché la vostra denominazione non è generica, ma condensa ciò che di positivamente straordinario caratterizza il volontario, su qualsiasi piano egli operi: voi siete per definizione “donatori” e donate del vostro e il “vostro” è ciò che da sempre è stato identificato come la sede della vita e dunque donate “vita”; il vostro gesto di donazione è particolarissimo e sembrerebbe non rientrare fra i beni “relazionali”, perché manca della “reciprocità” e della “simultaneità”; salvo casi particolari ed eccezionali, davanti a voi non c’è il destinatario del dono e mai ne conoscerete il nome e il volto; e poi il vostro dono non è fruito immediatamente così come è di tutti gli altri doni e regali; viene affidato a qualcuno che poi, a seconda delle esigenze, lo destinerà a chi ne ha bisogno.

Direte: ma questo qui perché complica le cose che sono di per se stesse molto chiare? Non voglio complicare; il vostro donare non ha bisogno di tante spiegazioni; è capito immediatamente da chi vi incontra e vi vede mentre fate il vostro dono; non occorrono parole, perché il gesto si fa parola, messaggio: metto a disposizione qualcosa di me per chi in questo momento ha essenziale bisogno. Eppure è giusto e doveroso che qualifichiamo con cura e con un po’ di pazienza, magari per contrasto, il vostro dono, perché non tutti i doni sono eguali; addirittura non tutti i doni hanno una funzione positiva.

Se do per interesse, allora lo faccio perché qualcosa torni a me: ti do perché tu mi dia qualcosa. Poi ci sono anche i doni avvelenati: belli fuori, ma le apparenze mascherano l’insidia (anche il cavallo di Troia era un dono e come dono è stato introdotto in città, ma nella pancia portava l’inganno, la guerra e la distruzione).

Dobbiamo fare attenzione anche ai doni apparentemente positivi e in sé senz’altro utili; talvolta confermano le distanze, anziché annullarle (i doni munifici in genere ribadiscono le diversità e le distanze sociali) oppure vogliono mettere in difficoltà, schiacciare il destinatario, perché sono volutamente spropositati.

E allora qual è il dono vero? Il dono vero è quello che “fa del bene”, è il dono fatto a fondo perso, senza l’attesa che il beneficato risponda con il suo dono; è il dono fatto con la sola intenzione e la sola aspettativa che si rinsaldi ed aumenti la relazione, l’intesa, il rapporto con l’altro e con gli altri.

Ma se l’altro non c’è, come nel vostro caso?

Come non c’è! E’ tutta la società che trae vantaggio dal vostro dono; sono le relazioni di cui parlavo prima che migliorano grazie al vostro dono. Certo, posso decidermi a farmi donatore avisino per poter ricevere anch’io, quando mi potrò trovare in situazione di difficoltà. Ma in questo momento io compio un atto di fiducia nei confronti della società di cui faccio parte, rinsaldo i legami al suo interno, contagio positivamente tutti con il mio gesto nascosto o visto e risaputo da pochissimi, perché gli atti di generosità trascinano, costruiscono sicurezza dentro una società che sembra disgregarsi, andare in frantumi sotto i nostri occhi. E tutto questo in forza della “gratuità”, nel vostro caso assoluta, che vi contraddistingue.

Ho raccolto un modo di dire da qualche parte: “Nessun fa gnent par gnent!”

Che tristezza e che miseria! Penso che lo abbia inventato qualcuno che doveva giustificare a se stesso e agli altri la sua grettezza d’animo. Ho replicato sempre duramente ogniqualvolta ho sentito questa affermazione. Non è vera! Per il semplice fatto che, se così stessero le cose, le nostre comunità sarebbero intrise di barbarie, oppure invivibili, anche se tutto funzionasse con la precisione di un orologio svizzero; il tasso di felicità precipiterebbe, anziché aumentare, se mancassero il calore e la qualità dell’offerta reciproca e continua di doni che non aspettano alcuna ricompensa, se non quella di vedere che tutti stanno un po’ meglio di quanto non si stesse prima.

Ci sono delle ricerche che ci riguardano e che arrivano a questa conclusione: a distanza di anni è cresciuto di molto il tenore di vita, ma questo non ha prodotto una corrispondente crescita della percezione di “soddisfazione”, di “felicità”. C’è una spia che lampeggia da non trascurare; è quella che attesta che ci si interroga, si parla, si scrive sempre di più in questi ultimi anni sulla “felicità”; forse è il motore della nostra società che presenta qualche guaio e chiede un intervento urgente di un “meccanico” adeguato; il guaio non può essere che quello dello scadere progressivo dei beni di relazione, delle scadimento dei rapporti buoni.

Io interpreto il vostro essere “donatori” come un presidio posto a tutela di questa risorsa ineliminabile che chiamiamo “gratuità”, per insegnare la quale oggi dovremmo tutti, con preoccupazione ed urgenza, rimboccarci le maniche.

Paradossalmente “gratis” e “gratuità” non sono parole sparite dal nostro vocabolario, anzi imperversano. Sembrerebbe del tutto inutile proporre oggi l’elogio della gratuità. Pensiamo ai messaggi pubblicitari, in cui la gratuità sembra la nota più diffusa; ci viene di continuo offerto qualcosa, salvo poi scoprire che l’offerta di qualcosa è subordinata all’acquisto di qualche prodotto; quindi la gratuità è usata come  un espediente efficace per un più facile commercio, espediente usato con spudoratezza, perché purtroppo, nonostante tutto, nonostante le continue buggerate, funziona e i gonzi sono tanti. Abbiamo “la sensazione d’essere assediati da messaggi ‘donatori’…tutti vogliono donarci qualcosa, o così pare: la bellezza, la nuova giovinezza, cinque minuti in più di telefonate… Il linguaggio politico-istituzionale non è da meno: lavoriamo per voi, vi stiamo servendo, abbiamo il merito di avervi salvati dal pagamento di una tassa, vi diamo ascolto e simili. La nostra, dunque, sembra proprio una società di doni. Tutto gratuito per tutti.” (Carmelo Vigna, L’elogio della gratuità).  Allora ci rendiamo conto della necessità di precisare accuratamente che cosa occorre perché qualcosa sia veramente dono. Il dono è dono se c’è come primo requisito questo: sempre il donante si dona; il dono è originariamente un essenziale donare sé e tutte le forme di gratuità, per essere autentiche, devono incarnare questa intenzione, questa volontà radicale.

Chi crede, ma anche chi non crede, può leggersi alcune delle parole chiare e preziose che papa Francesco ha detto in questi mesi. Per mettere in luce la “parola-chiave” delle consegne date da Gesù ha ricordato: “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”; e subito ha commentato: “Quando noi vogliamo fare in una modalità dove la ‘grazia’ viene un po’ lasciata da parte, il Vangelo non ha più efficacia”; stiamo attenti alla “tentazione di cercare la forza altrove e non nella gratuità”.

Possiamo dare una traduzione “laica” di queste parole di fede. L’operazione è proficua e ci aiuta ad approfondire quanto è già stato detto.

Come funziona il dare per nulla, il dare gratuitamente?

Esso nasce da un atto di libertà, sorge da un nulla di dovuto o di debito, senza la ragione dello scambio e del debito; per questo sorprende, riempie di meraviglia e, si spera, di gratitudine; ma non è la speranza di gratitudine che lo genera: se riesce a rendere migliore la vita di tutti, ha già in sé la risposta di gratitudine.

Sta in questo la differenza fra il dono e lo scambio: nello scambio c’è un passaggio di qualcosa dall’uno all’altro; lo scambio è di necessità doppio e deve rispettare l’equivalenza, il pari valore, altrimenti ne va della giustizia; di scambio abbiamo bisogno, perché necessitiamo di tante cose; nella gratuità non è necessario il doppio passaggio e, comunque vadano le cose, non si va mai “in perdita”.

Qualcuno ha detto: di scambi viviamo, di doni esultiamo, cioè nella gratuità data e/o ricevuta e nello stupore che essa fa nascere diventiamo tutti migliori.

Tutte le forme di scambio, necessarie per la vita quotidiana, si compiono nella forma del contratto; mi possono soddisfare, ma spesso non sono esenti da diffidenza e sospetto, quando non sono causa di conflitti senza fine.

La gratuità, invece, si realizza nel venire l’uno di fronte all’altro nella forma dell’amicizia e della cura reciproca (I care: mi interessa, anzi mi preme , mi sta a cuore); questo modo di esprimersi lo capiscono immediatamente tutti, perché tutti vogliamo prima di tutto essere riconosciuti nella nostra umanità, essere riconosciuti da uno sguardo di libertà, senza condizioni, cioè secondo gratuità.

Pensiamo, allora, come 6.000.000 di volontari/donatori non possano non rivoluzionare in bene un’intera società, vincendo ogni resistenza, per quanto tenace essa sia.

Buon Natale con le “penne d’oro”

Chi sono le “penne d’oro” che scriveranno su “Dono & Vita”? Semplicemente colleghi giornalisti (ma anche non) amici dell’Avis che – invitati dal direttore o di propria sponte – desiderano liberamente scrivere su queste pagine concedendoci un proprio “pezzo”. Nessun paletto, nessuna preclusione su stili, argomenti, storie da raccontare. Tutte, ne siamo certi, aggiungeranno qualche tassello in più al nostro vivere, e crescere, quotidiano nel campo della solidarietà.

Grazie a tutte le “penne d’oro” che ci affiancheranno nel cammino. A cominciare dai primi due: Francesco Pira e Isabelle Adriani (al secolo Federica Federici). È il nostro modo, iniziando questa rubrica, di augurare a tutti i lettori BUONE FESTE!

Beppe Castellano

Una fiaba (vera) di Natale

Isabelle Adriani (Federica Federici)

Federica Federici (ma dal pubblico è ormai più conosciuta con il nome d’arte di Isabelle Adriani) è per me, prima di tutto, una collega giornalista-scrittrice di Perugia. Ci siamo conosciuti, anni fa, in occasione del corso di preparazione all’esame di Stato per giornalisti professionisti. Ci siamo ritrovati, per caso, solo pochi mesi fa, lei testimonial dell’Avis di Perugia. Oggi, vigilia di Natale 2012, mi ha inviato questa bella storia-testimonianza, “vissuta” in diretta stamane e scritta di getto. Mi chiedeva che ne pensassi. È un regalo, un regalo che non potevo non condividere con tutti voi lettori per augurarvi un Buon Natale!  B.C.

Un’esperienza magica alla vigilia di Natale

Di Isabelle Adriani

Ci sono sedie colorate, cinque presepi diversi, uno per stagione e uno fatto dagli ospiti dei 30 appartamenti del residence che porta il nome di Daniele Chianelli, il bimbo morto per leucemia piu’ di 20 anni fa. I piccoli  indossano una mascherina con Pluto e Topolino che li protegge dai pericoli esterni, mentre fanno chemioterapia. Il residence voluto con tutto il cuore dai genitori del piccolo Daniele, Franco e Luciana, è un arcobaleno di colori, speranza e modernità. È accanto all’ospedale Silvestrini, non ha però nulla di simile a nessuna struttura ospedaliera. Il parco del sorriso, che sarà inaugurato a Giugno, è già pieno di promesse colorate.

La sala grande non delude le aspettative e sembra proprio la hall di un castello da fiaba. Le stanze dove giocano i bambini sono piene di pennarelli e giochi e c’e’ persino una batteria elettronica! Ci sono stanze dalle quali ci si puo’ collegare alla propria classe per non perdere le lezioni durante le terapie. La cosa che mi ha piu’ colpito di questi bambini dagli 8 ai 15 anni, sono gli occhi. Emergono dalle maschere colorate come stelle luminose, pieni di speranza e di storie da raccontare.

C’e’ Giulia, ha 8 anni, è vestita di rosa, è malata ed è down. Si sta curando. Per un attimo si è tolta la mascherina per soffiarsi il naso e ho visto il più bel sorriso del mondo: dolce, pieno di sole. Mi ha abbracciata più volte e quando le ho chiesto quale fosse il suo personaggio preferito per regalarle un mio disegno, mi ha risposto: “qualcuno nell’amore…!” Mi sono commossa.

Poi c’e’ Samuele, suo fratello Simone aveva otto mesi quando lui si e’ ammalato ed e’ stato accolto nel residence. La sua mamma faceva su e giù fra casa e ospedale per seguire Samuele e allattare il piccolo Simone. Senza questa struttura, non avrebbe saputo come fare…

Poi c’e’ Catalin rumeno, quindicenne, pieno di speranze che lo stanno facendo guarire. Ad un certo punto arriva Agnese, dieci anni, alta con i capelli a caschetto e gli occhi da cerbiatta. Lei è guarita! Quattro anni fa indossava la mascherina di Pluto e Topolino anche lei, ma ce l’ha fatta. Guardandola non si fa fatica a immaginare quanto diventerà bella.

I sorrisi dei genitori di Daniele e di Gigliola (che è timida e non confessa neppure che quattro degli splendidi presepi si devono a lei), mi rincuorano! Ho portato mio padre, il prof. Federici, da piu’ di 40 anni professore di neurologia all’Universita’ di Perugia. Lui che è sempre di poche parole questa volta ne ha spese mille, riconoscendo la grande competenza e le qualita’ umane di chi ha inventato, gestisce e lavora per il residence.

Per questa specialissima mattina della vigilia ho voluto con me anche mio figlio Frank Albert: ha disegnato per i piccoli ospiti del residence Chianelli cavalieri con gli elmi e con le maschere proprio come loro! Prima di salutarli abbiamo investito Samuele della carica di ‘cavaliere della maschera, difensore dei deboli’ con una bacchetta della batteria. Ce ne siamo andati con un sorriso nel cuore e la speranza di tornare presto, non per fare del bene, ma per stare bene. Così come ci hanno fatto sentire loro, oggi, in questo mondo colorato dove la speranza non muore mai.

Chi è Isabelle Adriani

Isabelle è un’attrice e scrittrice che ha già partecipato a più di 20 film e 10 fiction e scritto 9 libri, sarà anche la doppiatrice di JEANETTE IN ALVIN SUPERSTAR 3 in uscita al cinema il 3 gennaio 2012, è anche attrice al cinema con ‘Il cuore grande delle ragazze” di Pupi Avati, in ‘Baciato dalla fortuna’ con Salemme e protagonista lo scorso 8 dicembre dell’ultima puntata di Don Matteo che ha avuto un enorme successo con 9 milioni di spettatori. Prossimamente la vedremo in ‘Venuto al mondo’ di Sergio Castellitto con Penelope Cruz, e in ‘Ci vediamo a casa’ di Maurizio Ponzi. Sarà inoltre il sostituto procuratore Cenni nella fiction ‘L’Isola’ di Alberto Negrin che andrà in onda su Raiuno. In passato l’abbiamo vista vestire i panni della ballerina di flamenco Mercedes in ‘Che bella giornata’ con Checco Zalone, e quelli di spia in  ‘Faccio un salto all’Havana’ con Brignano, per poi comparire in ‘Maschi contro femmine’ nella parte della bella Svetlana. L’anno scorso ha recitato ne ‘La prima cosa bella’ di Virzì, in ‘The American’ con George Clooney.
Isabelle studia recitazione, canto e danza dall’età di 7 anni e fin da bambina, colleziona libri di storia e fiabe. Ha pubblicato il suo primo libro ‘La Farfalla Blu’ a 19 anni per poi laurearsi a 22 presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Perugia. Ad oggi ha pubblicato 7 libri di fiabe e 2 romanzi storici sull’origine storica delle fiabe, in particolare la fiaba di Cenerentola. Nel 2012 uscirà negli Stati Uniti  il suo libro: ‘Cinderella, Art and History’, edito dalla Fondazione Brant sulla vera storia della celebre favola.

Come giornalista ha ideato, cura e conduce dal lunedì al venerdì alle ore 9.45 su Canale 5 ‘Accadde Oggi’, un almanacco di storia e aforismi che porta alla rete, in soli pochi minuti, ascolti di grande successo.

Jeanette-Isabelle

Isabelle Adriani sarà una delle voci di Alvin Superstar 3: Si salvi chi può!, commedia di animazione in uscita il 3 gennaio al cinema. Interpreterà la Chipette Jeanette, una delle simpatiche protagoniste del film. Alvin Superstar 3: Si salvi chi può!, distribuito da 20th Century Fox, per la regia di Mike Mitchell, è il terzo episodio di una franchise di enorme successo. In questa nuova avventura i Chipmunks e le Chipettes si ritrovano su una splendida nave da crociera prima di rimanere bloccati su un’isola deserta.

(24 dicembre 2012)

Donare il sangue nell’era di Facebook, Twitter e Youtube

Di Francesco Pira

La cultura, nella fase liquido-moderna, è fatta per così dire a misura della libertà di scelta individuale. E’ destinata a servire alle esigenze di questa libertà. A garantire che la scelta rimanga inevitabile: una necessità di vita e un dovere. E che la responsabilità, compagna della libera scelta, rimanga là dove la condizione liquido moderna le ha imposto di stare: a carico dell’individuo, ormai nominato amministratore unico della politica della vita. (Z. Bauman, 2008)

Francesco Pira con il grande filosofo e sociologo anglo-polacco Zygmunt Bauman

Qualcuno ha scritto che la comunicazione sociale è in crisi. Non soltanto per le risorse (economiche e umane). In crisi di idee! I dati sono controversi e gli strumenti aumentano. E per questo oggi è importante fare una riflessione e fotografare la situazione attuale. Facciamo prevalere l’ottimismo e proviamo a vedere cosa sta accadendo, naturalmente anche richiamando gli studi fatti, non soltanto in Italia. Una cosa è certa: dirigenti e volontari devono affrontare nuove sfide per penetrare nella cortina di informazioni che ci sommergono e, oggi, il mezzo migliore per trovare donatori è il più popolare dei social network: Facebook. Se oggi i social network sono luogo di elezione delle relazioni dei digitali nativi, gli utenti sono i donatori di sangue del domani. Il volontariato e l’impegno sociale possono essere la risposta ad una ricerca di partecipazione. Ma bisogna esserci, mettersi in contatto ed essere disposti a mettersi in discussione.

Partiamo dai dati relativi all’uso di Facebook in Italia, resi noti recentemente dal Country Manager di Facebook Italia, Luca Colombo. Sono 19 milioni gli utenti italiani di Facebook attivi ogni mese. Ben 5 milioni accedono dal cellulare, il 54% sono uomini, il 46% donne e il 35 % degli utenti ha più di 35 anni. La tragedia di Haiti prima, il terremoto dell’Abruzzo poi, dimostrano che il passaparola su internet ha assolto una funzione centrale di mobilitazione e presa di coscienza dell’opinione pubblica, oltre che avere dato luogo ad azioni concrete come la raccolta fondi o l’organizzazione logistica e operativa. La mobilitazione sul referendum evidenzia che sulle grandi questioni la rete assolve un ruolo forte, seppur non unico. Il problema è culturale: attraverso la rete noi affrontiamo i problemi quotidiani. Il lato positivo di Facebook e dei social network è che possono fungere da strumento di mobilitazione, restituendo consapevolezza attraverso l’informazione. La conduzione della campagna elettorale di Obama è stata l’ennesima dimostrazione del grande potere di Facebook, della possibilità che offre di portare all’attenzione di una gran parte della società problemi che nascono dal basso e la cui eco giunge fino ai media, ma ha anche evidenziato la differenza dell’uso che se ne fa in Italia, dove gli argomenti nascono comunque dai media, per poi svilupparsi nella Rete.

Ci vuole, però, buonsenso nell’uso di tutti i social network ed è necessario che ci poniamo alcune domande: “l’individuo è davvero protagonista? Controlliamo questo spazio di relazione? Fino a che punto posso raccontare quello che mi capita sapendo che andrà oltre la pagina del mio profilo? Mi posso fidare dal mio social network?”. Paradossalmente, nell’epoca della convergenza culturale, come la definisce il direttore del MIT Henry Jenkins, della comunicazione multipiattaforma, la manipolazione dell’informazione può essere amplificata e massificata. Jenkins osserva in una sua intervista sull’autorevolezza delle fonti internet: “È interessante osservare che aldilà di grandi nomi come New York Times o Financial Times, i siti internet davvero influenti o autorevoli non sono sempre noti. Finora abbiamo misurato autorevolezza e successo di un mezzo di informazione in base al numero di copie vendute. Ma sulla Rete non è così: l’attendibilità si conquista nelle nicchie. E non ha molto senso chiedersi se una qualsiasi fonte di informazione sia autorevole: la domanda corretta da porsi è: autorevole e importante per chi?”. Ecco che allora sul web Internet propone siti alternativi di informazione ma “very influential”, come Alternet.org con un milione e mezzo di visitatori, nato sull’iniziativa dell’Indipendent Media Institute che propone un mix di informazioni e servizi su diversi temi con l’intento di coinvolgere i cittadini utenti. E come Huffingtonpost.com uno dei du blog al femminile più influenti degli Stati Uniti, guidato da Arianna Huffington e per venire alla nostra Italia, potremmo citare il vituperato Dagospia. Jacques Julliard, storico editorilista del Nouvel Observateur, nel suo ultimo saggio “La Reine du monde” teorizza il passaggio dalla democrazia rappresentativa alla democrazia d’opinione.

Introducendo un nuovo soggetto “L’uomo ordinario” Julliard  sostiene che ormai siamo al crepuscolo del vecchio parlamentarismo, che la sola ratifica parlamentare senza quelle dell’opinione pubblica non basta alla reale applicazione di un provvedimento legislativo. In tutto ciò, sostiene che vi sia un ruolo fondamentale esercitato da Internet. La rete è una chance, ma anche un grande rischio: Internet abolisce la diseguaglianza nell’opinione. Veicola l’idea demagogica che siamo “tutti dotti” o “tutti giornalisti”. In politica l’opinione dell’ubriacone del bistrot all’angolo è legittima quanto quella del professore al College de France. Nella scienza no. La scienza è impermeabile all’idea di democrazia. Se Wikipedia fosse esistito all’epoca di Galilei, avrebbe scritto che la terra è immobile e il sole le ruota intorno. Perché “questa era l’idea della maggioranza”. Alla luce di queste riflessioni di eminenti studiosi di scuole filosofiche di diversa ispirazione, sorge spontaneo chiedersi quale sia la strada giusta da percorrere. Come l’informazione veicolata sul web si innesti con strumenti e nuove forme di relazione che si stanno moltiplicando attraverso i social network.

Uno dei punti focali di questi nuovi modelli di informazione nasce proprio dalla relazione interazione che ognuno di noi ha nel momento in cui leggiamo una notizia e ne facciamo oggetto di discussione e di condivisione con la nostra rete di relazione, con la quale entriamo in contatto con una frequenza sempre maggiore. Tanto che in un articolo pubblicato dal New York Times, in cui un autorevole opinionista si chiede “cosa spinge milioni di persone a condividere incessantemente minuto per minuto la propria vita e altri a interessarsi incessantemente moment by moment della vita altrui?”. L’articolo del New York Times  evidenzia il concetto di “consapevolezza ambientale” e , a quanto pare, è per molti irresistibile, espresso più volte dagli scienziati sociali. È una specie di consapevolezza estrema del ritmo della vita di qualcuno altro, un ritmo mai conosciuto prima. Il paradosso della consapevolezza ambientale è che ogni piccolo aggiornamento, ogni singolo bit di informazione sociale è insignificante di per sé, anche estremamente superficiale talvolta. Ma prese tutte insieme, nel tempo, queste microinformazioni diventano un ritratto sorprendentemente sofisticato della vita altrui, fornendo la possibilità di un’esperienza psicologica interpersonale del tutto inedita.

Quanto sin qui esposto apre lo spazio ad una riflessione più ampia, legata non più solo al modo in cui veicoliamo conoscenza e informazione, ma al modo stesso in cui, come sostiene De Kerchkove in un suo recente articolo, siamo di fronte al passaggio da un’era geologica ad un’altra: “Stiamo slittando dall’epoca televisiva e analogica a quella reticolare e digitale. Il passaggio non comporta semplicemente un avvicendamento di strumentazioni e di modi di comunicare. Sperimentiamo, invece, una profonda mutazione che riverbera sul nostro modo di abitare, di relazionarci all’altro, di concepire il tempo e lo spazio e di definire la nostra personalità”. Sorge spontaneo il dubbio: come è possibile diffamare o speculare su un’associazione di donatori di sangue? Purtroppo, non è raro incorrere in episodi del genere in cui addirittura i giornali giungono a riportare notizie non verificate che nascono dai social network e poi si scoprono fasulle e completamente opera di fantasia. Un esempio è la storia di Amina Arraf, giovane e bella blogger siriana, lesbica, perseguitata a Damasco e oggetto di violenze, conclusasi quando Tom MacMaster, attempato studente americano, che vive ad Edimburgo, ha dichiarato di essere lui ‘A Gay Girl in Damascus‘. Il pericolo reale della realtà social è, infatti, quello di creare un’esistenza parallela in cui avviene perdita di coscienza per omologarsi e adeguarsi a un unico format imposto dall’alto. In una recensione di Zadie Smith al film “The Social Network” pubblicato sull’ultimo numero della New York Revue of Books ‘Generation Why?, la giovane narratrice britannica esprime la propria preoccupazione, sostenendo il pericolo di diventare 500 milioni di vittime consenzienti, imprigionate nei pensieri spensierati di uno studente. Siamo rimasti delusi dal film, da cui speravamo di trarre una spiegazione su come mettere insieme 500 milioni di persone, mentre ancora una volta l’attenzione era sul singolo, su relazioni di coppia o amicizia, concentrandosi su come vincere cause e ‘fregarsi’ a vicenda. Per costruire qualcosa di positivo è, invece, necessario il confronto, l’utilità dei social network deve appunto essere volta a tematiche sociali; affinché ciò accada, però,  in un momento in cui le informazioni ci sovrastano, bisogna conoscere i linguaggi e le prospettive per gestire la situazione. Per dirigenti e volontari dell’Avis la sfida dei social network è affascinante, ma occorrono formazione e informazione per vincerla.

ISTRUZIONI  PER L’USO

– La società globale in rete è liquida, frammentaria perché crea inclusi ed esclusi, individualista

– Le reti nello stesso tempo sono una grande opportunità proprio perché mettono in rete gli individui in una logica cooperativa e collaborativa

– I digitali nativi rappresentano la grande sfida per far nascere una nuova cultura partecipativa

– Social network e videogiochi come luoghi di sperimentazione e apprendimento

– Gli adulti, le agenzie formative sono chiamate a scoprire l’autorevolezza informale per supportare i giovani nel percorso di acquisizione di consapevolezza e costruzione identitaria

– La sfida è quella di trovare un punto d’incontro tra coloro che naturalmente comprendono la tecnica e coloro che mettono a disposizione la conoscenza per creare nuova conoscenza.

CHI È FRANCESCO PIRA

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Francesco Pira è docente di comunicazione delle Organizzazioni complesse e di Relazioni Pubbliche presso il Corso di Laurea in Relazioni Pubbliche dell’Università degli Studi di Udine. Insegna Comunicazione Pubblica presso lo Iusve di Venezia Mestre (sezione aggregata dell’Università Pontificia Salesiana) e presso l’Università di Messina. È docente del Master in Comunicazione Pubblica e Politica dell’Università di Pisa. È docente del Master in Comunicazione Pubblica e Politica dell’Università di Pisa.  Giornalista, ha scritto una ventina tra saggi e manuali sulla comunicazione pubblica, sociale e politica. Ha svolto attività di ricerca per Centri Servizi del Volontariato. Ha ricevuto numerosi premi, tra i quali “Athena Aurea”, “Euromediterraneo”, “Oscar del Web” e “Penne Pulite”.

 

 


 

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