Obbligo origine materia prima per latte, pasta, riso e pomodori. Ma la “materia prima” plasma, è meno importante?

Riportiamo da un comunicato stampa del MIPAAF (Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali) giunto oggi in redazione:

“Il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali rende noto che è stato firmato oggi dal Presidente del consiglio Paolo Gentiloni, in qualità di Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, e dal Ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda il decreto con il quale si assicura l’applicabilità fino al 31 marzo 2020 dei decreti ministeriali che hanno introdotto l’obbligo di indicazione dell’origine della materia prima sull’etichetta del latte, della pasta, del riso e del pomodoro.

Si tratta di un provvedimento resosi necessario per evitare vuoti di disciplina e incertezze interpretative, in attesa della applicazione del regolamento di esecuzione in materia adottato dalla Commissione europea, prevista per il 1 aprile 2020, in corso di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione. Gli ulteriori mesi di sperimentazione di queste misure consentiranno di garantire trasparenza verso i consumatori e valorizzazione dei prodotti italiani”. 

Una misura sacrosanta per garantire la provenienza dei prodotti made in Italy e la loro genuinità e sicurezza alimentare. È indubbio che nel nostro Paese, da sud a nord, la cultura del cibo “sano” è millenaria. Ed è tanto l’impegno che ci mettono i nostri agricoltori nel garantire prodotti scevri da OGM e in linea con le rigide leggi italiane in materia di alimentazione.

Altrettanto impegno, se non addirittura di più, ci mettono donatori di sangue e plasma, associazioni e medici trasfusionisti per adeguarsi ogni giorno alle sacrosante norme in merito alla sicurezza del sangue e del plasma, “materia prima” quest’ultimo per la produzione di farmaci salvavita. Più volte è stato chiesto dalle associazioni di donatori (Avis in testa) e in più in occasioni pubbliche che “anche” sui plasmaderivati del Naip (Nuovo accordo interregionale plasma), con capofila la Regione Veneto, venisse apposto il pittogramma indicato dal Ministero della Salute.

Pubblicato in Gazzetta Ufficiale ormai due anni fa, il pittogramma certifica che il plasma usato per la produzione di plasmaderivati in c/lavorazione è “donato” da donatori volontari, non retribuiti, periodici e… italiani. E non fa parte, quindi, del fiume di plasma prodotto nel mondo da donatori retribuiti. Fatto sta che, mentre per uova, pasta, riso, e pomodori (importantissimi alimenti alla base della dieta mediterranea) si tratta di un OBBLIGO, per i plasmaderivati si tratta di una semplice “facoltà”  demandata alle Case farmaceutiche.

Finora, in Italia, l’unica regione che ha “semplicemente” chiesto e “semplicemente” ottenuto dall’azienda di plasmaderivazione di apporre il pittogramma è la Toscana. Lo stesso Accordo interregionale con capofila la stessa Toscana, e l’altro con capofila l’Emilia Romagna, hanno introdotto nel capitolato di gare in corso per la plasmaderivazione l’obbligo del pittogramma.

Il NAIP-Capofila Veneto, pur essendo stato molto efficiente e veloce nell’esperire e assegnare la gara di plasmaderivazione che permette, perfino, di inviare in tutta l’UE e teoricamente anche “valorizzare” i prodotti eccedenti non l’ha previsto. E tantomeno non ci risulta sia mai stata fatta una richiesta posteriore all’assegnazione della gara. Il latte delle Prealpi bellunesi, il riso vialone nano veronese DOP, il Riso del Delta del Po o i Bigoli, per esempio, avranno diritto a fregiarsi dell’indicazione di origine in Europa. Il plasma dei donatori veneti e delle altre regioni aderenti al NAIP per produrre farmaci salvavita, no… Che strano che è il mondo!

Beppe Castellano 

 

“Cyberbullismo: nemico feroce, ma non imbattibile”. Il Prof. Francesco Pira per Dono&Vita su un problema attualissimo

Francesco Pira, oltre ad essere tutto ciò che potete leggere in coda all’articolo, è per noi prima di tutto un grande amico. Della Redazione e dell’Avis. Innumerevoli sono stati, negli anni, le collaborazioni con l’Associazione e il nostro giornale: ci inviava dall’Università di Gorizia anche i suoi migliori studenti di comunicazione per “farsi le ossa” e imparare come “si fa” un periodico che parla a più di 100mila volontari. Da sempre si occupa di comunicazione digitale, dei suoi pregi, dei suoi difetti e dei suoi pericoli. Con questo articolo, attualissimo, che ci ha concesso riapriamo anche la rubrica “Penne d’oro”. Fu inaugurata proprio da Francesco nel 2011. Nata dall’esigenza di ovviare all’informazione sempre più veloce e schizofrenica, cercando di riscoprire il gusto dello “scrivere”, della lettura, dell’approfondimento. Vi troverete via via “pezzi” di colleghi giornalisti, comunicatori, scrittori, poeti, tutti amici dell’Avis che “sanno usare la penna” (e la testa) e i quali molte volte hanno collaborato con la nostra Redazione o… viceversa. Saranno invitati dal direttore a scrivere liberamente su queste pagine virtuali (ma anche sul periodico a stampa) senza alcun paletto e nessuna preclusione di stili, argomenti, storie da raccontare. Tutti, ne siamo certi, aggiungeranno qualche tassello in più al nostro vivere, e crescere, quotidiano. Buona lettura. La Redazione

I genitori accusano la scuola, la scuola accusa i genitori. Nel frattempo i ragazzi continuano a vivere nella loro dimensione e le istituzioni sottovalutano il problema. Si è creato un cortocircuito preoccupante e in questo vulnus il cyberbullismo rischia di proliferare. Possiamo considerare il cyberbullismo un allarme sociale o quasi.
Non si tratta più di episodi circostanziati, che di volta in volta possono essere affrontati. Gli ultimi dati nazionali parlano di un caso di cyberbullismo al giorno. Quelli europei piazzano l’Italia ai primi posti. Oggi esiste una forte rappresentazione del sé e una grande voglia di apparire. Prevaricare gli altri e mortificarli, e far vedere a tutti come si è bravi a farlo, fa parte di questa voglia di mettersi in mostra.

Noi che giocavamo nei cortili per interi pomeriggi, dopo aver fatto i compiti, a volte stentiamo a capire come si possono trascorrere ore ed ore seduti sul divano con in mano il tablet o lo smartphone. Ed anche i giovani genitori che comprano tablet di ultima generazione o I-Phone super accessoriati sottoscrivendo finanziamenti nei megastore dei centri commerciali ai loro figli a volte dicono “ai nostri tempi…”

A noi maschietti pre-adolescenti bastavano un centinaio di figurine Panini, i doppioni per movimentare un pomeriggio che poteva essere noioso. Alle nostre dirimpettaie femminucce invece Barbie anche spelacchiate da pettinare. Oggi nelle scuole si fanno corsi di formazione per docenti e si cerca di coinvolgere i genitori. In decine di scuole in Italia ed in Europa, dove i dirigenti sono più sensibili, e forse anche più preoccupati, le parole che fanno paura sono sexting e cyber bullismo.

Sexting è l’invio e/o la ricezione e/o la condivisione di testi, video o immagini sessualmente esplicite/inerenti la sessualità. Spesso sono realizzate con lo smartphone o il tablet, e vengono diffuse attraverso whatsapp o tramite la condivisione con il bluetooth. Dirigenti scolastici ci hanno detto, in varie parti della Sicilia, che di casi ce ne sono stati. Ma che la sensibilità degli insegnanti e l’intervento delle autorità hanno tamponato, almeno per ora. L’altra parola che fa spaventare docenti e genitori siciliani è la versione digitale del bullismo.

Il cyberbullismo consiste in atteggiamenti e comportamenti da parte di pre-adolescenti o adolescenti, finalizzati ad infastidire, offendere, spaventare, imbarazzare, umiliare la vittima predestinata. Spesso un compagno o una compagna di scuola. Le aggressioni sono frequenti, continue e intenzionali. Bullismo e uso inconsapevole del proprio corpo nella fase pre -adolescenziale non sono fenomeni nuovi. Ma ciò che è radicalmente cambiato è il contesto sociale e il sistema di relazioni al suo interno.

In una recente ricerca condotta in quattro paesi europei Italia, Spagna, Inghilterra e Bosnia Erzegovina sono stati raccolti 2000 questionari compilati in forma anonima da preadolescenti e adolescenti. I trend sono simili, con qualche punta su bulli e cyberbulli in Italia e Inghilterra. L’andamento è simile in tutti i paesi rispetto alle vittime di atti di bullismo indiretti e diretti, così come di cyberbullismo. Da quanto emerge dalla ricerca europea, in Italia le percentuali di bullismo sono più elevate rispetto ad altri paesi. Consideriamo che se parametriamo i dati italiani, è patrimonio comune il fatto che al sud si denunciano questi fatti meno che al nord. Nessuna differenza significativa è possibile rilevare tra paesi per quel che riguarda appunto il cyberbullismo. In Bosnia Erzegovina i cyberbulli usano soprattutto il cellulare rispetto al pc. In Italia e in Europa cresce la preoccupazione tra i genitori. In molti paesi europei esistono scuole per genitori per comprendere rischi e opportunità delle nuove tecnologie.

Cosa possono fare i genitori

Ma proviamo a tracciare una mappa su che cosa può fare un genitore. Oggi accade, purtroppo che il virtuale sostituisca il reale. In molti incontri a cui ho partecipato in vari istituti scolastici ho raccomandato ai genitori di scoprire cosa i loro figli condividono attraverso il tablet o lo smartphone, e soprattutto cosa trasmettono. Evitare che sulla rete viaggino dati personali, foto e video spinti. E’ molto facile che un cyber bullo posso usare questi materiali per ricattarli. Ho scoperto in molti incontri che i genitori in Italia non conoscono l’esistenza del social ASK.FM molto frequentato da pre-adolescenti. Tra i 60 e i 70 milioni di persone il numero degli iscritti. L’Italia è tra i paesi che lo utilizzano di più, con Brasile, Turchia e Stati Uniti. Il sito esiste dal 2010. E’ nato in Lettonia. Le controversie sono il pane quotidiano. Per Ilja Terebin, il fondatore non è il male assoluto: “La verità – ha spiegato in un’intervista – è che i genitori non sanno come i figli socializzano. Essi pensano che quando vanno a scuola, per esempio, tutto quello che fanno è risolvere i problemi di matematica. Se sapessero ciò di cui i ragazzi in realtà parlano, sarebbero molto più spaventati. Su Ask.fm possono vederlo. Ma certe cose accadono ovunque, sia online che offline”.

Un figlio che subisce violenze da un cyber bullo deve essere aiutato e sostenuto. E’ opportuno consigliare alla vittima di non reagire con sms o altre forme di comunicazione in risposta alle provocazioni. Occorre conservare tutto quello che viene trasmesso dal cyber bullo come prova. Contattare il provider e chiedere di bloccare quanto è stato pubblicato o inviato. Naturalmente poi avvisare la Polizia Postale.

Passiamo al capitolo sexting. Il termine nasce dall’unione delle parole sex (sesso) e texting (invio di testi). Molti pre-adolescenti e adolescenti, ci sono stati parecchi casi anche in Sicilia, per conquistare un ragazzo o una ragazza trasmetto immagini erotiche, in pose molto accattivanti attraverso lo smartphone o il tablet. A volte la fiducia di questi ragazze o ragazzi viene tradita da chi riceve che fa girare attraverso whatsapp le immagini. O nelle peggiore delle ipotesi le trasmette a siti porno. Come ho avuto di spiegare in diverse trasmissioni televisive o radiofoniche, tutto nasce per il rapporto che il pre-adolescente o l’adolescente ha con il proprio corpo. E soprattutto perché spesso la minorenne o il minorenne non comprende cosa può portare inviare l’immagine del proprio corpo in rete. È ormai moda tra i teenagers veicolare queste immagini attraverso whatsapp, ormai il mezzo più usato per la trasmissione. Le immagini vengono registrate ovunque: a casa, nei bagni delle scuole, durante le feste. A volte le stesse ragazze o gli stessi ragazzi creano dei veri e propri set. Per questo è importante che papà e mamma siano formati nel loro percorso di genitorialità a sostenere anche l’urto di un problema simile. Quindi trasmettere autostima, consapevolezza dell’uso delle tecnologie, la comprensione delle terribili conseguenze di un uso disinvolto del proprio corpo. Tutto molto difficile, ma va fatto.

I nuovi termini

L’evoluzione continua della tecnologia sta modificando in modo profondo la società, il sistema di relazioni, di esercizio del potere, i valori di riferimento. Nascono nuove definizioni delle quali stiamo tutt’ora cercando di definire i contenuti: Mobile Born (i più piccoli capaci di usare tablet e smarphone meglio degli adulti), Digitali nativi (pre adolescenti e adolescenti), Immigrati Digitali (chi è stato costretto ad usare le nuove tecnologie per lavorare) e Famiglia digitale (dove i componenti dialogano attraverso la rete più che a casa o di persona).

La rete rappresenta un’occasione unica per tutti noi, in termini di conoscenza, ma questa condivisione della cultura e della conoscenza non deve diventare, invece, pericolosa nel momento in cui  utilizziamo il web per delle devianze che non sono assolutamente sopportabili. Utilizzare i nuovi strumenti per vivere la propria dimensione. Magari con il vantaggio che oggi con i calciatori puoi chattare sui social e non guardarli in una figurina. E che la bambola virtualmente puoi vestirla con capi di alta moda. Qualcosa è cambiato ma non perdiamo il senso della comunità, anche sul web, che ci regalava il cortile.

 

Prof. Francesco Pira

Brevi note biografiche del Prof. Francesco Pira

Francesco Pira, è professore di comunicazione e giornalismo presso il Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università degli Studi di Messina, dove è Coordinatore Didattico del Master in “Manager della Comunicazione Pubblica”  e di Comunicazione Pubblica e d’Impresa presso lo IUSVE l’Università Salesiana di Venezia e Verona. È visiting professor presso l’Università Re Juan Carlos di Madrid.  Svolge attività di ricerca nell’ambito della sociologia dei processi culturali e comunicativi. Dal 1997 svolge indagini su vecchi e nuovi media, pre-adolescenti e adolescenti. Ha intrapreso una battaglia personale contro il Cyberbullismo e il sexting. Su questi temi ha tenuto: conferenze in Italia e all’Estero con studenti, corsi di formazione per docenti e genitori ed è stato nominato come Esperto in progetti PON e del Ministero della Pubblica Istruzione rivolti agli Istituti Scolastici.

Saggista e Giornalista è autore di numerosi articoli e pubblicazioni scientifiche. Opinionista dei quotidiani on line La Voce di New York,  Affari Italiani e del magazine Spot and Web, è Direttore Editoriale del giornale on line Scrivo Libero dove tutte le domeniche pubblica un Video Editoriale e firma la Rubrica PIRATERIE, dedicata alle nuove tecnologie, nelle pagine culturali del quotidiano “La Sicilia”. Scrive per riviste specializzate.

È attualmente consulente di Avis regionale Calabria. È stato relatore in convegni internazionali e conferenze in India, Thailandia, Grecia, Danimarca, Francia, Croazia, Slovenia, Spagna, Portogallo e Belgio. Nel 2010 e nel 2011 è stato coordinatore scientifico e moderatore dell’International Communication Summit che ha visto la presenza di Alastair Campbell, ex portavoce di Tony Blair e di Zygmunt Bauman, uno dei più noti sociologi e influenti pensatori contemporanei. Nel giugno 2008 per l’attività di ricerca e saggistica e giornalistica, è stato insignito dal Capo dello Stato, on. Giorgio Napolitano, dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana e ha ricevuto numerosi Premi nazionali e internazionali.

Cambiano le persone, ma non quella pazzia-utopia del 1927. Buon Natale e buon 2018 dalla vostra Redazione.

Si chiude questo 2017, l’anno in cui si è celebrato il 90° di Avis. Non era solo il compleanno di Avis nazionale, ma di tutte le Avis. Era, secondo me, ancora di più. Era il 90° dalla nascita di un’i-dea, a quei tempi del tutto rivoluzionaria e controcorrente.

Un’idea che “rompeva” (ricordiamoci che era il 1927) ogni schema della medicina e della stessa Società del tempo. Nessuno, infatti, aveva allora il nostro attuale “diritto alla salute”, salvo chi poteva “comprarselo”. Fu sancito dalla Costituzione che sarebbe arrivata soltanto 20 anni dopo. Una delle Costituzioni più belle del mondo, che oggi dobbiamo ancora applicare totalmente. Basterebbe quello, per essere ancor più faro di civiltà nel mondo. Fu l’Italia, grazie a un medico “eretico”, Vittorio Formentano, il primo Paese al mondo ad avviarsi sulla strada della totale gratuità di un dono vitale.

Lottarono contro tutto e contro tutti, per difendere quell’ideale di civiltà, quel pugno di “partigiani” convinti dell’uguaglianza fra gli uomini. Nessuna razza, nessuna religione, nessuna fede politica, nessun censo, nessuna nazionalità poteva ai tempi di Formentano e Moscatelli fare la differenza, quando una “persona” era ammalata e bisognosa. Anche il nemico aveva diritto di ricevere il loro sangue.

È una fiaba, una storia inventata buona per un fumetto? Tra l’altro leggetevelo quello di Avis nazionale, vale la pena. No, è storia. Ancor oggi vive quell’utopia. Vive ancora, quello spirito.

Quello spirito ha permeato in questi 90 anni anche tutte le altre associazioni del dono del sangue che, in fondo, da Avis hanno preso spunto. Come la Fidas, che nacque a Torino e Udine nel 1959, “costola” delle locali Avis. Le sigle possono cambiare, le persone anche “litigare” (si fa per dire), ma l’ideale rimane. Per fortuna. Mia, di un ricevente, di tutti…

Permettetemi un pizzico di orgoglio nazionale (come italiani ci difetta fin trpèèp, sempre propensi a lamentarci): prima in questo senso lo è ancora, la nostra Italia nel mondo.

Voi, esercito di donatori volontari, periodici, non remunerati, disinteressati e in gran parte associati ogni giorno andate a donare sangue e plasma. Un esercito di quasi due milioni di cittadini che semplicemente va… Va a dare un po’ di sé

La sola Avis, l’anno scorso, ha superato complessivamente i 2 milioni di donazioni. Più di 5.600 associati Avis in media ogni giorno, in ogni angolo d’Italia, vanno a farsi “bucare”. Donando, semplicemente donando, tutti eredi di quell’idea-utopia.

Ora la esportiamo nel mondo, ancora una volta, dopo che Avis e Formentano hanno fondato la Fiods nel 1955. È quell’idea-utopia della gratuità e della solidarietà laddove non esiste ancora il “diritto alla salute”, se non te lo paghi. Laddove le partorienti muoiono ancora per emorragia perché non c’è sangue, se non te lo compri.

Allora possiamo anche litigare fra persone, fra dirigenti, cambiare vertici associativi e pure i presidenti, l’essenziale è che rimanga saldo il “nocciolo”. Quella “pazzia” che dal 1927 vi pervade.

Vi lascio con un augurio e un brindisi per un sereno Natale con i vostri cari e per l’anno nuovo… Auguri e Buon Dono a tutti. I molti che non possono donare, che usufruiscono del vostro dono disinteressato, vorrebbero essere come voi.

Beppe Castellano

Se n’è andato il Professor Agostino Traldi, pioniere dell’emofilia e della plasmaderivazione in c/lavorazione

Il professor Agostino Traldi, 89 anni, Immunoematologo-trasfusionista, pioniere nella cura dell’Emofilia in Italia  e della lotta per il “plasma sicuro” da donatori volontari, periodici, non remunerati ed… associati, inventore della plasmaderivazione in C/lavorazione in convenzione (ora patrimonio italiano) è morto.

Se n’è andato ieri sera, circondato dall’affetto della sua famiglia, all’ospedale di Lucca, città dove si era trasferito dopo aver lasciato il “suo” Centro per le Malattie del Sangue di Castelfranco Veneto.

Il funerale si svolgerà domattina, venerdì 16 giugno, ore 11.30 presso la chiesa di San Cassiano a Vico, Via delle Ville, frazione di Lucca. Agostino partirà poi alla volta di Modena, per la sepoltura nel paese di famiglia.

La notizia si è sparsa stamattina in tutta Italia come un fiume in piena. Centinaia e centinaia sono infatti gli emofilici che, grazie al professor Traldi e alla sua equipe sono oggi Uomini… Vivi. Fu il primo fra pochissimi,  dai più inascoltato, voci nel deserto in mezzo  i medici che curavano l’Emofilia a dare l’allarme sui pericoli di infezioni nel Fattori della coagulazione importati dall’estero dove il plasma veniva prelevato a pagamento. E centinaia sono anche gli avisini che grazie a lui hanno “capito” e conosciuto come il mondo trasfusionale non fosse solo… sangue, ma anche il prezioso plasma fonte, anche, di interessi miliardari di case farmaceutiche.

Se la “strage degli innocenti” (centinaia di emofilici deceduti per Aids ed Epatiti) degli anni ’80 in Italia non ha avuto la stessa incidenza che in altri Paesi, lo si deve soprattutto alle sue intuizioni e alla “ferocia” con cui difendeva i suoi “ragazzi” emofilici.

Fu lui ad “inventare” a metà degli anni ’80 la plasmaderivazione industriale in c/lavorazione. Il mezzo con cui il plasma dei donatori volontari viene inviato all’industria farmaceutica che lo trasforma in medicinali plasmaderivati “salvavita” che restano di proprietà pubblica. Questo per difendere i suoi “ragazzi”.

Fu lui che si batté con tutte le sue forze per diffondere la “cultura della sicurezza del dono” fra i volontari del sangue, Avis in primis. Questo per difendere tutti gli ammalati e salvare la vita dei suoi “ragazzi” del Centro Emofilici di Castelfranco Veneto che fondò nel 1973 (proveniente da Castelfranco Emilia, Modena).

Chi scrive era uno di quei “ragazzi” – provenivano da tutta Italia per curarsi in Veneto da Traldi – che si sono salvati.  Sull’onda dell’emozione non credo quindi di poter raccontare oggi con l’obiettività che mi impone il mio mestiere di giornalista. Riporto quindi i link con la cronaca scritta da altri, sul nostro periodico online e cartaceo, in occasione del convegno svoltosi il 25 novembre 2013 a Castelfranco Veneto e dedicato a Traldi e al 40° del Centro Emofilici che oggi continua a esistere ed operare. Un convegno fortemente voluto dai suoi “ragazzi” e dai “fratelli di sangue” delle Avis (Comunale, provinciale Treviso e Regionale Veneto).

Come “ex ragazzo” posso solo dire… Ciao Agostino, medico. Vero. E ripeterti ciò che i “tuoi” ex ragazzi (oggi in molti ormai padri di famiglia) scrissero dietro il ritratto che ti donarono nell’occasione:

A chi ci ha resi uomini, poi lottatori, e alla faccia di chi diceva che eravamo solo dei “malati”. Grazie Agostino!”

Il primo articolo è di Michela Rossato, il secondo di Barbara Iannotta.

Beppe Castellano,

Milano, 15 giugno 2017

Oltre 200 “fratelli di sangue” per l’incontro con Traldi a Castelfranco

Un “patto di sangue” donatori-pazienti lungo 40 anni che… continua

Panta Rei: Dono&Vita cambia, ma continuerà a narrare il divenire

Il filosofo greco Eraclito, circa 2500 anni fa, insegnava come “non ci si bagna mai due volte nella stessa acqua di un fiume”: Panta Rei, Tutto Scorre. Sempre i Greci – e sempre più di duemila anni fa – sostenevano che l’adynaton, l’impossibile per eccellenza, è che ciò che è avvenuto possa non essere avvenuto. Ogni nostro istante non è mai uguale all’altro e noi non siamo mai gli stessi, da un istante all’altro, da un tempo all’altro, da un giorno all’altro. Tutto cambia, sempre, dentro e fuori di noi, anche se non sempre riusciamo a percepire questo incessante mutamento. Anche leggendo soltanto queste poche righe iniziali, quei pochi di voi che vi si sono avventurati non sono più gli stessi di cinque minuti fa.

Dovete scusarmi, cari e impavidi lettori, se ho scomodato nientemeno che i filosofi greci per introdurre il nuovo “vestito” del nuovo periodico. Noi speriamo che vi piaccia, il nostro nuovo look, è più agile, più colorato, più… Giovane. E di questo ringraziamo le due giovanissime grafiche di Verona che hanno avuto e “studiato” l’idea grafica della nuova impaginazione. Come direttore responsabile una promessa posso farvela. Si cambia, sì. Ci si adegua ai nuovi modi di “fare” stampa, ai nuovi mezzi per comunicare, ma non smetteremo mai di raccontare e raccontarvi: ciò che “scorre”, ciò che continuamente cambia e muta attorno a noi e a voi.

Non lo faremo “filosofeggiando” (scusate stavolta la mia debolezza, non accadrà più…). Non indugieremo troppo sui “massimi sistemi”, continueremo però ad approfondire gli argomenti concreti, quelli che ci riguardano tutti: associazione, donatori-lettori, pazienti-riceventi, mondo scientifico. A volte lo faremo interpellando i “massimi esperti”, ma senza cadere nella prosopopea e nei termini o concetti astrusi o difficili. Andremo sempre più ad integrare queste pagine “a stampa” con il Dono&Vita web e sui “social” così da poter essere il più possibile sul “pezzo” e sulle notizie.

È un progetto complessivo dell’Avis regionale che si dipanerà nel prossimo futuro. Su questo chiediamo anche la vostra collaborazione, di donatori e dirigenti Avis. Sono SEMPRE ben accetti e ben accolti i vostri imput e i vostri suggerimenti. Ciò che cercheremo di evitare sempre più, invece, sarà l’autoreferenzialità. Brutta parola, ma che si sostanzia in quel: “quanto siamo buoni, quanto siamo bravi…” che, alla fine, a noi-voi non dice nulla di nuovo (lo sappiamo già) e a chi ci legge dall’esterno, per capirlo, bastano semplicemente i Fatti. Quelli che, appunto, continueremo a raccontare anche con il “vestito nuovo”.

Beppe Castellano, direttore responsabile Dono&Vita

Angelo, il donatore-bambino del 1913 che salvò l’amico emofilico

C’erano una volta… e forse ci sono ancora. Sembrano favole, ma saranno favole vere. Un filo rosso li unirà. Il quando sarà oggi, ma anche ieri o… più di un secolo fa. Oppure può essere anche domani. Per ognuno di noi e di voi. Ci è parso un bel modo per augurare, a tutti voi e noi, un felice Natale 2014. E per inaugurare una nuova “pagina” di Dono&Vita web.

 

La prima volta in cui un “avisino” effettuò una donazione-trasfusione braccio a braccio fu esattamente 101 anni fa. Fu prima ancora che l’Avis nascesse ufficialmente, 14 anni dopo nel 1927, grazie al sogno di Vittorio Formentano. L’avisino in pectore aveva soltanto 6 anni, si chiamava Angelo Frosio, non sapeva ancora che sarebbe entrato più tardi a far parte della grande famiglia Avis. Il ricevente fu un suo amichetto e vicino di casa di 3 anni, Fernando Ravasio. Il piccolo, emofilico, stava morendo per un’acuta emorragia come già era successo ai suoi due fratelli maggiori, affetti dallo stesso deficit. Angelo, con cui giocava sempre in cortile, si offrì volontariamente da dare il suo sangue: non voleva perdere l’amico del cuore.

Frosio/Ravasio
Angelo Frosio e Fernando Ravasio

Non è una fiaba e neppure un racconto di De Amicis dal libro “Cuore”. È storia vera e documentata. Qui accanto si tengono per mano in una foto d’epoca, dopo la trasfusione e la, pur temporanea, “guarigione”. La storia ce l’ha raccontata, un giorno, il Professor Mario Zorzi, 95 anni, lucidissimo “decano” dei Presidenti nazionali Avis e cultore della storia della medicina. La stampa dell’epoca dette molta enfasi all’episodio. Grazie a ciò, in particolare alla mitica “Domenica del Corriere” e all’archivio web del ”Corrierone”, ovviamente incuriositi, l’abbiamo approfondita. È riportata anche in una bella pubblicazione, “Un dono lungo cent’anni”, dell’Avis provinciale di Brescia che ringraziamo.

Fu un vero miracolo della medicina. I gruppi sanguigni (A, B, AB e 0) erano stati scoperti solo pochi anni prima (1901) da Karl Landsteiner, medico austriaco a Trieste, mentre la scoperta del fattore Rh era ancora di là da venire (1940).

FRosio Brescia
Angelo e Fernado sul lettino di “prelievo”

Fu la prima trasfusione riuscita e documentata dalla stampa nella storia italiana. Fra i due bambini non fu per la precisione braccio a braccio, bensì “braccio a… piede”: dalla vena radiale dell’Angelo, a una del piedino di Fernando. A quell’età, anche oggi, trovare una vena “agibile” è sfida per polsi che non tremano.

“Fernando – ci ha raccontato il professor Mario Zorzi – era caduto dalle scale una settimana prima, si era rotto un labbro e sanguinava copiosamente dalla bocca.

Il professor Zorzi
Il professor Zorzi

Il suo sangue non poteva, ovviamente, coagularsi, fu ricoverato all’Ospedaletto dei Bambini appena aperto. Era ormai quasi dissanguato, in fin di vita. I medici non potevano far nulla per fermare l’emorragia. Allora – ma anche fino a 50 anni fa in Italia e in molte parti del mondo ancor oggi, ndr – chi aveva questa malattia era quasi sempre destinato a una, pur breve, vita di dolori e morte certa in caso di emorragie. Fu così che quel medico coraggioso, fondatore dell’ospedaletto dei Bambini di Brescia, osò ciò mai era stato tentato prima. Questo grazie all’atto generoso, e ancor più coraggioso, di un bambino “compatibile” e della sua famiglia”.

Il bimbo donatore, quando nacque l’Avis a Brescia nel 1935, pare divenne uno dei volontari. Di sicuro fu un valido testimonial. Nel libro “Un dono lungo cent’anni” Francesco Zane riporta infatti come, nel 1965, il donatore Angelo Frosio ormai 58enne venne festeggiato durante la festa per il 30° di fondazione.

FRosio Brescia
Angelo Frosio a 20 anni

Frosio, tra l’altro, divenne un ingegnere meccanico e in età giovanile perfino un quasi olimpionico atleta di “Forza e Costanza”, società sportiva del ventennio a Brescia. Si sposò ed ebbe una figlia, Mariarosa, ancora vivente e memore di quell’impresa di un “padre bambino”. Il destino dei due amici però si divise, i Frosio andarono ad abitare poco fuori città, a Nave in Valle del Garza.

E il piccolo Fernando? Anche lui crebbe e si sposò, nonostante l’Emofilia. Ebbe a quanto pare anche lui una figlia. Divenne presto, a quanto abbiamo appreso, anche un artista: incisore citato in alcuni testi critici. Fu proprio la sua passione per l’arte che all’età di 28 anni, quindi nel 1938, se lo portò via. La causa? Un’altra emorragia, ovviamente, causata stavolta da una sgorbia con cui si ferì gravemente una mano. L’Avis, certo, c’era già, ma evidentemente stavolta un donatore non arrivò in tempo.

Il dottor
Il dottor Magrassi, in primo piano coi baffi “umbertini”

Ma qual’era il nome del medico che effettuò la temeraria “operazione”? È una coincidenza e curiosità nella curiosità che ci riporta, ancora una volta, ad oggi. Il medico si chiamava Artemio Magrassi, fu fondatore dell’Ospedalino dei Bambini di Brescia e tra l’altro autore di una “Storia sanitaria di Brescia – 1880-1950”. Il dottor Magrassi, nato a Pavia, guarda caso si era laureato a Torino con il professor Carlo Forlanini, fratello maggiore di Enrico (aviatore e ingegnere) cui è intitolato a Milano il viale dove ha sede Avis nazionale. Corsi e ricorsi storici. O fiabeschi?

Beppe Castellano

Quella lunga “linea rossa” che attraversa la vita e la solidarietà.

Dalla “Pagina del direttore”, numero di dicembre 2014 di “Dono&Vita”

Di solito, quando si parla di “linea rossa”, si parla di fatti di sangue (non donato, ma versato) oppure di confini insuperabili. Per questo giornale non è così. La linea, in verità, è un po’ spezzettata e qualche curva la fa. Più che una linea è un lungo filo rosso, che percorre tutto questo numero. Oppure un nastro rosso (siamo a Natale…) che avvolge e impacchetta ogni pagina. Quasi fosse un “pacco dono”, quest’ultimo numero del morente 2014. Siamo riusciti a farlo, sperando che vi piaccia, raccontando, narrando. Storie, semplicemente storie di uomini, di donne, perfino di bambini di cento e più anni fa. Storie semplici di oggi, di ieri, anche di domani. Partiamo dall’inizio? Da chi non può più donare… Ma che può ancora collaborare, come la donatrice che “apre” il nostro giornale. Una parte cospicua, sei pagine, è dedicata al grande “dono” della ricerca. Quella pura, quella che non scende a compromessi con il mercato, quella che punta dritto al cuore della malattia, piuttosto che alla Borsa. Ed è sostanzialmente proprio la Ricerca pura – permettetemi la maiuscola – che richiede grande coraggio. Da parte dei ricercatori stessi. Prima di tutto il coraggio di esplorare vie sconosciute e inesplorate, verso la guarigione delle malattie. Potranno forse rivelarsi vicoli ciechi, ma qualcos’altro sarà stato aggiunto alla conoscenza collettiva. Già è il coraggio di voler conoscere, capire, sapere, che oggi sembra scemare via via. Ed è anche il coraggio di essere sempre se stessi, di sapere fin dall’inizio che se non vogliono o non vorranno in futuro scendere a compromessi dovranno rassegnarsi a non arricchirsi, mai. Ed eccole, quindi, le storie “grandi” di Fondazione Telethon o più “piccole”, ma non meno importanti perché fatte ugualmente con cuore e testa, di Fondazioni più piccole come la nostra Tes. Sono storie di oggi, quelle che si dipanano e si intrecciano in questo numero, di giovani entusiasti di donare e di donarsi, di stare insieme, di contribuire a “costruire” qualcosa. Non di mattoni e cemento, ma con i più antisismici e indistruttibili mattoni della solidarietà. E sono storie umili, di gente comune, di anziani pescatori che – scorriamo il Samaritano 2014 – oggi nei nostri mari pescano uomini, donne e bambini, più che pesci. E lo fanno in modo “naturale”, cercando di salvare vite. E lo fanno senza alcuno sforzo verso chi non ha avuto la fortuna di avere i nostri, di doni: pace, benessere (pur “relativo” come ci sembra oggi, abituati bene com’eravamo), cibo, acqua, per non parlar del superfluo. S’intrecciano le storie, sì. Fra l’Africa del Cuamm, per esempio, i suoi “ospedali” di oggi e i nostri “ospitaletti dei bambini” di inizio secolo nella (oggi) ricchissima Brescia. Allora senza sangue si moriva, oggi senza sangue si muore… Soprattutto lì, dove nulla c’è rispetto a noi. Èd è una parte fin troppo estesa, ancora, del mondo. È un coro, questo numero, o forse è meglio dire una grande orchestra in cui ogni storia è uno strumento. Ogni strumento musicale può certamente suonare da solo, perfino un triangolo o un ottavino, suscitando in chi ascolta sensazioni piacevoli. Ma in un Inno alla Gioia o in una Carmina Burana, la musica penetra direttamente nel cuore di chi ascolta (e vi resta per sempre) solo se tutti gli strumenti e le voci “lavorano” insieme. Ognuno per la sua parte, grande o piccola che sia, più o meno considerata o “udita” che sia dal pubblico. Quando si raggiunge quest’armonia, ogni componente di coro e orchestra può conservare benissimo la sua individualità, ma in quel momento tutto diventa possibile, perché ognuno si stempera, donandosi, all’altro e al Tutto. Buone Feste.

Il direttore Beppe Castellano

Plasmaderivati infetti, Poggiolini e la storia infinita: 1993-2015?

Poggiolini
Duilio Poggiolini

Non accadrà più, non può e non deve più accadere. Ne sono garanzia gli ormai sempre più “feroci” controlli che il plasma in Italia subisce dall’inizio degli anni ‘90 e la serietà che tutti voi donatori mettete ogni giorno nel donare, assieme all’impegno dei vostri dirigenti associativi. Ormai veri e propri “cani da guardia” nell’uso e nella destinazione del vostro dono. Il “Plasma Master File”, in arrivo entro il 31 dicembre 2014, non è che l’ultimo step di un percorso di sicurezza sempre più avanzata per la produzione in c/lavorazione dei plasmaderivati ricavati dal dono gratuito, volontario, periodico.

Ma verrà un giorno in cui, forse, qualcuno scriverà la vera “storia infame” delle infezioni da plasma “infetto e importato” in Italia. La storia di (poche) Cassandre che “gridavano nel deserto” avvertendo dei pericoli e di altri (tanti) – medici, professionisti, politici, alti funzionari di Stato, imprenditori e dirigenti di aziende farmaceutiche – che, nella migliore delle ipotesi, “non sentivano”. Nella peggiore, invece, sapevano e vedevano e, forse, lucravano. Sulle sofferenze di chi, rincorrendo una vita migliore, senza dolore, quasi “normale”, incontrava invece virus mortali in farmaci… “salvavita”. No, la storia intera non è stata e non può essere scritta perché ancora continua. Possiamo raccontarla solo attraverso scampoli di cronaca. Come quella del “Processo di Napoli”. L’11 luglio scorso si è svolta la prima udienza a carico di 9 imputati (fra cui Guelfo Marcucci), rinviati al giudizio della Terza sezione penale del Tribunale di Napoli per “omicidio colposo plurimo aggravato”.

Alcuni parenti, pazienti e amici dei defunti davanti al Palazzo di Giustizia.
Alcuni parenti, pazienti e amici dei defunti davanti al Palazzo di Giustizia.

Le vittime sono anch’esse nove: emofilici, età media 44 anni, di tutta Italia, da nord a sud. Sono morti in questi ultimi due-tre anni per patologie connesse a Aids o Epatiti contratte negli anni ‘80 “grazie” a farmaci “salvavita”. Erano fattori della coagulazione prodotti con plasma di datori a pagamento raccolto chissà dove. Gli avvocati delle parti civili (le famiglie e alcune associazioni di pazienti) sostengono che i dirigenti delle Case farmaceutiche per ora sotto processo (le allora Farma Biagini, Sclavo e Aima-derivati) non potevano “non sapere” della potenziale – quasi certa allora – pericolosità di ciò che acquistavano all’estero, trasformavano e distribuivano tramite il Servizio sanitario nazionale. Il cui “deus ex machina”, negli anni ‘80, era Duilio Poggiolini, potentissimo direttore dell’allora Servizio farmaceutico nazionale (ora Aifa). Poggiolini, per chi ricorda la storia di Tangentopoli, è colui che “imbottiva” i divani di casa di miliardi in lire e monete d’oro. Fu arrestato e condannato per altre tangenti che riguardavano il suo “lavoro”. Nel redivivo “processo di Napoli”, la sua posizione è stata stralciata per un banale vizio di notifica. Probabilmente vi rientrerà quanto prima, una volta superati i cavilli procedurali.

Così come è probabile che, sull’onda del processo, analoghe richieste di rinvio a giudizio vengano avanzate da altre famiglie danneggiate anche contro le multinazionali straniere che detenevano in quegli anni oltre l’80% del mercato degli emoderivati. Gli avvocati difensori degli attuali imputati sono notissimi “principi del foro” (Stille, Di Noia, Manduchi, D’Auria) e stanno – com’è diritto di ogni imputato – sollevando eccezioni in difesa dei loro assistiti. Dall’altra parte, due sono gli avvocati di punta delle parti civili: Stefano Bertone da Torino ed Ermanno Zancla da Palermo. L’11 luglio si è costituita parte civile anche l’Avvocatura dello Stato, evidentemente danneggiato, che ha chiesto 55 milioni di danni agli imputati. Si sono costituite nella stessa data anche alcune associazioni di pazienti fra cui la stessa Federazione delle Associazioni Emofilici, le venete Lagev e Comitato 210/92 per un’equa giustizia, l’Associazione Politrasfusi di Torino.

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Napoli, ultima tappa per la Giustizia?

Il primo processo sul “plasma infetto” si aprì a Napoli nel 1993, fu poi avocato da Trento nel 1999 (epidemia colposa a danno di centinaia di pazienti), poi ancora a Napoli nel 2003 per “competenza territoriale” richiesta dai difensori. Qui scattò la prescrizione nel 2009 per il reato di epidemia, ora si riapre con il “nuovo” reato per i “nuovi” morti. La seconda udienza, interlocutoria, era fissata per il 3 ottobre. La prossima è prevista per il 29 dicembre. Chissà che, insieme ai tradizionali fuochi di Capodanno, Napoli non ci riservi “botti” di miglior genere. Pare infatti che anche lo “stralciato” Poggiolini rientrerà in tal data nel procedimento “comune”. Quasi certa la costituzione di parte civile da parte di altre associazioni regionali di pazienti emofilici. Gli avvocati difensori degli imputati, intanto, avrebbero già manifestato l’intenzione di presentare eccezione di… incompetenza territoriale per Napoli. Sì, la storia continua…

Beppe Castellano

Eccoci con il nuovo maquillage di “Dono” online

Due anni fa lanciammo, in occasione dell’assemblea regionale 2011 a Vittorio Veneto, il nuovo sito di “Dono&Vita”. Il 20 aprile, in occasione della 42ª assemblea regionale prevista a Vicenza, sarà l’occasione per presentare ai delegati presenti il nuovo “vestito” del nostro-vostro giornale online.

Se il mondo “corre”, la tecnologia (internet in particolare) corre a velocità quadrupla. Quindi anche noi ci adeguiamo. Non solo a “correre” – poiché fermarsi e rallentare per riflettere fa sempre un gran bene – ma a essere fruibili in modo più moderno e piacevole da chi corre, sì, ma vuol avere sempre con sè le notizie della “sua” Avis.

Ci abbiamo “lavorato” qualche mese, a mettere a punto – con confronti e suggerimenti anche in Comitato di redazione – il nuovo “DonoWeb”. Speriamo di averlo reso davvero più appetibile soprattutto da parte di quel pubblico – ci siamo accorti dai “gradimenti” delle varie notizie – che sul web ci è più affezionato: i giovani, i giovanissimi (molti i minorenni), le donne.

Giovani Avis "strilloni" promoter per Dono&Vita
Giovani Avis “strilloni” promoter per Dono&Vita

Sulla base di questo target privilegiato, cercheremo quindi anche di “tarare” le notizie che più possano coinvolgere. Oltre, si capisce, a quelle istituzionali e prettamente associative.

 

Ma vediamo le principali novità che potrete gustare da oggi collegandovi a www.donoevita.it e, magari, passando dalla pagina facebook donoevita.it e promuovendola fra i vostri contatti. Da sottolineare che l’aggiornamento riguarda non solo il design e la grafica, ma anche la struttura e le funzionalità.

– Nello specifico il sito è pronto per tutte le risoluzioni: dai maxi schermi da cinema, agli smartphone con gli schermi più piccoli. Iphone, ipad, blackberry, smartphone o tablet di ogni genere non avranno più problemi.

– Abbiamo poi condensato i due menu in un menu unico semplificato, eliminando le sezioni che secondo le nostre statistiche venivano visitate poco o per nulla. Abbiamo fatto in modo che le ultime notizie siano immediatamente visibili direttamente dalla home; –

– Abbiamo dato più risalto alle notizie in evidenza; non solo, ora c’è la possibilità di evidenziarle ulteriormente attraverso lo slideshow presente in home;

– La testata fotografica (slideshow) fa da padrona ed è un colorato sollievo per gli occhi;

– Possibilità di pubblicare video in modo semplice e conciso;

– Gallerie fotografiche più leggere e fruibili;

– Risolti alcuni bug minori che davano problemi con alcuni browsers.

Il resto delle novità – il sito sarà sempre e comunque in divenire – vi invitiamo a scoprirle cliccandoci ogni giorno. Aspettiamo ovviamente vostri commenti e suggerimenti.

Buona lettura, buona navigazione e un grande CIAO dalla vostra redazione centrale.

RedazioneDonoVita
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Ciao... lettori
Ciao… lettori

 

La “Pagina del Direttore” va… a scuola

Gentilissimo direttore,

quando ho letto il suo articolo pubblicato su “Dono & Vita”  in merito al premio “Samaritano 2012”, ho compreso che la sua sensibilità  è grande. Mi ha colpito profondamente quanto ha scritto, specialmente il passaggio “Sangue o Vita che possiamo tenerci o donare, donando così altra vita, altro Amore”. Di recente, noi volontari dell’Avis di Villorba e gli operatori dell’Avis regionale abbiamo incontrato i ragazzi degli Istituti superiori di Lancenigo, per sensibilizzarli al dono del sangue e devo dirle che le ho “rubato” questo articolo.

Ho fatto riflettere i ragazzi su quella frase e devo dirle che ne è venuto fuori qualcosa di molto buono. Nei prossimi mesi, inoltre, questi studenti si sottoporranno agli esami di idoneità e poi alla donazione presso il Centro Trasfusionale di Treviso e proveranno in prima persona che cosa significa donare.

Grazie per il suo insegnamento a essere più umili e sensibili, grazie di cuore.

Emanuela Feltrin, volontaria Avis Villorba

Studenti di una classe del Max Planck, prossimi donatori?

 

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