Inchiesta: Se i giovani incontrano muri o li abbattono, o se ne vanno

Facciamo parlare direttamente loro: i giovani. Davvero non vogliono impegnarsi? E quando si impegnano attivamente dopo un po’… spariscono. Non saranno forse troppi i muri costruiti attorno a loro?

inchiesta di Beppe Castellano

È  il tormentone di quasi ogni incontro, assemblea, convegno organizzato dalle nostre Avis di ogni livello: i GIOVANI! I giovani e il dono del sangue, i giovani e l’impegno in associazione, i giovani e… “ai miei tempi”, i giovani e l’impegno nel volontariato, i giovani che “li vedi una due volte poi scompaiono”... Potremmo continuare per pagine. Con questa sicuramente incompleta inchiesta, abbiamo cercato di osservare il più oggettivamente possibile il “problema giovani”, estraniandoci in parte dall’Avis e cercando chi sta affrontando il problema con studi e ricerche organiche. Il ricambio generazionale, primo dato, non riguarda soltanto Avis e dono del sangue. Certo è il settore che più potrà soffrirne nell’immediato futuro, visto il continuo calo delle nascite “autoctone”, ma coinvolge tutto il Volontariato. E con quest’ultimo anche le stesse nuove generazioni che all’orizzonte – almeno nel ristretto panorama del nostro Paese – vedono limitate le possibilità di realizzarsi. Nel lavoro e nella vita, prima di tutto, e poi chissà… In terza e quarta battuta anche nel volontariato. Abbiamo preso spunto da due interessanti indagini e ricerche. Una è “Giovani e Volontariato quali prospettive e quali sfide”. Lungi dall’essere limitato alla sola regione di Leopardi è stata realizzata dal CSV delle Marche, ma coinvolgendo anche CSV di Bergamo, Modena, Lazio/Roma, Milano, Torino, Bologna. Le OdV coinvolte nel 2017/2018 (queste sì, marchigiane) erano dieci, nessuna Avis. Finora risulta l’unica indagine organica in tal senso che ha coinvolto direttamente le organizzazioni di volontariato. E tutte soffrono degli stessi problemi dell’Avis, almeno a livello dirigenziale. In quattro Odv italiane su dieci, per esempio, i giovani partecipano quasi mai ai momenti assembleari, mentre in più del 61% non sono presenti giovani nei consigli direttivi. Fra le risposte più “gettonate” sulla permanenza o meno in un impegno costante nelle Odv due in evidenza: 1) “Se  diamo un ruolo ad un giovane, molto probabilmente resterà in associazione”; 2) “Se in contatto con volontari “senior” quasi certamente abbandonano. Difficilmente gli anziani lasciano campo libero ai nuovi arrivati”. Eppure gli adolescenti sarebbero disponibili, come ci spiega qui sotto il sociologo Tiziano Vecchiato. Con la Fondazione Zancan sta conducendo una interessante ricerca “sul campo”.

Fondazione Zancan/CRESCERE Uno studio di sei anni su mille adolescenti. Sono “a rischio”? Solo i nostri luoghi comuni.

Intervista al sociologo Tiziano Vecchiato, presidente Fondazione Zancan di Padova.

In che cosa consiste la vostra indagine? È ancora in divenire? Come è nata, come si sviluppa, quanti e quali giovani coinvolge, in che fasce di età? 

CRESCERE è un acronimo che sintetizza il senso strategico dello studio “Costruire Relazioni ed Esperienze di Sviluppo Condivise con Empatia, Responsabilità ed Entusiasmo”. È cioè un’indagine approfondita che da anni stiamo realizzando con un campione di giovani in Veneto, nelle province di Padova e Rovigo. Coinvolge oltre 1000 ragazzi e famiglie, che in questi anni si sono resi disponibili a partecipare a questo importante progetto, a rispondere alle nostre domande anno dopo anno, per dirci come stanno crescendo e affrontando i problemi dell’esistenza in una società poco disponibile ad accoglierli. 

È uno studio “longitudinale”, significa che gli stessi ragazzi sono seguiti nel tempo, sempre gli stessi, ascoltandoli nel loro percorso di crescita, per capire cosa fanno, cosa pensano, cosa cercano e come cambiano nel tempo. In pratica ci parlano di come crescono i giovani oggi, quali sfide affrontano, quali sono i fattori che favoriscono una crescita positiva. Abbiamo iniziato 10 anni fa chiedendoci come realizzare un’impresa che sembrava impossibile, visto che nel nostro Paese le ricerche sono di breve periodo e che nel mondo gli studi longitudinali sono rari e preziosi. 

Lo studio di fattibilità è durato due anni, in cui abbiamo capito come intraprendere questa sfida in un mondo che cambia rapidamente, in continua evoluzione tecnologica e sociale. 

Abbiamo scelto di fare quello che sembrava impossibile. In uno studio longitudinale è normale perdere il 20% del campione ogni anno, ma in tutti questi anni abbiamo perso solo il 20% complessivo, per ragioni di trasferimento di residenza o di crisi familiari. 

Chi ci avrebbe aiutato con le risorse necessarie? Come arrivare ai ragazzi e ai loro genitori (che poi hanno composto il campione) per condividere questa sfida? Ci sono voluti due anni per dare risposte a queste domande e progettare l’intera indagine, mettere insieme un comitato scientifico di esperti internazionali, definire gli strumenti, costruire le infrastrutture sociali nel territorio per dare continuità allo studio. Ma i risultati ottenuti e l’entusiasmo che tanti ci hanno dimostrato stanno ampiamente premiando gli sforzi, in particolare l’impegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, che anno dopo anno sostiene il progetto permettendone la realizzazione alla luce dei risultati che raccogliamo ogni anno. 

Siamo ora arrivati alla sesta annualità di raccolta dati. Quando abbiamo iniziato i ragazzi avevano 11-12 anni, ora ne hanno 18 e i cambiamenti che abbiamo osservato sono tanti. È una grande fotografia in movimento che racconta la vita di questi ragazzi a 360 gradi. Ci parla di cosa fanno del tempo libero, dell’uso di internet, di come si relazionano in famiglia. Ci raccontano di come e quanto parlano con i padri e le madri, quali difficoltà incontrano nella vita di tutti i giorni, nella scuola, nelle relazioni con gli insegnanti e i compagni. Non hanno paura di parlare delle difficoltà, del bullismo, di come reagiscono alle violenze online, della spiritualità, della fede, di come si giudicano, se hanno fiducia nelle proprie capacità, se si fidano degli altri, di come vorrebbero il loro futuro, di cosa è veramente importante per essere felici. Ci parlano anche di volontariato, del loro volontariato e del perché e come aiutano gli altri.

Il patrimonio di informazioni raccolte in questi anni è immenso, ci chiede un grande lavoro di analisi per condividere i risultati con loro, i loro genitori e tutti gli altri interessati. Li mettiamo a disposizione gratuitamente nel sito internet dedicato (www.crescerebene.org), in convegni e incontri pubblici, nelle scuole che partecipano allo studio con la speranza che tutto questo diventi servizio alle loro comunità.

Può anticiparci qualche risultato per lei significativo alla luce dell’attuale situazione sociale e, a livello sociologico, le prospettive nei prossimi anni? 

Uno dei risultati che più ha meravigliato famiglie, insegnanti, anche i giornalisti, riguarda cosa è davvero importante per i ragazzi. Da un lato ci raccontano le attività che fanno in internet, ci dicono che non potrebbero vivere senza smartphone, una prosecuzione del loro corpo e della loro mente. Anche se immersi nella realtà virtuale ciò che conta davvero per loro sono le relazioni autentiche. Alla domanda “Qual è la cosa più importante per te per essere felice?” i ragazzi mettono al primo posto gli amici, quelli veri, che “mi accettano per quello che sono”. Al secondo posto la famiglia, anche se con tanti problemi resta sempre e comunque il loro punto di riferimento, anche quando il dialogo diventa nel tempo più difficile. Nella famiglia c’è qualcuno su cui poter contare sempre, anche nei momenti difficili. Importante è l’amore e “avere qualcuno che mi voglia bene”, “che mi accetta per quello che sono”, con cui sentirsi liberi di esprimersi e stare bene insieme. Per alcuni stare bene significa pure “fare felici” gli altri: “Per me essere felice non significa solo fare le cose che ci fanno stare bene, ma anche aiutare gli altri a stare bene”.

I ragazzi di oggi hanno bisogno di essere ascoltati e considerati. Spesso ci ringraziano e dicono “Per me è bello sapere che qualcuno crede in noi e ci intervista”, “Per una volta abbiamo avuto l’opportunità di scrivere su ciò che noi adolescenti sentiamo dentro, pensiamo e proviamo”, “Alcune domande sembrano assurde ma ti fanno capire come sei dentro e in cosa potresti migliorare”.

Giovani e futuro. Giovani e propria “realizzazione”. Giovani, impegno sociale e… volontariato. Che cosa ne pensa in particolare di quest’ultimo argomento? Secondo le sue sensazioni è vero che, oggi in particolare, i giovani sono poco propensi all’impegno sociale come volontari? 

Abbiamo fatto proprio queste domande ai ragazzi, perché ci interessava capire qual è la loro propensione ad attivarsi e il loro potenziale generativo. In Sardegna, in collaborazione con il Centro Servizi Volontariato Sardegna Solidale, abbiamo realizzato due ricerche con i giovani, coinvolgendo 900 ragazzi tra i 14 e i 18 anni, per capire quanto vivere in ricchezza o in povertà incide sulla capacità di pensare e progettare il futuro. Due ragazzi su dieci fanno parte di gruppi e/o associazioni: scout o altri gruppi giovanili, coro o gruppo musicale, gruppo di ballo, parrocchia, associazioni sportive, culturali, a difesa dell’ambiente o di volontariato. Il 13% fa attività di volontariato per aiutare gli altri: «Dono il sangue», «passo per il paese per ritirare i viveri», «faccio oratorio durante l’estate», «vado in comunità dove lavora mia mamma per stare con gli anziani e passare del tempo diverso dal solito», «regalo i vestiti che non uso più», «impegno sociale contro le mafie», «insegno delle tecniche da portiere ai più piccoli», «do ripetizioni (gratis)», «mi rendo utile nei blog o altri siti per rispondere alle domande dei ragazzi che hanno bisogno di aiuto o di attenzione». A chi non fa volontariato abbiamo rivolto domande per capire le potenzialità di ogni ragazzo e la propensione a mettere a disposizione il proprio tempo e le proprie capacità per aiutare chi ha bisogno. Abbiamo chiesto se qualcuno ha mai proposto loro di fare qualcosa di utile per gli altri, in quasi la metà dei casi nessuno li ha mai incoraggiati in questo senso. Lo stimolo maggiore viene dai genitori. Poi vengono gli insegnanti, le parrocchie, gli allenatori… Abbiamo anche chiesto «Se ne avessi la possibilità, ti piacerebbe mettere a disposizione le tue capacità e/o il tuo tempo per aiutare chi ha bisogno?». Quasi otto ragazzi su dieci hanno risposto di sì (78%). Un aspetto interessante è che i ragazzi sono disposti a offrire tempo e capacità indipendentemente dal fatto che siano ricchi o poveri. Vi sono invece differenze per genere ed età. Le ragazze sono mediamente più propense ad attivarsi per aiutare chi ha bisogno. Il desiderio di aiutare aumenta al crescere dell’età: è più timido quando i ragazzi hanno 14-15 anni e poi cresce nel tempo.

Abbiamo osservato le stesse dinamiche tra i ragazzi veneti dove più di un ragazzo su quattro fa volontariato. Si va dall’impegno sporadico (qualche volta all’anno) a tutte le settimane. Con l’età aumentano i ragazzi che fanno attività a favore degli altri (a 12 anni erano il 20%, a 16 anni sono il 37%). Vi sono differenze tra ragazzi: anche qui le ragazze sono più disponibili a fare volontariato. 

Tipo di scuola: gli studenti del liceo fanno più volontariato rispetto a tecnici e professionali. La ricerca si è poi concentrata sulle capacità dei giovani che si sono resi disponibili. Abbiamo chiesto loro di riflettere su cosa in pratica potrebbero fare per aiutare chi ha bisogno. Non è stata una domanda facile, molti di loro ci hanno pensato a lungo prima di rispondere. Ecco soltanto alcune delle loro affermazioni:

• Aiutare gli anziani, per esempio fare la spesa e se vedo una signora anziana in difficoltà la aiuto; 

• Dare ripetizioni ai ragazzi in difficoltà nella scuola;

• Donare qualche soldo al mese;

• Far sorridere;

• Mi piacerebbe aiutare i bambini a svolgere i compiti per casa, oppure prestare dei servizi benessere agli anziani nelle case di riposo;

• Stare con i bambini che non stanno bene o hanno qualche problema»

• Per esempio riciclare e ripulire i parchi. Però con qualcuno non da sola;

Alcuni hanno decritto la sfida come incontro di capacità e potenzialità in questo modo: 

• Innanzitutto chiedere ai bisognosi cosa io possa fare;

• Ascoltare le persone in difficoltà e aiutarle a trovare una soluzione;

• Mettere a disposizione le mie capacità;

• Condividere la mia passione con altri, e magari insegnare a chi volesse imparare»

• Dipende da chi ha bisogno e da quale sia il problema, prima di tutto cerco di capire che problema ha e poi cerco una soluzione insieme a colui che ha bisogno»

• Mettere alla prova le mie capacità e le mie risorse per fare del bene e aiutare le altre persone.

Sono pensieri importanti, da valorizzare nei contesti di vita, in famiglia, nella scuola, nelle comunità locali. Per i ragazzi è importante riflettere su cosa è possibile fare per gli altri e con gli altri, con quali capacità e competenze per consolidare sistemi di fiducia preziosi e necessari per crescere bene.

Sarebbe utile una ricerca più approfondita su giovani e volontariato, estesa anche ai nuovi cittadini, in collaborazione fra la vostra Fondazione e le Odv?

Meglio se a questa domanda risponde la vostra redazione… 

E noi tale domanda la giriamo ai lettori e alle Avis. Dibattito aperto!

Che cos’è la Fondazione Zancan: 55 anni di ricerche nel sociale

La Fondazione «Emanuela Zancan» Onlus è un centro di studio, ricerca e sperimentazione che opera da oltre cinquant’anni nell’ambito delle politiche sociali, sanitarie, educative, dei sistemi di welfare e dei servizi alla persona. La sua mission è “contribuire alla ricerca scientifica di rilevante interesse sociale, con particolare riguardo all’area delle politiche sociali, dei servizi alla persona e delle professioni in essa operanti” (art. 2 dello Statuto). Svolge le sue attività grazie alla collaborazione di molti studiosi ed esperti italiani e stranieri. Collabora con enti statali, regioni, province, aziende sanitarie, comuni, università, centri di studio italiani e internazionali e con soggetti privati per studi, ricerche, sperimentazioni. 

La Fondazione è sorta nel 1964, in ricordo di un’assistente sociale: Emanuela Zancan, vicedirettrice della Scuola superiore di Servizio sociale di Padova, che morendo ancor giovane lasciò la sua liquidazione alla Scuola perché fosse utilizzata in un’opera con finalità sociali. La somma costituì la prima pietra per la realizzazione della Fondazione. È riconosciuta dal Ministero degli Interni onlus di “ricerca scientifica di rilevante interesse sociale”. Presidente è il sociologo Tiziano Vecchiato (foto sopra). La Fondazione edita una  interessantissima rivista bimestrale “Studi Zancan – Politiche e Servizi alle Persone”, con ricerche, dati, spunti di riflessione (da fonti certe ed autorevoli) su welfare e dinamiche sociali. 

Info: www.crescerebene.org www.fondazionezancan.it

Dall’incostanza nel donare, al non impegno: alcuni fra i perché…

Abbiamo fatto parlare alcuni giovani. Sono tutti già in Avis, impegnati in varie attività (Gruppi giovani) o – anche ex – nel Servizio Civile. Ai giovani “esperti”, abbiamo chiesto perché molti non vanno oltre la 2ª donazione o non si impegnano in associazione. “Troppa burocrazia”; “Lavori precari che non permettono di chiedere permessi”. Anche perché… “I Centri trasfusionali sono aperti solo nei giorni feriali, con problemi a chi deve chiedere il permesso di lavoro. Solo alcuni in Veneto aprono sabato e domenica”; Fanno idoneità, magari dopo aver incontrato Avis a scuola, poi per tatuaggi, tempi d’attesa lunghi, viaggi all’estero, abitudini di vita non “in linea” sono sospesi (anche temporaneamente) e si stancano, poi non ci pensano più, rinviano e non vanno più a donare.  Così come quando aspettano mesi per i risultati dell’idoneità”; 

“Questione del partner fisso, questa è una lamentela frequente”. 

Infine: “Il momento della donazione non e più un modo per ritrovarsi con gli altri, per scambiare due chiacchiere, organizzare iniziative insieme. Si dona, si va via…”; “I giovani non si sentono abbastanza coinvolti, non si sentono accolti da un volontariato giovane. Solo in rarissimi casi si riesce a creare un ambiente “moderno” in Avis”; “Quando poi si sente dire: si è fatto sempre così…”.  C’è da riflettere.

Pomeriggio fra giovani universitari entusiasti in Centro trasfusionale

Abbiamo sentito, per chiudere, alcuni “neofiti”, alla visita di idoneità. Grazie alla Comunale di Venezia che in due giorni – dopo una mail a studenti, professori e dipendenti di Cà Foscari – ha visto una massiccia adesione di giovani all’invito. In 20 donne e 6 uomini hanno “esaurito” in due ore i posti prenotabili sul web per le 4 ore di due pomeriggi in cui il primario Gessoni teneva aperto il Centro trasfusionale lagunare per anamnesi, visite, colloqui, prelievi. Ancor di più sono in coda per “l’appello autunnale”. Come la prima ragazza a uscire (sarebbe stata la 27ª) che, dopo aver compilato il questionario, ha chiarito i dubbi col medico: “Ho appena cambiato fidanzato, non lo sapevo, tornerò certamente alla prossima di ottobre”. Agli “abili” (esami di idoneità permettendo), abbiamo chiesto le impressioni, man mano che uscivano col… buco.

Isabel, 24 anni, già laureata in Relazioni internazionali comparate, bergamasca, ma ormai veneziana di residenza, anche come volontariato: “Collaboro già a Venezia con alcune associazioni, da Lega Ambiente alle Misericordie e altre. Saputo che si poteva anche donare, eccomi qui. Problemi col questionario? Nessuno, tutto chiaro”. Manuel, 23 anni, di Pavia, laureando in lingue orientali: “Ho visto la mail d’invito solo a tarda sera, il giorno che l’hanno inviata. E non avevo fatto in tempo a prenotarmi, erano già tutti prenotati i posti. Per fortuna se n’è liberato uno all’ultimo momento. Avevo già pensato di donare, ma mai avuto occasione. Sono volontario nel Comitato della Croce rossa al mio paese, ora “passerò” donatore Avis a Pavia, ma Venezia e i veneziani già mi mancano”. Roberta, 20 anni, da Chieti, Economia e Commercio Inglese: “Non sapevo come si potesse donare, Avis e Università mi hanno fornito con la mail le informazioni, grazie. Sul questionario nessun problema, mi avevano spiegato, entrando al centro trasfusionale, che per qualsiasi dubbio posso chiedere al medico… È bello donare”. Altre due ragazze, Andrea e Francesca di 23 anni, le “interroghiamo” in sala ristoro, mentre fanno conoscenza. Stesso corso di laurea magistrale in Economia e Gestione delle Arti, non si erano mai viste prima: Andrea è da Torino, Francesca da Verona, parlano quasi in coro: “È un po’ che ci pensavo, sono contenta di averlo fatto, da soddisfazione pensare di aiutare qualcuno (Francesca); “Bella la sensazione di fare del bene. Poi i medici sono disponibilissimi a spiegare ogni cosa e anche i volontari Avis – dice Andrea – sono simpatici e disponibili. Io poi che a Venezia voglio rimanerci…”.


Dono del sangue e sani stili di vita: con “Io Valgo” Avis entra nelle aziende con incontri mirati e gratuiti

È partito ufficialmente “Io valgo”, il progetto di promozione del volontariato negli ambienti di lavoro per i giovani e le organizzazioni.

Obiettivo dell’Avis regionale Veneto è coinvolgere le aziende più sensibili del territorio in momenti di sensibilizzazione al volontariato e alla donazione del sangue attraverso incontri gratuiti per i dipendenti. Un’iniziativa che nasce dalla constatazione che negli ultimi anni, all’interno della propria attività economica, sempre più organizzazioni e aziende (che siamo abituati a pensare solo come a luogo per far business) guardano alle necessità sociali del territorio in cui operano.

In questa prima fase, Avis sta individuando le aziende interessate ad organizzare presso la propria sede questi incontri personalizzati ed interattivi di sensibilizzazione al volontariato e alla donazione di sangue e/o incontri di promozione alla salute e a sani stili di vita, con operatori professionisti. Grazie al finanziamento della Regione Veneto, gli incontri di 1 ora sono totalmente gratuiti e possono essere adattati alle esigenze dell’impresa dove si svolgono.

Partner del progetto di Avis regionale sono le Avis provinciali di Venezia e Vicenza e l’Abvs Belluno.

Collaborano le altre Avis provinciali del Veneto, Centro Servizi Volontariato e Forum Terzo Settore del Veneto, Confartigianato Imprese Veneto, Cisl Veneto, Ail (sezione di Venezia) e Associazione Il Castello di Venezia.

Con questa iniziativa le aziende potranno contribuire a costruire una società civile più attenta, motivando il personale e rafforzando i legami interni in una condivisione dei valori solidali.

Chi desidera ricevere informazioni può scrivere a progetto.iovalgo@avis.it o telefonare al 331 6809078

Associazioni nazionali del Dono, prima volta in rete: Adisco, Admo, Adoces Aido, Avis, Croce Rossa, Fidas e Fratres

Un momento del convegno per il 40° della legge sul Servizio sanitario nazionale. Palazzo San Macuto, Roma.

Trapianti di organi e di tessuti, trapianti cellule staminali emopoietiche da midollo osseo o da cordone… Sangue, emocomponenti, plasmaderivati. Per far quelli, servono questi ultimi. Sempre, a volte in modo massiccio. È un intreccio indissolubile il binomio trapianti-sangue. E per la prima volta in Italia, ieri nella Sala refettorio di Palazzo San Macuto a Roma (Camera dei deputati), otto Associazioni di volontariato del Dono si sono messe insieme per attivare iniziative comuni in particolare verso i giovani e nelle Scuole.

La firma dell’accordo fra le otto associazioni

Adisco, Admo, Adoces, Aido, Avis, Croce Rossa Italiana, Fidas e Fratres hanno infatti firmato un accordo d’intesa. Per i prossimi cinque anni verranno poste in essere iniziative comuni in particolare per “incrementare l’educazione dei giovani alla solidarietà e alla donazione, con particolare riferimento alla donazione del sangue, degli emocomponenti, degli organi e dei tessuti, del midollo, di cellule staminali ed emopoietiche e del sangue cordonale“. Le otto associazioni andranno a braccetto anche per “sostenere i rapporti con le Istituzioni e con gli Organismi tecnici di riferimento” e per “incrementare l’educazione dei giovani alla solidarietà e alla donazione, con particolare riferimento alla donazione del sangue, degli emocomponenti, degli organi e dei tessuti, del midollo, di cellule staminali ed emopoietiche e del sangue cordonale”.

I rappresentanti delle otto associazioni nazionali con l’on. Lucchini

Non a caso il protocollo d’intesa è stato sottoscritto in occasione del convegno su “I 40 anni del Ssn e il ruolo delle associazioni del dono” per celebrare la Riforma sanitaria del 1978 fortemente voluta dall’allora Ministro della Sanità, la veneta Tina Anselmi. “Una riforma – ha detto Gianpietro Briola (presidente nazionale Avis e coordinatore pro tempore di CIVIS) che assicura l’assistenza sanitaria gratuita a tutti i cittadini, di qualsiasi condizione sociale”. È un segno di civiltà e attenzione verso la persona malata che ha pochi altri esempi simili anche nei paesi più avanzati. “Oltre a evidenziare gli aspetti positivi che hanno portato alla sua approvazione – ha continuato Briola citando Tina Anselmi e il senatore Dario Cravero, all’epoca presidente Fidas che lavorò alla riforma – abbiamo però voluto anche ricordare che la rete di solidarietà delle associazioni del dono di sangue, cellule, tessuti e organi richiederà anche in futuro il necessario sostegno – anche in termini di risorse – per assicurare la cura dei pazienti e la diffusione di un’adeguata cultura della solidarietà nel Paese. L’accordo siglato è la dimostrazione della nostra volontà di lavorare insieme e di essere ancora più incisivi e protagonisti nelle scuole e nell’educazione delle giovani generazioni”.

Flavia Petrin, presidente nazionale Aido

Le otto associazioni rappresentano più di 4 milioni di donatori periodici – per quanto riguarda quelli di sangue e plasma di Avis, Croce Rossa, Fidas e Fratres – o di aspiranti tali per Adisco, Admo, Adoces e Aido. Quest’ultima, tra l’altro, è stata rappresentata direttamente dalla sua presidentessa nazionale, la veneziana Flavia Petrin.

Fra gli interventi è stato particolarmente applaudito quello del presidente uscente delle Fratres, Sergio Balestracci, che ha posto l’accento sulla “cronica assenza delle istituzioni e degli stessi parlamentari in momenti di unione così importanti fra le associazioni di volontari, nonostante noi si sia direttamente in… casa loro”.

Sergio Balestracci, Fratres

Al convegno infatti l’unica deputata presente è stata l’on. Elena Lucchini che ha seguito attentamente tutti i lavori.  Solo messaggi di felicitazioni per la sigla dell’Accordo, dal Ministro della salute Giulia Grillo e dal Ministro dell’Istruzione Marco Bussetti e saluti dalla presidente della XII Commissione Affari sociali della Camera, Marialucia Lorefice e, con un video, dall’on. Giusy Versace.

La firma è avvenuta alla presenza – in una sorta di ruolo di testimoni garanti – del direttore del Centro Nazionale Sangue, Giancarlo Liumbruno, del Centro Nazionale Trapianti (con la portavoce Daniela Storani, in rappresentanza del direttore Alessandro Nanni Costa) e di Maria Rita Tamburrini che dirige l’Ufficio 7 – Trapianti, sangue ed emocomponenti del Ministero della Salute. Presenti anche un centinaio di dirigenti e volontari delle 8 associazioni.

La firma dell’accordo di ieri anticipa anche il protocollo d’intesa che prossimamente le Associazioni del dono di materiale biologico sigleranno con il Ministero dell’Istruzione (Miur).

Servizio di Beppe Castellano

“Dieci piccoli indiani… E poi non ne rimase nessuno”: grave allarme sulla cronica carenza di trasfusionisti:

L’allarme della SIMTI sulla carenza dei medici trasfusionisti.

Da tempo, il presidente della Simti (Società Italiana Medicina Trasfusionale e Immunoematologia) lo dice in vari convegni specialistici e anche avisini. E non è il solo. L’allarme lo avevamo ripreso già in primavera, con il numero 2 di Dono&Vita (distribuito a giugno). Qualche politico e amministratore, anche regionale, ha sì recepito a parole il problema, ma facendo spallucce ha dichiarato come sia “un problema che riguarda tutte le specialità mediche ed è nazionale”. Della serie… che ne possiamo noi?

È di ieri il reiterato allarme del Dottor Pierluigi Berti affidato alla stampa con una lettera accorata che solleva tutti i, gravissimi, problemi del mondo trasfusionale. Una ulteriore “voce che griderà nel deserto”, quella di Berti? Il deserto in cui si trovano i medici che ancora resistono nelle “riserve indiane” dei Centri trasfusionali. Più che la “profezia” di Highlander, per restare in tema cinematografico-letterario, nel caso in questione sarebbe meglio citare il romanzo (poi film del 1976) “Dieci piccoli indiani… e poi non ne rimase nessuno”. Era di Agatha Christie, il romanzo, la signora del giallo… Giallo-Plasma? (B.C.)

Ecco l’intervento di Pierluigi Berti sul “Quotidiano Sanità” di martedì 11 dicembre. 

Gentile Direttore, del tutto giustamente, la dott.ssa Mirka Cocconcelli sottolineava ieri il grave problema della carenza di chirurghi negli ospedali, problema anche dalla Sua testata più volte richiamato. La Collega concludeva il suo articolato ed a tratti accorato intervento con le parole “La profezia dice che ne rimarrà uno solo, non di Highlander, ma di chirurghi!”.

Ebbene, quel giorno l’unico chirurgo rimasto rischia, quando avrà necessità di richiedere trasfusioni per i suoi, presumo, moltissimi pazienti, di non trovare neppure un ultimo “Highlander trasfusionista” pronto (come sempre finora) ad accogliere la sua richiesta ed assegnare gli emocomponenti che serviranno. Rischia, quel giorno che temiamo non troppo lontano, di non trovare nessuno quando chiamerà il Servizio Trasfusionale.

Le statistiche ufficiali purtroppo non ce lo dicono: lo strumento di rilevazione delle attività trasfusionali (SISTRA), Sistema Informativo dei Servizi Trasfusionali) dovrebbe riportare un quadro attuale della situazione del personale in tutte le strutture trasfusionali del Paese, ma l’aggiornamento dei dati da parte delle regioni è di norma annuale, e non sempre riesce a tener dietro a quanto sta oggi succedendo e di cui abbiamo conoscenza dai nostri associati: concorsi deserti, estrema carenza di specialisti nelle discipline che consentono l’accesso alla Medicina Trasfusionale, le poche graduatorie attive “cannibalizzate” e presto esaurite, i pochi trasfusionisti superstiti in grave difficoltà a garantire le attività necessarie, l’aumento costante dell’età media dei colleghi in servizio, i sempre più frequenti pensionamenti, anche anticipati ed anche in molti ruoli apicali, l’aumento esponenziale di strutture che restano quindi “acefale” e con pochissimi trasfusionisti.

Mi auguro che i dati di SISTRA vengano aggiornati e tornino a rispecchiare la realtà, in modo che anche il Centro Nazionale Sangue abbia un quadro realisitico ed attuale della gravissima situazione e possa rappresentarla ufficialmente alle autorità per iniziare prontamente un percorso di correzione: altrimenti è chiaro quali rischi siano in gioco.

Certamente la desertificazione della Medicina Trasfusionale ha molte cause: la generale carenza di specialisti, la scarsa conoscenza della disciplina da parte dei giovani medici (non si parla di essa nel corso di laurea), la mancanza di una specializzazione nella disciplina (i trasfusionisti provengono da altre specializzazioni quali patologia clinica o ematologia), la conseguente scarsa conoscenza e quindi attrattività della Medicina Trasfusionale da parte di coloro che hanno scelto altri percorsi di specializzazione e pensato ad altre carriere.

Ma dalla presenza, non vicariabile, dei trasfusionisti, ed estendendo, dei medici addetti alle unità di raccolta del sangue diffuse capillarmente sul territorio, dipende la costante disponibilità di emocomponenti per le necessità trasfusionali e del plasma necessario a garantire farmaci emoderivati salvavita.

Non si può parlare di programmi di autosufficienza di sangue e di farmaci plasmaderivati, quindi, se non si affronta subito il problema della carenza dei medici, né si può parlare seriamente di garantire i LEA di Medicina Trasfusionale previsti dalla legge 219 del 2005 prescindendo dalle risorse necessarie.

Problemi complessi non hanno mai soluzioni semplici: ma il primo passo è sempre quello di prenderne coscienza.

Pierluigi Berti, Presidente SIMTI – Società Italiana di Medicina Trasfusionale e Immunoematologia

In Veneto tremila donatori tra i nuovi cittadini: Avis, Comunità islamica e Caritas insieme per il dono

“Non esistono stranieri, solo sconosciuti…” (Freya Stark, poetessa, cittadina britannica e italiana, nata a Parigi nel 1893, morta ad Asolo nel 1993)

Il Veneto, ma in genere tutta l’Italia, “invecchia” sempre più. E sempre più donatori, raggiunta la soglia limite stabilita dalla legge, lasciano per raggiunti limiti di età l’attività donazione. I giovani sono sempre meno, il ricambio allo stato attuale langue, mentre i bisogni sono destinati a crescere nei prossimi anni. Ma… il 13% degli alunni/studenti nelle nostre scuole sono rappresentati da “nuovi italiani”. Da qui, e dai dati mondiali su Pil pro capite, tasso di natalità, speranza di vita alla nascita ed età media in vari Paese dal “primo” al “quarto” mondo, siamo partiti per una piccola inchiesta sul numero a stampa in distribuzione a settembre-ottobre. È necessaria una “trasfusione di sangue nuovo” e una nuova fase di accoglienza ed inclusione per chi entra pacificamente in Italia e nel nostro Veneto in cerca di un presente e un futuro meno tragico, rispetto ai Paesi di provenienza. Il numero di Dono&Vita è stato presentato venerdì 5 ottobre a Mestre, in una conferenza stampa, mentre il pdf completo potete trovarlo qui: settembre2018pdf

Il direttore

Il Veneto è la terza regione d’Italia (dopo Lombardia ed Emilia Romagna) per numero di studenti di origine straniera. In numeri assoluti (Fonte Miur) erano 91.641 nel 2017, con un’incidenza percentuale complessiva del 13%. Un bambino su 6 (15,5%) è di origine straniera nella scuola dell’infanzia e primaria, un dato che scende al 13% nella secondaria di 1° grado e al 9% nella secondaria di 2° grado. Di questi oltre il 27% sono di origine africana.

In Veneto i “nuovi cittadini” rappresentano il 10% della popolazione, circa 485mila e l’11% complessivo dei contribuenti Irpef.

Fra i residenti in Veneto i cittadini di origine straniera con meno di 55 anni sono l’89%, mentre la percentuale per gli autoctoni precipita al 64% (fonte Istat). Ancora più significativi i dati che riguardano gli ultra 65enni: vanno dal 22,3% dei “veneti”, a solo il 3,3% dei nuovi cittadini. Che tradotto significa che i nuovi cittadini sono per la maggior parte giovani.

Analizzando questi e altri dati, il periodico di Avis regionale Veneto, “Dono&Vita”, nel numero attualmente in distribuzione, ha voluto aprire una finestra sul tema immigrati e donazione.

Proprio i nuovi cittadini, infatti, se ben informati e coinvolti, contribuiranno in modo significativo alla donazione di sangue e plasma in Veneto e in Italia, dove la natalità cala costantemente e l’età media continua a salire. “Sappiamo che il tema è scottante, ma è evidente che saranno i nuovi cittadini a invertire la tendenza anche in Avis – spiega il presidente di Avis regionale, Giorgio Brunello.

Dai dati di alcune Avis comunali campione, emerge che in Veneto i donatori di origine straniera iscritti dall’associazione sono intorno al 2 per cento del totale. Con tutti e cinque i Continenti rappresentati. I Paesi dell’Est sono tra i più presenti ovunque, in particolare Romania, Ucraina e Moldavia, con una forte presenza femminile. Seguono l’Albania, il Marocco e il Senegal. Sul fronte asiatico, i donatori iscritti all’Avis provengono soprattutto da India, Bangladesh e Sri Lanka. Altri arrivano in percentuali minori da ogni parte del mondo (alcune Avis hanno anche una quarantina di diversi Paesi di provenienza), mentre pochissimi sono i cinesi, al massimo 1 o 2 per Avis, quando presenti. Sono per lo più giovani, sotto i 40 anni e più della metà dona da oltre dieci anni, con traguardi anche significativi per numero di donazioni. Le donne hanno ormai raggiunto gli uomini, con un rapporto di 44 a 56 per cento.

“Un 2 per cento è un bel numero da cui partire. Corrisponde a quasi 3mila persone. Per far aumentare questo numero Avis regionale vuol mettere in campo azioni e progetti destinati a tutti gli immigrati regolari in Veneto, perché possano dare il proprio contributo come cittadini. Le diverse comunità di nuovi cittadini sono alla ricerca di occasioni di impegno solidale e gli ammalati hanno bisogno anche del loro sangue che ha lo stesso colore per tutti, anche se la pelle ne ha di diversi” – continua Brunello – l’integrazione passa anche attraverso il dono al prossimo”.

Per Don Marino Callegari, già delegato Caritas del Triveneto “Sono il volontariato e l’attività nella scuola le strade maestre per una vera inclusione dei nuovi cittadini, come già molte esperienze positive in Veneto stanno dimostrando”.  

D’altra parte, anche il credo islamico considera il dono una cosa buona. Tanji Bouchaib, marocchino, coordinatore della Federazione islamica del Veneto (circa 200 Comunità locali), che conta già dei donatori di sangue, spiega infatti che “Il Corano dice che “se salvi una vita, salvi il mondo, quindi anche il dono di sangue e organi è caldeggiato. In molti nostri Centri culturali vi è già materiale Avis, ma bisogna approfondire l’informazione corretta sulla donazione fra le nostre comunità”.  

Da qui l’idea lanciata oggi insieme da Avis Regionale e Federazione islamica: organizzare insieme un evento-incontro con tutti i responsabili dei 200 Centri culturali islamici in Veneto e dei rispettivi dirigenti Avis locali per condividere e conoscerci meglio reciprocamente. Per spiegare la donazione del sangue, l’iter sanitario da seguire e l’organizzazione dell’associazione.

 

Le buone azioni fanno notizia: torna il Proemio Samaritano

Le buone azioni non fanno rumore. Il Proemio Nazionale Samaritano istituito dall’Avis nasce per sfatare questo mito.

Con cadenza biennale, dal 1996, si svolge nella Riviera del Brenta (Ve) l’evento che rende omaggio a coloro che hanno compiuto e/o compiono gesti di solidarietà in silenzio, senza clamori. L’intento è quello di evidenziare la valenza dello spirito di donazione, del donarsi a chi ha bisogno in tutti i suoi aspetti.

Non è un premio fisico, ma un riconoscimento morale, da cui il nome proemio. Nel 2016 vinse Mauro Lunelli, clown umanitario. L’invito di Avis è di segnalare persone che rispecchino questo profilo.

Ci sarà anche una sezione esclusiva dedicata alle scolaresche o ai singoli studenti che collaborano con gesti di amicizia all’integrazione di quanti arrivano da Paesi colpiti dalla guerra.

Nelle segnalazioni si dovranno specificare le generalità dei partecipanti e le motivazioni dell’indicazione. Le segnalazioni saranno giudicate da due commissioni. Una nominata da Avis Nazionale si riunirà il 27 ottobre e sceglierà i cinque finalisti. L’altra, composta da trenta studenti delle scuole superiori di Dolo, si riunirà il 17 novembre e sceglierà il Samaritano 2018 tra i cinque finalisti.

La cerimonia finale si svolgerà a Dolo, luogo di origine del concorso, il 3 dicembre 2018 al Teatro Cinema “Italia”.

Le segnalazioni di “persone buone” vanno inviate per posta a Proemio Nazionale Samaritano, c/o Avis Riviera del Brenta, via Brusaura 30, 30031 Dolo (Ve), oppure via fax al numero 041 5100754 o via email a rivieradelbrenta.comunale@avis.it. Va indicato anche chi segnala e, se possibile, messa a conoscenza per l’autenticazione l’Avis comunale del territorio locale.

 

 

 

C’erano una volta a Notre Dame un acrobata e una ballerina… Si sposano il 29 settembre a Modena e “donano” le loro non-bomboniere alla ricerca TES

Galeotto fu il tour di “Notre Dame de Paris”. Prova dopo prova, data dopo data, li ha portati dritti… all’altare! Un amore sbocciato nel 2016 tra le “mura” della Cattedrale, al più grande successo di sempre nella storia del musical italiano, tra ore di fatica e allenamenti, tra luci e fantastiche atmosfere, le voci di Lola Ponce e Giò di Tonno e le musiche del grande Riccardo Cocciante. Sembra scritta per un film, ma è tutta felicemente vera la storia di Beatrice Zancanaro e Alberto Poli. Beatrice ha 29 anni, è di Venezia ed è ballerina professionista. Alberto ne ha 28, è di Modena e fa l’acrobata. Si sposeranno il 29 settembre, nel modenese con l’intenzione di “abitare” a Jesolo (Ve), nelle pause di un lavoro che li porta in giro per il mondo. La proposta di matrimonio è arrivata in Turchia, “con un anello nascosto in un ovetto di cioccolato” sottolinea Beatrice, il corso pre matrimoniale l’hanno fatto a Los Angeles, il video di partecipazione a parenti e amici è stato girato in Arizona e inviato dal Messico. Assieme, ora, stanno dando vita all’AcroModernLab, progetto di laboratori di danza acrobatica per bambini e ragazzi da portare in giro per l’Italia e all’estero. Due giovani belli, molto innamorati e in formissima che, oltre ad avere in comune la grande passione per il movimento, lo spettacolo e le acrobazie, condividono il valore dell’altruismo, donando il sangue. Ci raggiungono in redazione, una calda mattina di agosto, per dirci che al loro matrimonio Avis ci sarà. Con Tes. Il loro racconto è tutto un guardarsi, sorridenti. “Per un giorno così felice abbiamo deciso di preferire alla classica bomboniera un contributo economico alla ricerca – spiega Beatrice – e dopo aver contattato varie Avis, la risposta entusiasta della regionale Veneto ci ha convinti a devolverlo a Tes, la fondazione, partner di Avis, che studia le malattie del sangue anche grazie a giovani ricercatrici. Questa cosa ci riempie di gioia”.  Mentre lo dice, Beatrice si emoziona. La sua mamma non c’è più e non potrà starle accanto, ma aiutare la ricerca potrà dare una speranza in più a tanti altri malati. Un gesto che verrà spiegato agli invitati con un biglietto, unito ad un piccolo gadget avisino. Sventolerà anche la bandiera dell’Avis, prontamente donata ai due piccioncini da redazione e segreteria regionale, a dire a tutti che “amore porta amore”. Auguroni…

Michela Rossato

 

Beatrice e Alberto, una grande passione!

Beatrice è stata nella Nazionale di ginnastica ritmica dal 2000 al 2008 per poi passare alla danza. Ad uno stage internazionale a Treviso ha ricevuto diverse borse di studio ed ha iniziato a sperimentare tanti stili di danza diversi. Ha partecipato ad “Amici” nel 2008. Da professionista ha ballato, tra gli altri, per Anastacia, Liza Minelli, Renato Zero e in diversi musical. È una ballerina del Cirque du Soleil, con cui ha anche fatto un tour di un anno in una nave da crociera. È stata nel cast del Notre Dame de Paris per un anno, dal 2016 a metà del 2017. È laureata in Arti e Scienze dello spettacolo.

 

 

 

Alberto a 12 anni si innamora di salti e acrobazie vedendo Notre Dame in televisione. Impara a farli seguendo i video su you tube. A 16 anni frequenta una scuola di ginnastica acrobatica. Nel 2007 fonda con alcuni amici il Team Vertical Limite, un gruppo di ballerini e acrobati con cui partecipa a spettacoli sempre più importanti. Un infortunio sembra arrestare la sua passione che, invece, riprende con determinazione. Decide di fare l’acrobata a tempo pieno. Partecipa ad alcuni provini ed entra al Notre Dame de Paris, dov’è anche swing, cioè l’acrobata che conosce anche la parte di tutti gli altri.

 

 

E la Ricerca ringrazia con i… risultati

Importante riconoscimento al lavoro di Tes! Il 29 giugno scorso la rivista scientifica internazionale, il Journal of Tissue Engineering and Regenerative Medicine, ha pubblicato un articolo che descrive i risultati del progetto di ricerca realizzato dai ricercatori di Tes e dell’Università di Padova, in collaborazione con i medici del Centro trasfusionale dell’ospedale di Belluno. Questo lavoro definisce le caratteristiche terapeutiche di un innovativo emocomponente, chiamato membrana leuco-fibrino-piastrinica, che viene prodotto dai medici trasfusionisti bellunesi per la terapia rigenerativa della cartilagine articolare. La membrana è un prodotto autologo, realizzato a partire dal sangue dei pazienti, che viene concentrato tramite aferesi nelle sue componenti principali: piastrine, globuli bianchi, fibrina e cellule staminali circolanti. Come abbiamo avuto modo di spiegare già nei numeri precedenti, la ricerca di Tes ha permesso di stabilire che i benefici terapeutici della membrana leuco-fibrino-piastrinica derivano proprio dall’elevato contenuto di tali elementi. Nel dettaglio le piastrine producono delle proteine chiamate fattori di crescita, che svolgono un ruolo fondamentale nella rigenerazione dei tessuti e nella formazione di nuovi vasi che porteranno il sangue al tessuto rigenerato; i globuli bianchi producono delle proteine dette citochine, che regolano lo stato di infiammazione del tessuto danneggiato. La fibrina conferisce alla membrana una struttura resistente, ma elastica ed estremamente manipolabile, che rende questo emocomponente facilmente suturabile sul sito del danno da riparare. Inoltre, la rete di fibrina che costituisce la struttura della membrana permette un rilascio controllato nel tempo delle proteine e delle cellule in essa intrappolate, garantendo un effetto terapeutico prolungato. Alla fine, la membrana va incontro ad un processo di biodegradazione allo scopo di lasciare spazio al nuovo tessuto rigenerato. Infine, è stato dimostrato che nella membrana leuco-fibrino-piastrinica anche le cellule staminali circolanti risultano estremamente concentrate rispetto alle condizioni fisiologiche. Questo facilita enormemente la procedura di estrazione di cellule staminali dal sangue, che acquisisce un ulteriore valore terapeutico come fonte di cellule ad alto potere rigenerativo. Proprio grazie alla consolidata partnership tra Avis, Abvs e la Fondazione Tes, che si occupa di ricerca nel campo della medicina rigenerativa, si è raggiunto questo importante traguardo scientifico. Il lavoro di ricerca contribuisce all’ampliamento delle conoscenze scientifiche sulle potenzialità terapeutiche del sangue, un tessuto dalle risorse inesauribili, che ancora deve essere scoperto in tutto il suo enorme potenziale.

dott.ssa Silvia Barbon, ricercatrice TES

L’Avis al girone finale dei Campionati mondiali di pallavolo di Torino, grazie a Regionale Piemonte e FIPAV

La Nazionale italiana di Pallavolo sta facendo sognare milioni di italiani, in quest’ultimo periodo incollati letteralmente al video per seguire la marcia, finora trionfale, degli azzurri. Qualificatasi, alla grande, al girone finale a 6 di Torino (che si svolgerà dal 26 al 30 settembre quando è prevista la finalissima), la nazionale di volley avrà anche il sostegno di tutta l’Avis nazionale grazie alla Regionale Piemonte che proprio nei giorni scorsi Avis regionale Piemonte ha presentato la collaborazione con l’organizzazione dei Campionati mondiali di pallavolo. Per l’occasione, insieme alla FIPAV Piemonte è stata realizzata una bella maglietta con scritto: “Non fare muro, dona sangue e passaparola”. Ecco come il presidente di Avis Piemonte, Giorgio Groppo, ha presentato l’iniziativa sul sito di Avis nazionale.

A Torino i donatori di sangue per tifare a favore dello sport pulito

Quest’anno l’Avis Regionale Piemonte, forte dei suoi 100.000 donatori attivi che ne fanno la più grande associazione della nostra Regione, ha ritenuto di partecipare ai Campionati Mondiali di Pallavolo che si terranno a Torino dal 26 al 30 settembre p.v. La scelta è dettata dal fatto che l’Avis ama la vita, cura la salute dei suoi donatori e la Sicurezza del ricevente e per questo vuole cogliere l’occasione di questo abbinamento con una prestigiosa manifestazione a livello mondiale di uno sport pulito, frequentato da giovani e famiglie, proprio per questo può avere una grande valenza promozionale. 

Dobbiamo garantire l’autosufficienza di sangue dei nostri ospedali e per fare questo, c’è bisogno dell’aiuto di tutti e lo sport è un veicolo importante, mentre tanti donatori di sangue fanno già sport con passione e amicizia. Il torneo iridato si sviluppa in quattro fasi, la prima e seconda in Italia e Bulgaria (due gironi per Nazione) , la terza e la quarta, quella conclusiva, a Torino dal 26 al 30 Settembre 2018. Nella fase conclusiva di Torino ci sarà anche Avis Piemonte a propagandare il dono del sangue, soprattutto verso le giovani generazioni, con uno stand all’esterno ed un’autoemoteca da visionare e uno all’interno del Palazzetto, dove saranno distribuite le maglie Avis, grazie all’interessamento di Ezio Carazzato ed i suoi rapporti con il Presidente Regionale Fipav, Ezio Ferro. Così la pensiamo noi, e allora nei giorni dei Campionati Mondiali tiferemo per tutte le squadre, nella speranza ci facciano gioire, e I’Italia ci faccia sognare. Noi speriamo che vinca l’Italia, ma sicuramente vinceranno lo sport pulito e l’Avis !

Giorgio Groppo, Presidente Regionale Avis Piemonte

West Nile Virus, facciamo chiarezza. Lo 0,05% della popolazione interessata dal virus (solo 29 donatori su più di 58mila)

Mai come questa estate ormai agli sgoccioli, si è registrata una vera invasione di zanzare Culex Pipiens (le nostre zanzare autoctone, differenti dalle “tigri”) potenziali portatrici del virus del Nilo occidentale (West Nile Virus).

La situazione al 13 settembre (fonte CNS)

Secondo i dati aggiornati al 13 settembre del Centro nazionale sangue (CNS), l’allarme cautelativo ha interessato 34 province del nord Italia (Veneto, Friuli, Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte, Liguria) e tutta la Sardegna e la provincia di Latina.

In pratica tutte le regioni della Pianura Padana escluse le province di montagna. L’allarme WNV ha coinvolto anche alcuni Paesi europei ed extra europei come Grecia, Serbia, Austria, Romania, Ungheria, Francia, Kosovo, Croazia.

Il CNS ha attivato fin da inizio giugno un’azione di sorveglianza e prevenzione della trasmissione del virus nelle zone interessate da segnalazioni, indicando ai Centri trasfusionali di munirsi del test Nat che riconosce il virus nel sangue del donatore. Il test si effettua in simultanea con la donazione, evitando quindi la trasmissione in caso di positività. Se il virus viene isolato in un raggio di cinque chilometri dal confine con un’altra provincia, l’allerta viene diramata a tutte le province della zona. Chi abbia soggiornato in tali zone a rischio può donare in qualsiasi provincia, purché la struttura trasfusionale sia dotata di kit per effettuare il test NAT. In caso contrario, è necessario aspettare 28 giorni per poter donare.

Giancarlo Maria Liumbruno (direttore del CNS) ha dichiarato come: “Il piano di sorveglianza funziona e il sistema regge, come ha retto nel 2017 per il virus Chikungunya che colpì la regione Lazio. Il dilagare del West Nile, se sottovalutato, può aggravare le carenze di sangue in estate, quando ondate di caldo e vacanze spingono i donatori abituali a rallentare le donazioni. Qui le Regioni possono intervenire, adottando il test Nat anche nelle province non colpite dal virus per evitare di ricorrere alla sospensione sistematica dei donatori”. La raccomandazione, a quanto pare, ha funzionato. In Veneto, nonostante il WNV non si sono registrati particolari problemi, visto che già da metà giugno è scattata la NAT, via via, su tutte le donazioni.

Per quanto riguarda il Veneto, la prima segnalazione di zanzare con WNV nel 2018 è stata il provincia di Verona il 14 giugno, 58.191 sono state le sacche controllate in Veneto dal 14 giugno al 31 agosto (Fonte: Crat). Il numero dei donatori “positivi” al WNV, pur asintomatici, è stato di 29. Solo lo 0,05%, uno su 2000. Le sacche sono state ovviamente eliminate e i donatori saranno tenuti in osservazione anche per i prossimi mesi. Ma il puntualissimo screening messo in atto dal Coordinamento regionale attività trasfusionale del Veneto è anche la cartina di tornasole della reale incidenza del fenomeno nella nostra Regione.

La Regione, invece, sempre il 31 agosto annunciava il suo “Piano Straordinario di disinfestazione dalle zanzare legato al diffondersi del West Nile Virus”, costo 500mila euro. E così, con i primi “freschi” settembrini, sono partite per prime le province di Verona, Padova, Rovigo, poi tutte le altre.

CURIOSITA’ – Il West Nile Virus prende il nome dal luogo (Uganda) dove fu scoperto per la prima volta nel 1937. Nei Paesi occidentali fu invece scoperto nel 1999 negli Stati Uniti, da qui si è poi diffuso anche all’Europa, molto probabilmente tramite i viaggi aerei. Va totalmente sfatata, quindi, una delle fake news che circolano sui social. Il West Nile Virus non è stato “importato in Italia con i barconi dei migranti”, le zanzare viaggiano decisamente più comode sugli aerei.

In Italia il primo caso di West Nile Virus isolato nelle zanzare e nei cavalli è nel 2013. Immediatamente scattò il piano di prevenzione del Centro nazionale sangue e delle Regioni per evitare ogni tipo di trasmissione tramite donazioni di sangue. A oggi, infatti, non vi sono segnalazioni di trasmissione tramite trasfusione.

Ma vediamo di saperne un po’ di più con una nota del dottor Giovanni Lenzo, direttore sanitario Avis regionale Veneto

Un pericolo solo se già debilitati, come si trasmette il West Nile Virus

Vediamo come si trasmette e quali sono le conseguenze del West Nile Virus. I serbatoi del virus sono gli uccelli selvatici e le zanzare (più frequentemente del tipo Culex pipien, in foto), le cui punture sono il principale mezzo di trasmissione all’uomo. Il ciclo biologico dell’insetto è di 15-20 giorni e ha una attività crepuscolare/notturna, punge sia all’aperto che all’interno dove di giorno riposa e digerisce il pasto di sangue. Altri mezzi di infezione documentati, anche se molto più rari, sono trapianti di organi, trasfusioni di sangue e la trasmissione madre-feto in gravidanza. La febbre West Nile non si trasmette da persona a persona tramite il contatto con le persone infette. Il virus infetta anche altri mammiferi, soprattutto equini, ma in alcuni casi anche cani, gatti, conigli e altri. Il periodo di incubazione dal momento della puntura della zanzara infetta varia fra 2 e 14 giorni, ma può essere anche di 21 giorni nei soggetti con deficit a carico del sistema immunitario.

La maggior parte delle persone infette non mostra praticamente sintomi.  Fra i casi sintomatici, circa il 20% presenta sintomi leggeri: febbre, mal di testa, nausea, vomito, linfonodi ingrossati, sfoghi cutanei. Questi sintomi possono durare pochi giorni, in rari casi qualche settimana, e possono variare molto a seconda dell’età della persona.

Nei bambini è più frequente una febbre leggera, nei giovani la sintomatologia è caratterizzata da febbre mediamente alta, arrossamento degli occhi, mal di testa e dolori muscolari. Negli anziani e nelle persone debilitate, invece, la sintomatologia può essere più grave.

I sintomi più gravi si presentano in media in meno dell’1% delle persone infette e sono caratterizzati da febbre alta, forti mal di testa, debolezza muscolare, tremori, disturbi alla vista, torpore, convulsioni, fino alla paralisi e al coma.

Alcuni effetti neurologici possono essere permanenti. Nei casi più gravi (circa 1 su mille) il virus può causare un’encefalite letale. In Veneto le vittime accertate sono state sino a fine agosto sei, tre in provincia di Padova, due in provincia di Treviso e uno in provincia di Rovigo.

Il sistema di prevenzione principale per la popolazine è la disinfestazione e l’utilizzo di repellenti.

Dott. Giovanni Lenzo

Scomparso il dott. Giorgio Marchiori, già responsabile del Dimt di Venezia. Il saluto di Avis regionale Veneto

Si svolgerà oggi, venerdì 14 settembre alle ore 15.00, presso la Barchessa di Villa Venier in via Capitello Albrizzi a Mira (Ve), la commemorazione funebre del dott. Giorgio Marchiori. Scomparso nei giorni scorsi, aveva 68 anni.

Specializzato in ematologia clinica e di laboratorio, dopo aver lavorato a San Donà di Piave e Venezia, è stato primario del servizio di Immunoematologia e Trasfusionale dell’Asl 12 e direttore del Dipartimento interaziendale di medicina trasfusionale veneziano.

Grande amico dell’Avis, ha visto l’evoluzione della donazione di sangue nell’arco di tre decenni. “Le regole diventano più rigide, la donazione più programmata, ma alla base di chi dona c’è sempre la solidarietà, il fare del bene al prossimo – amava ripetere, guardando sempre avanti, anche agli immigrati come nuova risorsa per aumentare il numero dei donatori, in calo per denatalità. Perché “Il sangue si può solo donare, non si produce in fabbrica”, diceva poco prima di andare in pensione, nel 2015.

“Lo ricordo con affetto e stima, è stato il direttore del nostro Dimt di riferimento quando ero presidente di Avis provinciale di Venezia – dice Giorgio Brunello, presidente dell’Avis regionale Veneto – con lui abbiamo attraversato difficoltà, ma anche importanti risultati. Se oggi la donazione e l’utilizzo del sangue sono più sicuri e la raccolta più efficace, lo dobbiamo anche al suo impegno. I donatori veneziani e veneti lo ringraziano e sono vicini ai suoi cari”.

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