Chikungunya: torna allarme in Europa e Italia, occhio alla zanzara tigre

Il Centro nazionale sangue, sul proprio sito sulla base di una segnalazione (un documento di risk assessment) dell’European Centre for Disease and Control (ECDC) il 1° luglio ha lanciato l’allarme sul rischio Chikungunya che potrebbe interessare anche l’Italia. In particolare per i turisti che si recano nei Caraibi. Responsabile, come anni fa, la zanzara Aedes aegypti. La “comune” (ormai) “zanzara tigre” che ci “preleva” anche di giorno. Ecco il comunicato integrale del CNS.

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La zanzara tigre

L’infezione da virus Chikungunya è trasmessa dalla zanzara della specie Aedes aegypti, attiva nelle ore diurne; in più del 75% dei casi i soggetti infettati sviluppano una sintomatologia caratterizzata da febbre alta, mialgia, rash cutaneo e artralgia, che può persistere per settimane. Nei restanti casi (25%) i soggetti viremici sono asintomatici o presentano una sintomatologia moderata. L’outbreak era cominciato nell’Isola di Saint Martin a dicembre 2013 e si era successivamente esteso ai Caraibi nella prima metà del 2014. Nelle ultime quattro settimane numerosi casi autoctoni sono stati segnalati in Costa Rica ed El Salvador (America centrale) e questa situazione epidemiologica ha indotto l’European Centre for Disease and Control (ECDC) a pubblicare un documento di risk assessment.

In Europa il rischio di diffusione è correlato all’importazione del virus attraverso soggetti/pazienti viremici, che rientrano dalle aree endemiche in paesi, come l’Italia, dove il vettore competente (zanzare della specie Aedes) è presente. Alla luce di questa nuova situazione sono disponibili sul sito del CNS le disposizioni relative alle misure di prevenzione da adottare.

Ad oggi casi importati di infezione sono già stati segnalati in Europa (Francia, Spagna, Italia, Olanda). Grande attenzione deve, pertanto, essere posta alla possibilità che nel corso dell’estate, in Europa, si possano verificare casi autoctoni, determinati dalla trasmissione dell’infezione attraverso il vettore competente, che raccoglie il virus da casi importati.

Dal documento ECDC  si evince che l’outbreak sta interessando ad oggi numerose aree del Centro America e dei Caraibi, frequentemente mete di viaggi per molti italiani (vedi Figura 2, pag 4 Documento ECDC allegato).

Alla luce di questa situazione, considerando la capacità diffusiva del virus Chikungunya e la possibilità che soggetti viremici asintomatici possano donare il sangue, si raccomanda di diffondere ed applicare rigorosamente le disposizioni contenute nella specifica circolare emanata dal CNS, consistenti nel rafforzare la raccolta delle informazioni anamnestiche  nei donatori di sangue relative ai viaggi, con particolare attenzione alle aree attualmente interessate dall’outbreak, ed, in caso di anamnesi positiva, nell’applicazione del criterio di sospensione temporanea per 28 giorni. In caso di riscontro di donatore con diagnosi accertata di infezione da Chikungunya, deve essere applicato il criterio di sospensione temporanea per 120 giorni dalla completa risoluzione dei sintomi.

Si raccomanda inoltre di indagare approfonditamente nei donatori di sangue la presenza di sintomi caratteristici dell’infezione e di aumentare la consapevolezza dei donatori stessi sull’importanza di segnalare tempestivamente la comparsa di questi sintomi successivamente alla donazione, fornendo al donatore tutte le informazioni utili per il loro riconoscimento.
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Come difendersi: EPICENTRO

Oltre 200 “fratelli di sangue” per l’incontro con Traldi a Castelfranco

Una storia veneta, ma non solo veneta. Una storia di “sangue sano e sangue malato”, l’uno che cura l’altro, senza nulla chiedere. Una storia iniziata nel 1973, a Castelfranco Veneto, con l’arrivo di due medici da… Castelfranco Emilia. Furono chiamati da un grande “cacciatore di teste” di allora, un politico che vedeva lontano nel futuro: Domenico Sartor. Erano, sono, il prof. Agostino Traldi e il Dottor Giorgio Davoli. Una storia veneta. Una storia di “sangue sano e sangue malato”Appena arrivati a Castelfranco, furono subito seguiti da decine, centinaia di pazienti emofilici, che già avevano in cura da tutto il Paese. I due erano allievi del “padre” dell’ematologia in Italia, il Prof. Storti di Pavia. Iniziò così un nuovo modo di “fare” ematologia e medicina trasfusionale partendo dagli ammalati più esposti, gli emofilici, e cercando di assicurare loro terapie basate su plasma sicuro di donatori volontari e periodici. A Traldi e Davoli si unirono subito due giovani medici trevigiani: Giovanni Battista Gajo e Giorgio Tegon. Quest’ultimo è prematuramente scomparso a inizio novembre a Brescia ed è stato ricordato con affetto da tutti, insieme a tutti quelli che “sono lo stesso qui, oggi, con noi”.

Da sinistra: con il microfono il prof. Traldi, il dott. Davoli, il dott. Gajo.
Da sinistra: con il microfono il prof. Traldi, il dott. Davoli, il dott. Gajo.

Da allora partì una medicina trasfusionale che – nata dove nulla c’era ancora di definito – ha cambiato l’Avis facendo “scuola” sempre più in Veneto e in Italia. Oggi i medici “figli” di quella scuola, sono stati e sono primari in Ematologie e Centri Trasfusionali non solo regionali. I dirigenti Avis “figli” di quella scuola, lottano ancora con le armi della conoscenza a tutti i livelli. Sempre dalla parte dell’ammalato, gi avisini hanno contribuito con decisione a raggiungere l’autosufficienza nazionale di emoderivati “sani” per la cura dell’emofilia e non solo.

Abvs 186Ma centinaia sono poi i “figli” che a quella scuola di pensiero e a quel modo di essere e vivere la Medicina devono anche una vita normale: gli emofilici. Ce n’erano tantissimi, di questi ultimi, provenienti da ogni parte d’Italia, sabato 23 novembre all’Hotel Fior a Castelfranco dove hanno accolto il ritorno del professor Traldi. Significativa la loro dedica dietro il ritratto ad affresco che un’artista castellana (Luigina Mazzocca) realizzò nel 2000 e che è stato donato per l’occasione all’85enne “Prof”: A chi ci ha resi uomini, poi lottatori, e alla faccia di chi diceva che eravamo solo dei “malati”. Grazie Agostino”. Abvs 227E a seguire decine di firme a sottolineare un “grazie” e un impegno a continuare su una strada tracciata con lungimiranza.

L’invito di Avis regionale, provinciale di Treviso, Comunale di Castelfranco e LAGEV (Libera associazione genitori ed emofilici del Veneto) era quello di ripercorrere “Una storia… Veneta, una storia di Vita” lunga 40 anni. All’appello, oltre ai pazienti, hanno risposto più di un altro centinaio fra avisini, medici, amministratori sanitari, ex e nuovi infermieri del Centro. Ma non solo il passato è stato ripercorso, sintetizzato in una frase lapidaria del lucidissimo Traldi all’immenso abbraccio che gli è stato tributato dopo 10 anni di assenza dalla città: “Noi abbiamo fatto solo ciò che era giusto fare”. Il Centro di Castelfranco, diretto ora dal Dott. Giuseppe Tagariello, allievo di Traldi e Davoli cui è succeduto come primario dal 2003, guarda al presente e al futuro. Senza titoloLa nuova Ematologia dell’Ulss 8 è appena stata sancita come unità operativa complessa dalle schede sanitarie 2014 della Regione Veneto. Un annuncio che è stato dato ufficialmente dal nuovo direttore generale dell’Ulss 8, Bortolo Simoni, che ha aperto il convegno ed era presente per “imparare dalla storia”. Una “promozione” sul campo anche questa sottolineata lapidariamente dal “guerriero” Traldi, rivolgendosi all’ex allievo e attuale primario Giuseppe Tagariello: “Vuol dire che ve lo siete semplicemente meritato”!

Grazie poi al sostegno della stessa Ulss 8, delle Avis del Veneto, dell’Associazione progresso ematologico (formata da 32 Avis dell’Ulss 8), la Fondazione TES e l’Università di Padova proprio da Castelfranco potrebbe nascere una cura definitiva dell’Emofilia. Silvia Barbon, giovane ricercatrice della Fondazione TES, ha presentato le ricerche per l’utilizzo delle cellule staminali. Con il coordinamento del professor Pier Paolo Panigotto sono già in atto esperimenti di laboratorio per isolare cellule Epc progenitrici di quelle endoteliali da cellule sanguigne “sane” di donatori compatibili. La speranza ultima sarebbe di trapiantarle nelle nicchie staminali del fegato del paziente, dove potrebbero riprodursi sostituendo quelle malate e produrre autonomamente i fattori della coagulazione la cui carenza è alla base dell’emofilia. Proprio da Castelfranco, ancora una volta, potrebbe quindi partire: “una rivoluzione, una nuova e grande battaglia per gli ammalati – ha affermato Beppe Castellano, in veste di presidente Lagev – che come negli ultimi 40 anni va contro gli interessi di chi li vede solo come occasione di carriera o, peggio, di business”.

È una nuova frontiera tutta del volontariato – ha affermato il presidente regionale Avis Gino Foffano – che si innesta sulla tradizione traldiana del “sangue sano”, quello dei donatori, che può curare in sicurezza e stavolta potrebbe perfino guarire quello malato”. A Foffano e al vice presidente nazionale Alberto Argentoni, tra l’altro, si deve l’idea di fare il tradizionale incontro degli ex dirigenti Avis a Castelfranco, invitando il prof. Agostino Traldi. All’incontro, come avisini, non c’erano soltanto dirigenti del passato, ma anche del presente e del… futuro.

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Da una giovane donatrice dell’Abvs presente all’incontro, Barbara Iannotta della redazione di Dono&Vita, riportiamo un ulteriore articolo che integra e completa questo. È autrice anche di molte belle immagini dell’evento che potrete trovare sulla pagina Facebook di DONOEVITA.IT, insieme a quelle di Mimmo Lamacchia.

Dai donatori di plasma Avis una terapia per il West Nile Virus

Riceviamo e condividiamo un articolo, sicuramente di interesse comune, dal giornale Avis online 450grammi.com.

La cronaca di queste settimane ci racconta che il virus West Nile miete le prime vittime, soprattutto in Emilia e Veneto. Un virus che raramente infetta l’uomo ma può essere letale e viene trasmesso dalle zanzare. Abbiamo intervistato Florio Ghinelli, infettivologo e responsabile sanitario di Avis Emilia-Romagna per capire quali altri virus possono trasmettere questi insetti volanti e abbiamo scoperto due cose. Primo, la zanzara a cui diamo la colpa del virus è quella sbagliata. Secondo, dai donatori di plasma può arrivare la cura per le infezioni gravi da West Nile.

Con i recenti casi di cronaca (molti infettati e un decesso) ci siamo tutti spaventati. In Emilia-Romagna la sorveglianza è attiva, sono state avviate disinfestazioni intensive, i donatori di sangue fanno il test NAT ma si teme comunque che la situazione possa peggiorare. Ci preoccupiamo troppo?

No, è giusto stare in guardia e adottare tutte le precauzioni necessarie. Chi ha un giardino deve fare i trattamenti larvicidi e adulticidi e dotarsi di zanzariere o repellenti. In generale bisogna evitare di essere punti ma la cosa più importante è sapere le cose. Primo fra tutte: tenere a mente che il contagio nel caso del West Nile è raro. Sono moltissimi i portatori sani, che entrano in contatto con il virus ma non si ammalano affatto. In secondo luogo non è la zanzara tigre a trasmettere questo virus. Per intendersi, non è quella elegante – a righe bianche e nere – di origine asiatica che ci siamo abituati a vedere negli ultimi anni alle nostre latitudini. Il WNV lo trasmette prevalentemente la zanzara culex, quella delle nostre parti, più brutta, che punge la notte. La zanzara tigre è stata responsabile dell’epidemia di Chikungunya, virus che ha colpito duro nel 2007 con centinaia di contagi, in particolare nel ravennate. Abbiamo fatto fronte all’epidemia perché abbiamo un ottimo servizio veterinario e anche virologi d’eccellenza. Oggi quel virus ci preoccupa decisamente meno.

La "culex pipens", la comune zanzara nostrata portatrive del WNV
La “culex pipens”, la comune zanzara nostrata portatrive del WNV

E cosa vi preoccupa, allora?

Innanzitutto la tropicalizzazione del clima. Più il nostro clima è caldo e umido, più queste condizioni meteorologiche si protraggono nel tempo, più si trattengono gli uccelli migratori che trasportano i virus. Il ciclo biologico comincia infatti dagli uccelli selvatici che sono ospiti amplificatori, mentre i mammiferi infettati si comportano come ospiti accidentali. Dunque un mammifero non può trasmettere il virus a un altro mammifero, ma una zanzara che punge un uccello e poi punge l’uomo può trasmettere il sangue infetto. I mutamenti climatici favoriscono questo processo, al punto che siamo in allarme per la possibilità non irrealistica di vedere, nel prossimo futuro, dei casi di malaria nel nostro continente.

Non tanto rassicurante. Se ne registrano già circa 800 casi ogni anno in Italia, soprattutto turisti che la prendono in viaggio ma manifestano i sintomi una volta tornati.

Potremmo avere casi di punture direttamente qui da noi. Nel caso della malaria, occorrono 10 giorni di tempo perché nell’intestino della zanzara si porti a compimento il ciclo del parassita responsabile della malattia. Se teniamo presente che la vita media di una zanzara è di 11 giorni le possibilità di essere punti da un esemplare infetto non sono alte ma nemmeno inesistenti. Ripeto, è importante la prevenzione. In Italia purtroppo abbiamo disposizioni, ordinanze e regolamenti che obbligano i condomini a fare i trattamenti ma non sono previste sanzioni per chi non se ne occupa. CulexI comuni fanno quel che possono, in un momento di tagli e crisi. Le zanzare sono insetti affascinanti ma prevedibili: amano il colore nero, i bambini, i sottovasi umidi e – pare, ma gli studi sono ancora troppo recenti – le persone del gruppo 0. Sappiamo queste cose e possiamo proteggerci al meglio. I virus invece sono avversari temibili che mutano in continuazione e si adattano alle condizioni avverse con relativa velocità.

Quali altre patologie orrende possiamo prendere con le punture delle zanzare?

Restando nel campo dei virus, la dengue e la febbre gialla, come è noto. È bene ricordare però che per alcuni virus come l’HIV o virus dell’epatite B e C il contagio tramite il pungiglione non è possibile. Non esiste alcun caso documentato di questo genere, perché la quantità di virus nel sangue non è sufficiente e questi virus resistono solo pochi minuti fuori dal corpo umano.

Finalmente una buona notizia.

Ne avrei anche un’altra. A Ferrara abbiamo testato per primi tutti i nostri donatori di plasma alla ricerca di immunoglobuline Igg, gli anticorpi del West Nile Virus. Coloro che hanno sviluppato gli anticorpi producono infatti un plasma che può essere somministrato per la cura dei soggetti che abbiano sviluppato la forma grave della malattia. Altre cure non ce ne sono: quando abbiamo cominciato a fare questi test intorno a noi c’era un po’ di scetticismo nella comunità dei trasfusionisti. Oggi ci chiedono il plasma da tutta Italia. In un futuro non lontano gli infettivologi e i trasfusionisti lavoreranno insieme per la cura delle forme acute di West Nile.

Una ragione in più per donare, e per non disdegnare di donare plasma: un farmaco salvavita le cui proprietà e le applicazioni sono in parte ancora da scoprire.

A cura di Beba Gabanelli (ufficio  stampa Avis Emilia Romagna) 

West Nile Virus: i donatori veneti possono donare, anzi…

Nessun allarmismo o stop alle donazioni di sangue.
I Donatori, anzi, sono i cittadini più al sicuro.

 

In merito alla segnalazione di alcuni casi di West Nile Virus nel Veneto, ultimo ieri in provincia di Padova, veicolato dalla zanzara Culex la situazione trasfusionale è strettamente monitorata ora per ora. A tale proposito, per sedare ogni inutile allarmismo in merito,  il presidente dell’Avis Regionale, Gino Foffano, precisa che la

Gino Foffano
Gino Foffano

situazione è sotto controllo e che i donatori di sangue residenti in tutta la regione possono donare regolarmente. La sospensione temporanea (28 giorni), riguarda infatti i donatori di altre province extra Veneto dove, eventualmente, non vengono fatti di routine gli esami mirati su ogni donazione.

Ormai dal 2008, nelle province venete in cui si segnalano casi di virus e persone infette, scatta automaticamente il test Nat-PCR su tutte le sacche donate.

La procedura emanata dal Centro Nazionale Sangue e dalla Regione Veneto tramite il Crat (Coordinamento regionale attività trasfusionali), permette così una stretta  sorveglianza sulle trasfusioni grazie ai  test sierologici effettuati sui donatori, garantendone la piena sicurezza trasfusionale.

“Tutti i donatori di sangue delle province venete interessate (Rovigo, Treviso, Verona, Venezia, Padova) vengono sottoposti al test Nat-PCR che diventa un esame obbligatorio di validazione della sacca. Senza aver effettuato il test, la sacca non viene trasfusa. Il sangue donato è quindi super controllato e con esso il donatore – sottolinea Foffano che invita gli avisini a continuare a donare con regolarità, vista anche la ripresa a pieno ritmo delle attività chirurgiche negli ospedali.

“Il test WNV Nat sui donatori che permette ai medici di rilevare e monitorare l’eventuale presenza del virus  – spiega il dottor Antonio Breda, responsabile del CRAT del Veneto –  controllando la salute del donatore stesso e, nel caso di eventuale positività, garantire la comunicazione  tempestiva e il successivo inquadramento clinico diagnostico nonché la temporanea sospensione dalla donazione di sangue (28 giorni, ndr)“.

Antonio Breda
Antonio Breda

Nelle province, anzi, in cui sono già scattate le misure preventive, i donatori che abbiano soggiornato in altre province o altri stati segnalati dal CNS (vedi tabella) possono tranquillamente donare”. I donatori di sangue, insomma, sono i più controllati e, tramite essi, anche la stessa popolazione.

Nella tabella disponibile a questo link sono indicate tutte le province italiane e i Paesi stranieri per cui vigono le misure di prevenzione della trasmissione dell’infezione del West Nile Virus.

I sintomi della “Influenza del Nilo”. I sintomi dell’infezione moderata da virus del Nilo occidentale sono rappresentati da febbre moderata dopo pochi giorni di incubazione, che dura da tre a sei giorni, accompagnata da malessere generalizzato, anoressia, nausea, mal di testa, dolore oculare, mal di schiena, mialgie (dolori muscolari), tosse, eruzioni cutanee, diarrea, linfadenopatia e difficoltà a respirare. In meno del 15% dei casi, negli anziani e nei soggetti più deboli, possono aggiungersi complicazioni neurologiche.

Da qui la necessità di non infondere, come avviene del resto per qualsiasi anche blanda influenza, sangue proveniente da donatori che, potenzialmente, possono essere stati punti dalla zanzara Culex (la zanzara “nostrana”). Culex_sp.

 

Chiamata donatori in Veneto: il punto nel convegno del CRAT

Potrebbe essere il primo di una serie di incontri tra diverse realtà provinciali, quello promosso in merito a “L’organizzazione della chiamata dei donatori, esperienze a confronto”, il 27 ottobre presso l’Azienda ospedaliera di Padova, organizzato dal Crat (Centro regionale attività trasfusionali) del Veneto. L’incontro ha visto riuniti, su un tema di stretta attualità, i responsabili dei Dipartimenti interaziendali di medicina trasfusionale e delle associazioni di donatori del Veneto, rivelandosi alquanto interessante. Oltre che di stimolo a fare sempre meglio e sempre di più per favorire l’incremento delle donazioni, facendo tesoro l’uno delle esperienze positive dell’altro. Vediamo di seguito le varie esperienze:

Gina Bortot e Stefano Capelli

BELLUNO – A fare da apripista, introdotti dal dott. Antonio Breda, responsabile del Crat e moderatore della mattinata, è stata la provincia di Belluno, che da qualche tempo ha introdotto la chiamata del donatore in base alle precise richieste di sangue, plasma e piastrine da parte del Dimt. “Per evitare l’eccedenza in taluni periodi e la carenza in altri, per evitare di togliere il sangue quando non serve – è stato sottolineato dal dott. Stefano Capelli, direttore del Ct di Belluno e dalla presidente dell’Abvs provinciale, Gina Bortot, che hanno spiegato come: “la chiamata dei donatori avviene telefonicamente da parte della segreteria provinciale dell’Abvs, facendo risparmiare tempo ai donatori che scelgono giorno e ora della donazione, organizzando al meglio il proprio tempo anche con gli impegni di lavoro e familiari. Donatori che non solo hanno capito l’importanza del nuovo sistema di organizzazione della donazione, ma l’hanno accolto favorevolmente, così come l’idea di eliminare le classiche benemerenze per far posto ad altre forme di ringraziamento a chi si spende per il prossimo”.

ROVIGODopo Belluno è stata la volta di un altro esempio positivo: Rovigo. Il dott. Francesco Chiavilli ha spiegato il funzionamento del Dipartimento provinciale, sottolineando che anche grazie all’organizzazione programmata della donazione riesce a contribuire all’autosufficienza regionale (con 600 sacche inviate a Padova) e nazionale (con un aiuto di 2.500 sacche alla Sardegna). Anche in questo caso la chiamata dei donatori avviene telefonicamente, in un clima di collaborazione tra Avis e Fidas. Il Dimt, infatti, informa le due associazioni circa le sue necessità di sangue (con particolare attenzione alle necessità per la cura dei talassemici, che sono numerosi in questa parte della regione) e loro si mettono in moto. L’Avis provinciale, che ha una lunga storia in fatto di uffici di chiamata, attiva i suoi tre dipendenti a Rovigo e Adria e la Fidas i suoi volontari. Come ben spiegato rispettivamente dal presidente dell’Avis provinciale, Massimo Varliero e dalla responsabile della Fidas, Roberta Paesante, la chiamata dei donatori fa parte della cultura stessa della donazione in questa zona del Veneto ed è considerata fondamentale, perché permette un rapporto diretto con il socio, che è aspetto molto importante della fidelizzazione.

Francesco Chiavilli, Rovigo
Roberta Paesanti e Massimo Varliero (Rovigo)

La chiamata è telefonica nella stragrande maggioranza dei casi e si ricorre all’uso delle email o della lettera quando è il donatore stesso a richiederle, di solito quale giustificazione scritta dell’assenza dal lavoro per il proprio datore. Il donatore è invitato con un certo anticipo alla donazione, tenendo conto dei 90 giorni dalla sua ultima donazione precedente. Una volta all’anno c’è anche una sorta di “revisione” di tutti i donatori, per verificare chi dona e chi no ed individuare i motivi della mancata donazione. L’ufficio di chiamata permette di non penalizzare alcun donatore e di bilanciare la raccolta, dando a tutti la stessa importanza. Varliero, prima di chiudere il suo intervento, ha illustrato molto dettagliatamente anche il sistema informatico usato dalla provinciale.

Alberto Marotti (Padova)

PADOVA – Tutta un’altra storia, invece, l’esperienza nella provincia di Padova, come evidenziato dalle parole del dott. Alberto Marotti, responsabile del Centro di Raccolta presso l’Ospedale ai Colli. “A partire dal numero di associazioni diverse che riuniscono i donatori di sangue, che sono ben sei: Advs, Associazione Amici dell’ospedale, Avis, Croce Rossa, Croce Verde e Fidas, oltre ad un certo numero di donatori non iscritti ad alcuna di queste”. Organizzare i donatori, in una situazione così non è facile, e mancando alla base una cultura della chiamata, sembra forse più irraggiungibile di quanto invece potrebbe essere. Il dott. Mariotti è quindi passato ad elencare i punti di raccolta del sangue in provincia, che se registrano un buon numero di sacche e quindi l’autosufficienza di plasma e piastrine, sono molto al di sotto di quanto servirebbe per il sangue intero. A Padova, infatti, arriva sangue da tutta la regione, ogni giorno. “Va riconosciuto che un leggero aumento del prelevato c’è stato grazie alla chiamata di una parte dei donatori da parte della Fidas, ma siamo ancora alle telefonate a tappeto, senza una programmazione alle spalle”. E così strutture belle, funzionali e ben distribuite sul territorio si ritrovano a non essere utilizzate al cento per cento. Occorre uno sforzo in più, magari guardando alle esperienze positive delle altre province.

Alessandro Dal Canton e Gino Foffano (Treviso)

TREVISO – In quella di Treviso, per esempio, è ormai collaudata e storica l’esperienza dell’Avis di Castelfranco, che con i suoi volontari gestisce la chiamata dei donatori di dieci Avis comunali. Per il dott. Alessandro Dal Canton, responsabile del Dimt provinciale, e Gino Foffano, presidente dell’Avis provinciale di Treviso, riuscire a gestire al meglio le donazioni, anche tramite la chiamata telefonica, permette, per esempio, di utilizzare meglio e di più il sangue fresco rispetto a quello prossimo alla scadenza. La chiamata telefonica del donatore è ormai una felice realtà anche per le zone di Conegliano e Vittorio Veneto (Ulss 7) le cui Avis, come per Castelfranco e Montebelluna (Ulss 8), sono all’interno dell’ospedale. Per l’Ulss 9 a pensare alle chiamate e a inoltrare le richieste di sangue è l’Avis provinciale di Treviso. Si tratta di realtà diverse, di modelli diversi, ma che operano in sinergia e collaborazione. “Ma stiamo attenti ai tagli alla sanità –ha sottolineato Foffano – che rischiano di vanificare tanto lavoro”.

Giorgio Marchiori

VENEZIA – Situazione tranquilla nella provincia di Venezia dove, come ha spiegato il responsabile del Dimt dott.Marchiori, l’andamento tra quanto si raccoglie va di pari passo con quanto si utilizza. C’è poco margine operativo, al limite, per cui la necessità è di incrementare il prelevato. “In merito alla chiamata dei donatori – ha spiegato Giorgio Gobbo, presidente del Servizio provinciale di Raccolta Convenzionata Avis (SRC) –  non esiste un unico ufficio provinciale dedicato a questo”. Gobbo ha spiegato che ogni Avis (o più Avis insieme) gestisce le sue chiamate in base alle richieste.

Giorgio Gobbo

Ci sono, quindi, tanti uffici di chiamata. È stata poi illustrata l’esperienza di Chioggia, che ha adottato il sistema della prenotazione on-line, ad oggi utilizzata dall’85% dei donatori. All’inizio non è stato facile abituare i soci, ma col tempo il meccanismo si è rivelato vincente e l’incremento delle donazioni è stato il primo frutto positivo. Ogni donatore ha una sua password con cui prenota giorno ed orario e la programmazione delle uscite domenicali per le raccolte sangue è molto migliorata.

Alberta Alghisi (Vicenza)

VICENZA – Complessa, ma in fase di sistemazione, la situazione nella provincia di Vicenza – ha spiegato la dottoressa Alberta Alghisi, responsabile del Dimt – dove si contano quattro Ulss con tre punti di raccolta ciascuna, gestiti da associazioni diverse. In tutte le Ulss sono presenti Avis e Fidas, alle quali si aggiungono l’Rda e la Campese all’Ulss n. 3, l’Adosalvi alla n.4 e l’associazione Cav. Trevisana alla n.5. Ogni associazione ha per il momento il suo sistema informatico, anche se si sta andando verso un sistema unico. Molto variegato il sistema di chiamata dei donatori, nel senso che nell’Ulss 6 la gestisce il Sit di Vicenza, nell’Ulss 5e 4 le proprie associazioni e nell’Ulss 3 sia le associazioni che il Sit di Bassano del Grappa. In molti casi si utilizzano ancora le chiamate attraverso le cartoline, che però, non sono molto efficaci. Luca Cavinato, in qualità di rappresentante di tutte le associazioni, ha spiegato alla platea che si sta andando comunque verso un sistema di chiamata uguale per tutti, e che l’intenzione è di partire in via sperimentale a Vicenza già ad inizio del 2013 per entrare a pieno regime entro il 2014, con un’unica piattaforma informatizzata che partendo dalle

Luca Cavinato (Vicenza)

richieste di sangue da parte dei Ct sia a disposizione di tutti i donatori che avranno la possibilità di auto prenotarsi, con un memory tramite sms o email.

VERONA – Nella provincia di Verona, come ha spiegato il dott. Aprili, si sta guardando alle esperienze di chi è già più avanti per adottare un sistema efficace di chiamata, dato che fino ad oggi  al limite si avvisano i donatori quando stanno per scadere i 90 giorni dall’ultima donazione. Dal 15 ottobre si è avviato un progetto pilota a Legnago (che ha un numero contenuto di soci) , con i donatori di Avis, Fidas e

Giorgio Gandini, Loredana Martinelli, Giuseppe Aprili (Verona)

altre due associazioni, oltre ai non iscritti. La finalità è rendere più regolare l’afflusso delle donazioni tramite un sistema di chiamata telefonica, che è stata spiegata a tutti i soci tramite una lettera. 42 i volontari, formati in tal senso, che sono presenti nei Ct, si alternano alla chiamata, ricevono e confermano le prenotazioni, gestiscono telefonate e quando richiesto sms ed email. Il tutto in una piena condivisione tra associazioni di strumenti e risorse. Nei primi 12 giorni di attività si è registrata una media di 18 prenotazioni al giorno! In chiusura dell’incontro, ricordando che la chiamata è per legge compito delle associazioni e che è prevista una ulteriore quota di rimborso pari a 30 centesimi, i responsabili Fidas e Avis veneto hanno tratto le loro conclusioni sul tema.

La posizione dell’Avis regionale è stata esposta dal vicepresidente Francesco Magarotto. Per scaricare l’intervento integrale (in PowerPoint o Pdf) cliccare sul seguente LINK.

Per l’intera galleria fotografica su Facebook della giornata cliccare sulle foto o sul seguente LINK

Servizio di Michela Rossato – Immagini: Beppe Castellano

 


 

 

Positivi i dati di un’estate di “calda solidarietà”

Sul fronte trasfusionale l’estate veneta è trascorsa nelle “normali” preoccupazioni. Il sempre difficile equilibrio estivo fra donazioni dei donatori e trasfusioni negli ammalati è stato garantito, nonostante qualche virus di troppo, come da qualche anno a questa parte l’WEST NILE VIRUS, e l’ormai cronica carenza di personale. Anzi è aumentato il supporto alle Regioni carenti in emergenza, in particolare verso il Lazio. Attendiamo i resoconti puntuali, ma è andata bene. Allo stato il dato più aggiornato è quello del conferimento del plasma nei primi sette mesi del 2012 (vedi grafico). Ringraziamenti dovuti e meritati dunque ai donatori e ai dirigenti delle nostre Avis, in perenne allerta, e al personale tutto delle strutture trasfusionali. Non era scontato in questa estate con la torrida e siccitosa calura, e con la crisi economica che aumenta la tentazione di pensare solo a se stessi. L’enorme patrimonio di relazioni sociali che ogni giorno Avis costruisce è uno dei pilastri della tenuta della nostra comunità veneta, sempre e ancor di più preziosa nei tempi della crisi, che non è solo economica, ma anche culturale e di valori.

Il conferimento del plasma veneto a tutto agosto

Gli Accordi nella Conferenza Stato-Regioni ora sono due

“Requisiti minimi” –  Prosegue il percorso paziente e tenace per arrivare quanto prima al rispetto dei requisiti minimi e al superamento delle visite di verifica previste dall’Accordo Stato-regioni del 16.12.2010. E’ un cammino complesso e inedito, che vede tutte le strutture trasfusionali, non solo quelle pubbliche, ma anche le Unità di Raccolta (UdR) gestite da Avis nelle province di Treviso, Venezia e Padova messe a norma e sottoposte a verifica. Sta succedendo per la prima volta in tutta Italia: aumenterà la sicurezza, la qualità e la standardizzazione dei prodotti. Questo percorso deve tassativamente essere concluso entro il 31.12.2014, ma noi contiamo di arrivarci prima. Sappiamo che qualche difficoltà c’è nelle nostre UdR, come pure nei Servizi trasfusionali ospedalieri pubblici, ma siamo fiduciosi del buon lavoro che stanno facendo tutti gli attori coinvolti.

“Linee guida per l’accreditamento”– Ma le strutture trasfusionali non vanno solo “autorizzate”, devono anche essere “accreditate”. Il 25 luglio u.s. nella Conferenza Stato-Regioni è stato raggiunto l’Accordo sulle “Linee guida per l’accreditamento dei  servizi  trasfusionali  e delle  unità di  raccolta  del  sangue  e degli emocomponenti”, in pratica la “fase due” dopo l’Accordo del 16.12.2010. Due sono i punti più rilevanti; il primo è la competenza e l’esperienza richiesta al personale sanitario, medico e infermieristico, addetto alla raccolta, con certificazione di specifici corsi di addestramento e un minimo di procedure di raccolta per anno; il secondo è l’efficienza complessiva del sistema trasfusionale con concentrazione rilevante delle attività di produzione degli emocomponenti e la razionalizzazione dei processi diagnostici di qualificazione biologica degli emocomponenti stessi. Il Sistema trasfusionale italiano, da insieme di singoli Servizi Trasfusionali parcellizzati e insostenibili nel lievitare dei costi e nel tempo della crisi economica, si avvia a diventare una vera “Filiera Trasfusionale” con concentrazione dei processi produttivi, coniugando sicurezza, qualità e standardizzazione con l’efficienza e la sostenibilità.
Conclusioni: come sempre donate, doniamo!Come ogni anno la ripresa autunnale a pieno regime dell’attività ospedaliera richiede adeguato supporto trasfusionale. I nostri ammalati, in lunghe liste di attesa, possono essere sicuri che i Donatori di Sangue, per quanto di loro competenza, non li faranno attendere. Non per nulla il nostro motto è l’SOS: Sempre-Ovunque-Subito. Dunque rimbocchiamoci la manica e… buona donazione a tutti.

Resi noti i dati della raccolta in Veneto Gennaio/luglio 2012

I dati della raccolta complessiva in Veneto

Sono arrivati oggi, 11 settembre e c’è da essere soddisfatti. Date le condizioni i numeri a fine luglio sono proprio incoraggianti. I donatori veneti hanno aumentato le donazioni di sangue del 2,4%, +3.500 circa. Sono scese le aferesi, in particolare le plasmaferesi, come peraltro previsto, di circa 900 unità (- 2,8%).

Le trasfusioni agli ammalati sono aumentate di circa 2.900 unità (+2,1%). Con l’eccezione di Rovigo, che sconta un non facile cambiamento alla direzione del DIMT e nel rapporto con l’ULSS, va segnalato l’ottimo risultato di tutte le province, in particolare di due. Padova continua lentamente il recupero del vistoso deficit, segno che la marcia ingranata è quella buona: donazioni +1116 (+4.4%), trasfusioni +495 (+1,6%). Treviso ha recuperato il transitorio sbandamento coinciso con la necessaria riorganizzazione della raccolta Avis: donazioni +1193 (+5,2%), trasfusioni: +834 (+4,3%).

Il Veneto ha potuto intervenire con più forza a sostegno di carenze non programmate, in particolare del Lazio (da dove sono arrivati gli appelli estivi di carenza): le cessioni extraregionali sono aumentate del 10% (in sette mesi 10.076). Tutto questo significa che, pur nel momento difficile, il radicamento della donazione di sangue tiene.

Quanto si è trasfuso in Veneto...

Non era scontato. Ben sappiamo quanto questo risultato sia frutto del lavoro dei dirigenti Avis e dei semplici donatori; e ci sprona a proseguire nel cammino della riorganizzazione complessiva della “filiera trasfusionale”, volendo noi con determinazione e celerità recuperare gli “anni del trastullo” che tutto e tutti hanno assopito.

Bernardino Spaliviero

Il contributo veneto all'autosufficienza nazionale

Treviso: calate le donazioni a giugno, causa caldo e crisi


“Avisini, ricordatevi di andare a donare durante l’estate!”

È l’invito-appello che l’Avis provinciale lancia ai suoi oltre 31 mila soci attivi, perché non facciano mancare in questo periodo il loro prezioso dono del sangue.

“Il caldo che dura ormai da settimane sta rallentando le donazioni in tutta la Marca e, complici le vacanze, c’è il rischio di ritrovarsi in situazioni critiche – spiega il presidente dell’Avis provinciale, Gino Foffano –. Da sempre l’estate è il periodo più delicato e dobbiamo tenere la guardia alta, per non far mai mancare le scorte di sangue”.

Ogni anno a luglio ed agosto si assiste ad un calo fisiologico delle donazioni, perché i donatori vanno in vacanza, perché le alte temperature generano stanchezza e non invogliano alla donazione. “I donatori si preoccupano anche del dopo-donazione, ma basta una dieta a base di frutta e verdura e di tanta acqua per riprendere con tranquillità e in fretta i liquidi persi – spiega il direttore sanitario dell’Avis provinciale, dott. Alessandro Spigariol, medico presso il Centro trasfusionale dell’ospedale Ca’ Foncello di Treviso – possono venire a donare tranquillamente”.

“La donazione non va rinviata, perché necessaria – continua Foffano – Il mese di giugno ha registrato a livello provinciale un totale di 4.039 donazioni di sangue, con un calo già di 161 sacche rispetto a maggio. Il dato non è particolarmente preoccupante, ma ci spinge a sollecitare i donatori ad essere costanti nel loro dono, per assicurare alle strutture sanitarie scorte sufficienti a stare tranquilli”.

Ricordando che in caso di particolari necessità, si mette in moto il sistema delle chiamate dirette dei donatori, Foffano sottolinea anche la preoccupazione per un altro aspetto che sta minando la generosità degli avisini: la difficile situazione lavorativa in cui si trovano molte persone. “La cassa integrazione, la disoccupazione, le preoccupazioni per sé e la propria famiglia stanno spostando l’attenzione di tanti volontari che vedono un futuro e un presente incerto – continua Foffano- e quando il morale è a terra, viene meno anche la voglia di darsi al prossimo, anche di donare. Oltre al fatto che, dati i tempi difficili, i donatori sono restii a chiedere la giornata al datore di lavoro per andare a donare”. Occorre uno sforzo di generosità per il bene di chi soffre, specie in un periodo come quello estivo, che conta anche un aumento degli incidenti stradali.

Per curare i feriti degli incidente stradali possono essere necessarie anche 20-30 sacche di sangue al giorno per una sola persona. Così come serve molto sangue ai centri ematologici di Treviso e Castelfranco e per tutti gli altri interventi, a tutti i livelli, che si eseguono negli ospedali della Marca. E non solo, visto che l’Avis provinciale invia sangue anche fuori provincia e fuori regione.

“Ricordiamoci tutti che dietro ad ogni sacca, c’è un donatore – conclude Foffano, che si rivolge anche a chi donatore ancora non è, in particolare ai giovani – approfittate del periodo estivo per informarvi e avvicinarvi al dono del sangue. Un gesto semplice, indolore. C’è bisogno anche di voi per salvare un malato, un ragazzo ferito sulla strada, un padre di famiglia infortunato sul lavoro. Pensateci”. Per diventare donatore basta pesare almeno 50 chili, essere maggiorenne e godere di buona salute. L’iter per l’idoneità alla donazione comprende visita medica, una serie di esami, la compilazione di un questionario sulle proprie abitudini e un colloquio con il medico.


 

A.A.A. Cercansi nuovi donatori di midollo

Tipizzare di più e tipizzare meglio. Questa la linea d’azione dettata dal Centro Nazionale Trapianti ai numerosi Centri Donatori italiani, incaricati di reclutare e gestire i donatori di midollo osseo nelle rispettive aree geografiche di pertinenza. Volontari che, attraverso i Registri Regionali, confluiscono nel Registro Italiano (internazionalmente noto come IBMDRItalian Bone Marrow Donor Registry), attualmente composto da 337.166 potenziali donatori (dato aggiornato al 30 aprile 2012).

Un Registro poco competitivo

“Il nostro Registro è tra i primi in Europa per numerosità – spiega la dott.ssa Maria Irene Fezzi del Laboratorio HLA dell’Ospedale dell’Angelo, che si occupa delle tipizzazioni per la provincia di Venezia – ma sta diventando sempre meno competitivo, innanzitutto per l’età media elevata dei suoi donatori”. Il nostro è infatti un registro “vecchio”, considerando che il limite di età è 55 anni: circa il 46% dei donatori ha tra i 36 e 45 anni, mentre la fascia 46-54 anni rappresenta più del 30%; i giovani fino ai 35 anni non raggiungono nemmeno il 25%. Il che significa che nei prossimi anni moltissimi iscritti usciranno dal Registro per raggiunti limiti di età.

Un altro problema è la tipizzazione poco approfondita cui sono stati sottoposti oltre un terzo dei donatori italiani: solo dal luglio 2010 infatti è obbligatoria la tipizzazione molecolare in alta risoluzione degli antigeni di classe II  e una buona risoluzione di quelli di classe I. Per gran parte degli iscritti, dunque, attualmente sono ancora necessari più step per verificare la reale compatibilità con il paziente che ha bisogno del midollo. “A causa di questo iter – commenta la Fezzi – succede talvolta che i nostri donatori non vengano nemmeno presi in considerazione perché il completamento della tipizzazione richiederebbe tempi troppo lunghi”. In Italia infatti il tempo medio  tra l’inizio della ricerca e l’effettivo trapianto è di sei mesi, tempo che può essere troppo lungo in alcune patologie ematologiche. Nella situazione attuale molti pazienti italiani vengono trapiantati ricorrendo a donatori tedeschi o americani, con un conseguente aumento della spesa sanitaria nazionale.

Lo staff di Mestre

Le prospettive

“La proposta del Centro Nazionale Trapianti è ora quella di tipizzare in alta risoluzione per la I e II classe già al momento dell’iscrizione – anticipa la dott.ssa Fezzi – in modo da avere donatori ben analizzati e selezionati. Se tale direttiva diverrà operativa, molti laboratori ora attivi in Italia saranno costretti a sospendere o delegare ad altri centri il reclutamento di donatori, poiché né accreditati né attrezzati per questo tipo di analisi”. Tale decisione rientra in una logica di ottimizzazione delle risorse economiche, attualmente disperse tra tanti piccoli laboratori. La stessa filosofia ispira la scelta di innalzare il numero minimo di tipizzazioni annue che ogni singolo centro donatori deve effettuare per proseguire l’attività, oggi fissato a 100. “Il  Centro di Venezia è accreditato – aggiunge – ma tipizza in media 140 persone all’anno: il rischio è quello di dover sospendere questo tipo di attività”.

Il quadro in Veneto

In Veneto gli iscritti al Registro sono circa 60.000 (a livello nazionale siamo la seconda regione dopo la Sardegna), pari a circa il 20% della popolazione tra i 18 e i 55 anni. A Vicenza, Verona, Padova e Treviso ci sono i Centri donatori “storici”, più numerosi, mentre nella provincia di Venezia gli iscritti sono solo 5.000, come a Trento e Bolzano. “Nella nostra provincia – sottolinea la dott.ssa Fezzi – abbiamo una grande potenzialità che non viene sfruttata (sono circa 430.000 i residenti tra i 18 e 55 anni, n.d.r.). Per crescere basterebbe partire dal bacino dei nostri donatori di sangue, che rappresentano i candidati ideali: sono già idonei, monitorati, rintracciabili e sensibili alla tematica della donazione, quindi meno propensi a negare il consenso nel momento del bisogno”. È qui che entra in gioco la rete dell’Avis: per far crescere il Registro e garantire più possibilità di trapianto ai pazienti bisogna intraprendere un’opera sistematica di informazione e sensibilizzazione dei nostri soci, in sinergia con i volontari di Admo e il personale medico dei Servizi Trasfusionali.

Giorgia Chiaro

Dal plasma dei donatori farmaci etici o merce di scambio?

Ogni giorno che passa aumentano i motivi di preoccupazione, alternandosi con altri di speranza. Non c’è dubbio che la matassa del plasma abbia mille sfaccettature e che sia difficile rendere conto ai donatori della sua complessità senza perdere il filo logico ed etico che ci guida. Il nostro impegno di volontari è proteso innanzitutto a tutelare persone e principi etici. In testa c’è naturalmente la tutela dell’Ammalato bisognoso di cure “salvavita”, poi quella del Donatore non remunerato che non può essere ridotto né a “vacca da mungere”, né tantomeno a utile idiota. Ultima, ma non ultima, è la tutela del nostro/vostro Dono affinché non diventi merce da vendere al libero mercato, ma venga messo a disposizione degli ammalati senza addebito diretto dei costi.

La raccolta del plasma

 

Progressione negli anni del plasma in c/lavorazione

Come si evince dalle tabelle sia a livello nazionale, sia nell’Accordo Interregionale Plasma (AIP), sia a livello Veneto la raccolta complessiva aumenta con regolarità. Ormai l’Italia è uno dei principali Paesi al mondo per il volume del plasma raccolto, a conferma che se ci sono problemi questi non sono dovuti alla mancanza di generosa disponibilità dei Donatori e della popolazione in generale.La comparsa delle eccedenzeL’incremento del volume del plasma raccolto ha fatto comparire il fenomeno delle eccedenze di farmaci plasmaderivati. Dal plasma avviato alla lavorazione industriale si possono ottenere diversi farmaci, in particolare i fattori procoagulanti (F. VIII, F.IX, Complesso protrombinico), l’Antitrombina III, l’Albumina e le Immunoglobuline. È giocoforza che se vogliamo raggiungere l’autosufficienza in tutti i prodotti, finiamo per produrre un eccesso dei farmaci a relativo minor consumo.

 

Plasma AIP (Accordo Interregionale Plasma)

La crisi economica e i tagli di bilancio nel settore sanitario danno forza ai pensieri di alcuni amministratori pubblici che vorrebbero  “valorizzare” le eccedenze mettendole a disposizione dell’industria farmaceutica in cambio diretto o indiretto di vantaggi economici. Insomma, venderli. La legge lo vieta e noi volontari difendiamo il “paletto” che evita una deriva produttivistica che sarebbe assai pericolosa. Non possiamo però evitare di notare “scivoloni” di alcuni medici trasfusionisti che caldeggiano questa soluzione, pensando così di mettere in buona gestione economica il settore trasfusionale, comprese le proprie remunerazioni che sarebbero “premiate” dagli indici di produttività. È comunque indubbio che il problema delle eccedenze c’è e che una soluzione va trovata.

La “vera” autosufficienza nazionale

Le discussioni sulle eccedenze sono accese e si prolungano da anni. In particolare per noi dirigenti del Volontariato è assai indigesto lo spettacolo vergognoso degli acquisti di farmaci commerciali di importazione in presenza di prodotti etici nazionali a minor costo che giacciono nei magazzini della Kedrion. Non è tuttora presente in Italia una serie di norme che consenta lo scambio fra le Regioni (che sono le legittime proprietarie dei rispettivi sistemi sanitari) dei farmaci plasmaderivati etici di loro proprietà, così come avviene per gli emocomponenti. Non esiste in particolare una tariffa di scambio che consenta il ristoro dei costi alla regioni eccedenti e l’acquisizione da parte delle regioni carenti. Il ricorso agli acquisti di prodotti commerciali, decisamente più costosi, dovrebbe essere consentito solo dopo l’esaurimento del prodotto nazionale pubblico, etico e meno costoso. La cosa è ancora più inaccettabile perché ciò avviene anche da parte delle regioni sottoposte ai piani di rientro per eccesso di deficit, che stanno ridimensionando l’assistenza sanitaria alle proprie popolazioni inasprendo in misura importante i ticket a carico diretto degli ammalati. Che cosa si aspetta per concretizzare lo spirito e la lettera della legge 219/2005 sull’autosufficienza nazionale anche per i farmaci plasmaderivati? Come evitare a noi di pensare che gli interessi tutelati siano invece quelli dei commercianti nazionali e multinazionali dei farmaci speculativi e che questo avvenga attraverso illeciti vantaggi economici che (una triste storia insegna…) “oliano” gli snodi dei processi decisionali?

Tipi di plasma conferito per la lavorazione

 

L’uso etico delle eccedenze

L’inadeguata velocità di governo del settore sta determinando l’accumulo di quantità importanti di farmaci nei magazzini dell’azienda farmaceutica di trasformazione Il rischio concreto è di vederli scadere per  iperdatazione, vanificando il dono dei Donatori e dissipando le risorse economiche spese per produrli. Una soluzione va trovata, nell’attesa che venga concretizzata la rete nazionale degli scambi fra regioni eccedentarie e quelle carenti, anche perché comunque si arriverà a eccedenze complessive nazionali per alcune tipologie di farmaci come i Fattori della coagulazione. Noi volontari riteniamo che debba essere rispettata l’origine etica del Dono e che i farmaci debbano essere messi a disposizione degli ammalati attualmente privi di cure al costo più basso possibile. Non è qui che bisogna ricercare i vantaggi economici dei produttori (le Regioni) o i finanziamenti aggiuntivi per sopperire ai deficit di bilancio pubblici. Semmai è con la lotta all’evasione fiscale, all’economia illegale, agli sprechi e alla corruttela presente nella gestione delle finanze pubbliche… E sarà sempre tardi!. Come volontari donatori non condividiamo la scelta di alcune regioni, compresa la nostra, che stanno declassificando parte del plasma B in plasma C (vedi tabelle) per risparmiare somme relativamente modeste dei costi industriali, rinunciando a produrre il Fattore VIII indispensabile per la cura dell’Emofilia A, in presenza dell’85% degli emofilici che nel mondo sono privi di cure (ragion per cui muoiono quasi sempre in età infantile).

AIP: il conferimento regione per regione

 

Cooperazione internazionale

È per questo che proponiamo di utilizzare le eccedenze nazionali di farmaci etici per progetti coerenti con le finalità del Dono e con le normative in vigore, sorvegliate da Aifa e Cns (Agenzia Italiana del Farmaco e Centro Nazionale Sangue) che consentono i progetti di cooperazione internazionale e di ricerca scientifica. Da quasi due anni stiamo lavorando a più livelli per costruire un ambizioso progetto di sostegno allo sviluppo del Volontariato del Sangue in numerosi Paesi dell’America Latina che hanno chiesto al nostro governo di coinvolgere proprio l’Avis in tale progetto. In questo ambito una delle azioni previste è la cessione delle eccedenze nazionali di farmaci etici plasmaderivati, anche con ristoro dei nostri meri costi di produzione. I risparmi sugli onerosi acquisti commerciali nei Paesi sudamericani sarebbero reinvestiti nei rispettivi sistemi trasfusionali proprio per consentire lo sviluppo del Volontariato non remunerato stile Avis. Un’operazione senza precedenti, “globale”, anche per questo difficile e complessa, ma noi accettiamo la sfida.

I decreti sul plasma

Il 19 gennaio scorso la Conferenza Stato-Regioni ha condiviso e dato il via libera a ben quattro decreti sul plasma italiano; si attende l’imminente firma del governo nazionale e la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Da quel momento scatterà un inedito percorso che condurrà alle nuove gare europee per la lavorazione del plasma italiano; esso si intersecherà con l’altro percorso attivato dall’Accordo Stato-Regioni del 16 dicembre 2010 sui “requisiti minimi” e le visite di verifica per la messa a norma europea dell’intero Settore Trasfusionale italiano e che obbligatoriamente dovrà concludersi entro il 31 dicembre del 2014. Di fatto le ricadute su tutto l’ambito trasfusionale di questi due percorsi saranno assai rilevanti, senza precedenti e diffusi in ogni territorio regionale e nazionale. Ci attende un triennio assai impegnativo nel quale i gruppi dirigenti del Volontariato del Sangue (a livello nazionale, regionale, provinciale e comunale) saranno messi a dura prova e dovranno dimostrare di che tempra sono fatti. Venendo da più di 80 anni di storia non dubitiamo che ce la faremo a tenere il timone, ma non dobbiamo perdere “pezzi” o scendere a compromessi che tradiscano l’impostazione gratuita ed etica della donazione del sangue. Confronti e discussioni, così pure percorsi di formazione (vedi articolo a lato), non mancheranno, ma siamo consapevoli che dal modo con il quale sapremo affrontare questo triennio dipenderà il futuro trasfusionale dei prossimi vent’anni. Stiamo lavorando per i nostri figli. Intanto non dimentichiamoci di donare, nel modo il più possibile coordinato. Perché tutto parte ed arriva dal nostro/vostro Dono dei Donatori volontari non remunerati.

Bernardino Spaliviero

Nota della Redazione (15 aprile):

Ci era giunta notizia, pubblicando on line questo servizio, che i quattro decreti di cui all’ultimo capitolo stiano per essere finalmente pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale. Questo dopo essere transitati direttamente sul tavolo del Presidente del Consiglio Mario Monti. Nei giorni successivi abbiamo verificato la notizia, confermata direttamente dal Ministero della Salute. Riportiamo il comunicato stampa (18 aprile) del Ministero stesso… Continua a leggere

2011: un anno di calma, apparente?

L’anno 2011 si è concluso con la calma apparente con il quale è trascorso.

autosufficienza Veneto

Un anno di transizione, con la caduta delle illusioni e il mal di naso per aver sbattuto contro il muro della crisi economica-politica-culturale che è progressivamente montata nel corso dell’ultimo decennio. L’Italia ha sempre saputo dare il meglio di sé nei momenti critici, dopo aver dissipato come le cicale gli anni buoni. Sembra che non sappiamo o vogliamo costruire con fatica quotidiana il nostro futuro, ma sappiamo farlo bene quando gli eventi ce lo impongono come estrema possibilità. In altre parole noi sappiamo prenderli i treni, ma ci ostiniamo a prenderli all’ultimo istante, quando sono già in movimento e rischiamo di rimanere a terra, con il mondo che ci guarda inorridito temendo di vederci rotolare sotto le ruote… e invece ce la facciamo, seppur col batticuore. Sembra quasi che lo sport nazionale preferito sia quello di produrre adrenalina; finché l’adrenalina non sale non ci proviamo nemmeno, ma dopo…

I fondamentali sono ottimi

Raramente si possono vedere tabelle simili. Dal 1996 il Veneto presenta anno dopo anno numeri che evidenziano un costante miglioramento nel soddisfare con puntualità e in sicurezza le esigenze trasfusionali dei propri ammalati. Rimane costante il contributo all’autosufficienza nazionale che nel 2011 è anche aumentato di circa 1000 unità; il Veneto è la seconda regione, dopo il Piemonte, ad assicurare con il proprio supporto l’equilibrio trasfusionale nazionale. I dati complessivi sono davvero buoni sia dal punto di vista trasfusionale, con costante disponibilità per gli ammalati, sia dal punto di vista gestionale, con riduzione al minimo dello sfrido (sacche scartate per qualsiasi causa, ndr), solo il 3,3%.

Ma… ogni Dimt ha le sue dinamiche

Raccolta-consumi negli anni

In ogni Dipartimento interaziendale di medicina trasfusionale (Dimt) provinciale esiste una dinamica difficile, per l’erosione progressiva di risorse umane ed economiche; la crisi economica, con il sensibile taglio in ambito nazionale dei finanziamenti per il Servizio Sanitario, non potrà non ripercuotersi anche nel nostro settore. Da tempo con il quarto Piano Sangue e Plasma Regionale (del 2004) sono state indicate le direttrici per ottenere una razionalizzazione tale da ridurre i costi di gestione del settore trasfusionale, senza compromettere qualità e quantità dei servizi offerti agli ammalati e ai Donatori; sarà giocoforza procedere, nell’ambito di un progetto condiviso e sostenuto. È un percorso aspro e difficile, che in qualche misura va a collidere con le aspettative legittime di carriera e remunerazione degli operatori sanitari, ma non c’è molto spazio. Come Associazione chiediamo però che vengano salvaguardate le sedi di donazione distribuite sul territorio, a gestione pubblica o associativa, per non ostacolare l’attività donazionale.

Equilibrio trasfusionale molto fragile

cessioni fuori regione - storico

L’equilibrio trasfusionale, fin qui mirabilmente conseguito dal Veneto, è molto fragile. Basta infatti uno scostamento dell’1-2% e si passa dalla serena autosufficienza all’emergenza per carenza diffusa regionale. E alcuni segnali destano qualche preoccupazione in questo senso. Il Dimt di Verona è sempre in precaria autosufficienza; finiti i tempi delle cessioni di migliaia di sacche a ospedali carenti del Veneto e fuori regione. Il Dimt di Venezia sta erodendo progressivamente il proprio margine operativo; se non si riesce a riprendere slancio si rischia di seguire il percorso veronese nel giro di pochissimi anni.

Padova sta aumentando le donazioni, con molto impegno e dedizione; ma per ora riesce solo a far fronte all’incremento dei propri consumi, senza recuperare il vistoso deficit garantito dalle cessioni degli altri Dimt veneti, in particolare Belluno, Rovigo, Treviso e Vicenza. Sono in effetti queste ultime province a garantire le aree carenti in Veneto e il contributo all’autosufficienza nazionale, grazie sia a consumi interni minori, per mancanza di attività chirurgiche e mediche ad alto consumo, sia per la grande generosità e capacità organizzativa dei donatori e delle Associazioni locali.

Condividere i percorsi e le riorganizzazioni

Raccolta emazie per dipartimento

Proprio per la somma di questi fattori critici, con le brusche accelerazioni che la crisi economica impone, è necessaria una dose maggiore di disponibilità al confronto, di collaborazioni leali e sincere, a viso aperto. Chiediamo analogo atteggiamento ai nostri interlocutori, politici e dirigenti amministrativi, che non sono controparti, ma partners istituzionali: il lavoro non ci mancherà, ma riusciremo a renderlo meno indigesto.

Bernardino Spaliviero

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