Eurispes e fiducia degli italiani: davanti a tutti il Volontariato

A proposito di “ricchezza” della nostra Italia, sono gli stessi nostri concittadini a confermare che i più degni di maggior fiducia proprio quelli che sotto il profilo del Pil, quasi mai vengono considerati. Al primo posto nella fiducia degli italiani, infatti, c’è proprio il volontariato. Secondo il rapporto Italia 2011 di Eurispes (pubblicato il 28 gennaio scorso) le associazioni che ogni giorno si impegnano sul fronte della solidarietà verso il prossimo sono capaci di raccogliere tra i cittadini italiani un indice di gradimento vicino all’80%. In questo “indice di gradimento” il volontariato “stacca” di parecchi punti le Forze dell’ordine, per non parlare di Chiesa, Scuola e (ridotte al lumicino) le istituzioni politiche. Brilla fra queste ultime invece, e di luce abbagliante, il Presidente della Repubblica. Giorgio Napolitano, infatti, è in continua ascesa: 62% nel 2009, 67,9% nel 2010, 68,2% nel 2011.

Tasso di fiducia degli italiani

È considerato una vera garanzia, evidentemente, per la Democrazia. Per quanto riguarda le Istituzioni repubblicane la Magistratura ottiene il  54% delle risposte positive. Sempre per quanto riguarda le Istituzioni, in fondo alla lista (ma molto in fondo) si piazzano il Parlamento – con il 15% dei consensi – e ancor peggio il Governo. Quest’ultimo è letteralmente precipitato negli ultimi 2 anni. L’anno scorso era al 26%, nel 2009 al 27% mentre oggi: “solo il 14,6% si dichiara molto o abbastanza fiducioso nel Governo; l’84,2% afferma di avere poca o nessuna fiducia e l’1,2% non sa esprimere un giudizio al riguardo o non risponde”, si legge nel rapporto Eurispes.  Una vera “sicurezza” sono invece considerate le forze dell’Ordine, Benemerita in testa. I Carabinieri, per esempio, raccolgono il 72% di “abbastanza o piena” fiducia, mentre la Polizia si attesta sul 66% e la Guardia di Finanza 64%). Interessante notare il tasso di fiducia nelle forze di Polizia in genere è più alto al Sud, rispetto che al Nord. E la Scuola (43,7%)? E la Chiesa cattolica (40%)? Bassine, e in discesa, ma non al livello di Sindacati (21%) o Confindustria e associazioni di imprenditori (28,6%). Velo pietoso sui partiti politici (tutti) che raccolgono solo il 7,1% della fiducia dei cittadini.    Ma tornando a noi e al volontariato, il dato Eurispes può giustamente inorgoglire i volontari. Dall’altro lato, però, contiene anche la grande responsabilità di non tradire attese e aspettative degli italiani, specialmente in questo 2011 Anno europeo del volontariato. Dal sondaggio emerge che nel nostro Paese sono più di un milione i volontari attivi con continuità in enti e associazioni, mentre sono più di quattro milioni coloro che operano individualmente e in modo discontinuo. A spiccare per senso di appartenenza al volontariato e alla “cultura del dono” sono – a sorpresa – soprattutto i giovani. Tra le fasce d’età maggiormente impegnate in attività di volontariato c’è infatti quella dei ragazzi tra i 18 e il 19 anni (11%), con le ragazze in numero superiore ai maschi. C’è da rifletterci su.  Quanto alla distribuzione geografica, il Nord (con il 30% di persone attive), supera il Centro e il Sud (attestate attorno al 20%). L’indagine Eurispes evidenzia anche un volontariato che allarga i suoi orizzonti oltre i più tradizionali ambiti della sanità e dell’assistenza sociale. Molti sono infatti gli italiani attivi che si occupano di protezione civile, tutela dell’ambiente, del patrimonio storico artistico e difesa dei diritti civili.

Beppe Castellano

 

Pronto, chi dona? Attraverso il Veneto della “chiamata” Avis

di Beppe Castellano e Michela Rossato

Dall’Alpi fin fra i due grandi fiumi, dalla Giorgion magione fin alle Lanerossi…No, non è una parodia del “5 maggio” del Manzoni in chiave veneta. È solo, molto più prosaicamente, la sintesi di alcuni “punti chiamata” delle nostre Avis e Abvs che siamo andati a scoprire o che ci siamo fatti raccontare. Certo, perché di programmazione, di razionalizzazione, di non dissipare il dono dei nostri avisini e di trattarli il meglio possibile prima, durante e dopo la donazione se ne parla spesso. Anche su queste pagine. Gli Uffici di chiamata associativi che – come leggiamo nelle pagine precedenti – molto contribuiscono a centrare anche gli obiettivi della Sanità regionale, però, erano un po’ “sconosciuti” anche per noi della redazione. Figurarsi per una gran fetta dei nostri lettori, nelle cui realtà locali ancora non funzionano… E così abbiamo abbiamo voluto “toccare con mano” la realtà dei due “Uffici provinciali di chiamata” attualmente funzionanti in Veneto: Belluno e Rovigo. Ma non solo. Anche due Uffici di chiamata comunali (o intercomunali) come Schio e Castelfranco Veneto sono finiti sotto la lente. L’obiettivo? Capire come funzionano e, soprattutto, sentire dalla viva voce dei protagonisti (i donatori) se essere “sollecitati” in tal modo è un fastidio o un beneficio anche per loro. Se possono essere scontate la laude

DeBortoli, D’incà, DeBona

degli operatori sanitari, che possono lavorare in modo più programmato e quindi e con meno stress da “affollamento”, non davamo certo per scontato anche quelle dei diretti interessati: i nostri donatori. C’è chi, infatti, anche fra i dirigenti avisini afferma – è in alcuni casi ci può essere forse anche un fondo di verità – che “il donatore, se lo si “inquadra” troppo, può perdere la spinta “volontaristica” sentendosi solo parte di un meccanismo”. Ma iniziamo, proprio con le parole di un “tris” di donatori (di età e percorsi diversi) al Centro trasfusionale di Belluno, una qualsiasi mattina di Gennaio.

Alberto De Bortoli, donatore da 6 anni, convinto da un amico: “Con l’ufficio di chiamata, donare è tutta un’altra cosa. Prima, quando venivo a donare, perdevo anche tre ore, ora un’oretta al massimo”. Alfredo De Bona, 50 anni, donatore da 20 anni, convinto da un amico: “con il passare del tempo, ho visto migliorare molto il sistema della prenotazione. Negli ultimi anni si è passati dalla cartolina alla chiamata telefonica, che a mio avviso è un grande passo in avanti. Lo ritengo un ottimo sistema, perché non ci si dimentica di donare e si dona quando c’è bisogno, senza spreco di sangue. Attendo la chiamata”. Silvia D’incà, 26 anni, diventata donatrice 8 anni fa assieme ad un’amica: “ho cominciato con il vecchio sistema, ma quello della prenotazione e della chiamata telefonica è decisamente migliore. Io attendo che mi chiamino, così sono sicura di potermi organizzare per tempo al lavoro e di donare quando c’è effettivamente bisogno”. Tempo risparmiato, niente “amnesie”, sentirsi davvero utili quando c’è bisogno ed essere certi che il proprio sangue serva tutto. Un “controcanto” che, pur spostandosi di circa 200 chilometri, si ascolta anche in Polesine. Centro trasfusionale di Rovigo, una settimana dopo, direttamente sul lettino.

Massari, BertagliaBellino Bertaglia, 52 anni, donatore da 30: “mi trovo bene con la chiamata telefonica, perchè vengo quando mi chiamano, non mi dimentico di donare, mi organizzo la giornata, posso spostare la donazione se ho un imprevisto senza mettere in difficoltà nessuno”. Sulla migliore organizzazione del “proprio” tempo, concorda la vicina di “dono” Maria Enza Massari, 36 anni, donatrice da 7: “mi trovo molto bene con questo sistema di chiamata. Concordando giorno e orario in base alle proprie esigenze, ci si organizza il lavoro e il proprio tempo. Non c’è confusione al momento della donazione, non si spreca tempo né sangue”. E auspica pure l’esportazione, del metodo, non delle già migliaia di sacche che da Rovigo vanno a Padova e anche fuori regione ogni anno: “mi auguro vivamente che questo sistema possa essere adottato anche da altre parti, perché lo ritengo un valido aiuto ai donatori”. Solidarietà avisina a tutto tondo… è proprio una questione di Dna.

Maugeri

Come Michelangelo Maugeri, 26 anni, donatore da poco che non nasconde l’atavico timore dell’ago, ma… “confesso di essere molto spaventato ad ogni appuntamento con l’ago, ma mi faccio forza perché ritengo il dono un dovere civile. Quando mi chiamano vengo, perché significa che qualcuno ha bisogno. Il sistema della chiamata evita sprechi di tempo per noi donatori e di sangue per chi lo raccoglie e lo utilizza. Secondo me è un ottimo sistema”. Dalla pianura, ci spostiamo ancora verso le Dolomiti, per trovare un’altra  “matricola” del dono.

Si tratta di Giorgia Meneghel, 33 anni, donatrice da 6 mesi. È stata convinta convinta dal fidanzato e anche “in famiglia”, avendo il nonno donatore: “sono alle prime donazioni e mi trovo molto bene con questo sistema di chiamata, perché mi posso organizzare la giornata senza perdite di tempo”. Affermazione che varrebbe un Sms per i tanti giovani indecisi proprio per paura di perderne troppo… di tempo. Ancora Dono & Vita a portata di mano, sempre a Belluno, anche per Andrea Caproni, 39 anni, donatore da sei.

Meneghel

A convincerlo a donare fu il cognato: “trovo positivo il sistema della chiamata telefonica, perché fa risparmiare tempo. Un po’ d’attesa c’è, ma rispetto al passato si è molto ridotta”.E chiudiamo, ma solo per quanto riguarda i pareri dei donatori, nel Centro trasfusionale della città che diede il nome al “mare” della Serenissima: Adria: Cristian Matta, 35 anni, donatore da 8: “il sistema della prenotazione e chiamata telefonica mi piace, perché risparmio tempo e posso essere utile a chi ha bisogno in un giorno e orario che si adatta alle mie esigenze. Sono sempre aggiornato sull’intervallo di tempo tra una donazione e l’altra e così non me la dimentico. Così come sono aggiornato sulle ultime novità grazie all’invio delle email. Sono diventato donatore per dare una mano al prossimo e con questo sistema mi trovo meglio io donatore, ma lavora meglio anche il personale, che ringrazio perché è sempre disponibile”. Fin qui le “voci” dei donatori, girando pagina vediamo come funzionano gli Uffici di chiamata con il parere di dirigenti e medici.

 

Caproni

Grazie all’impegno di voi tutti, centrato l’obiettivo 2010

I dati preliminari a consuntivo del 2010 ci dicono che è andata bene, consentendoci un buon recupero sul difficile 2009. Siamo stati in parte fortunati, perché la temuta pandemia di influenza di inizio 2010 alla fine non c’è stata, ma nel complesso è legittimo dirci che siamo stati bravi. Abbiamo ottenuto un significativo +3,3% delle donazioni di sangue, superando anche l’obiettivo programmato del +3%. Tutti, in ogni parte del Veneto, hanno aumentato le donazioni, con impegno davvero grande di ogni struttura  Avis, dalla più piccola Comunale, alla più strutturata Provinciale.

Anche le strutture trasfusionali hanno profuso un impegno  non indifferente, consentendo ai donatori, senza aumenti di personale, di incrementare  le donazioni. Insomma il Sistema Trasfusionale veneto ha riassorbito l’impatto del vistoso incremento dei consumi che si era verificato, inaspettato, nel 2009, con un aumento delle trasfusioni agli ammalati del 6,3%, quasi 14.000 sacche in più. In effetti all’allarme generale lanciato in Veneto all’inizio del 2010 ha fatto seguito oltre al buon recupero delle donazioni anche un rallentamento dell’incremento dei consumi, aumentati nel 2010 “solo” dello 0,4%, “appena” 844 sacche.

Recuperato il margine operativo


Per garantire la tranquillità trasfusionale bisogna che nelle emoteche dei nostri ospedali ci siano sempre delle scorte sufficienti, che vanno continuamente avvicendate perché dopo 40 giorni le sacche di emazie scadono. L’insieme delle scorte rappresenta il margine operativo importante in situazioni di emergenza imprevedibili. Dall’esperienza degli ultimi 15 anni possiamo ritenere che nel Veneto questo margine operativo si aggira intorno alle 10.000 unità di sacche all’anno. Nel 2009 eravamo scesi sotto le 9.000, ma nel 2010 siamo ritornati sopra le 17.000, recuperando quindi una sostanziale stabilità. Queste scorte non vengono mai perdute perché il Veneto attraverso meccanismi convenzionali supporta aree carenti del nostro Paese. Le cessioni extraVeneto, il nostro contributo all’autosufficienza nazionale, che si era necessariamente ridotto nel 2009, è incrementato nel 2010 arrivando a 14.238 sacche.  Una bella, buona e legittima soddisfazione.

Il 2011: obiettivo +2%

Non abbassare la guardia. E’ previsto un ulteriore incremento dei consumi e quindi è stato programmato un +2% delle donazioni. L’anno 2011 è iniziato male, con l’epidemia influenzale che porta con sé un incremento delle trasfusioni agli ammalati in situazioni critiche e un cale delle donazioni perché anche i donatori se la pigliano (l’influenza). Il combinato dell’invecchiamento della popolazione e del miglioramento progressivo della qualità sanitaria con interventi chirurgici e terapie mediche innovative, ma con necessario supporto trasfusionale, porta ad un necessario e progressivo incremento delle donazioni di sangue per il quale è necessario attrezzarsi.

Migliorare l’indice donazionale

Senza ridurre l’impegno a trovare nuovi donatori, soprattutto fra i nostri giovani, è però necessario ottenere una maggiore frequenza delle donazioni da parte di chi è già donatore. In questo è ampiamente dimostrata l’utilità degli Uffici di chiamata, gestiti direttamente dai volontari Avis, con colloqui telefonici diretti con i donatori. Essi sono presenti già su buona parte del territorio veneto, ma vanno generalizzati. La rete degli Uffici di chiamata deve coprire tutto il nostro territorio, è un investimento sulle persone e sulla qualità del rapporto diretto con il singolo donatore di sangue che ovunque viene realizzato dà buoni frutti.

 

 

 

Introdurre al dono i nuovi cittadini

È la sfida più importante soprattutto in prospettiva. La persone che risiedono ormai stabilmente in Veneto, provenendo da molti paesi di ogni parte del mondo soprattutto negli ultimi 10 anni, hanno ormai superato la soglia del 10% della popolazione veneta. Sono persone che concorrono a pieno titolo alla costruzione del benessere diffuso presente nella nostra regione, nonostante la crisi economica che ci preoccupa tutti, con riguardo particolare al futuro delle nuove generazioni. Queste persone sono mediamente più sane della nostra gente, altrimenti non avrebbero avuto la forza ed il coraggio per migrare dal loro paese d’origine, ma anche loro si ammalano e hanno bisogno di trasfusioni. Inoltre esistono problemi talora complessi ematologici che riguardano i gruppi e sottogruppi sanguigni, con incompatibilità e necessità di trovare donatori fra i loro connazionali. Inoltre rappresentano una ineludibile compensazione alla riduzione demografica sempre più rilevante delle nostre nuove generazioni, conseguente alla caduta della natalità. In molte parti d’Italia e del Veneto in particolare, si stanno realizzando incontri, convegni e iniziative mirate all’ingresso di questi nuovi cittadini nella donazione del sangue secondo i principi etici della nostra associazione: dono anonimo, volontario, non remunerato, consapevole, responsabile, periodico ed associato. Gli inizi appaiono promettenti nello spirito dell’integrazione completa e solidale, anche con assunzione di responsabilità sociale nel nostro Paese. Un campo vasto e nuovo che tutti insieme dobbiamo e vogliamo arare.

Bernardino Spaliviero

 


Come cambierà il plasma italiano

A cura di Bernardino Spaliviero – Responsabile Comitato medico Avis Nazionale

Negli ultimi mesi molte cose sono cambiate e altre sono all’orizzonte nel panorama del Plasma italiano. Stanno venendo al pettine alcuni nodi irrisolti e alcune scadenze ineludibili, che portano con sé discussioni e screzi per oggettive divergenze di opinioni e talora anche di interessi.

Che cos’è e come è nato AIP

L’AIP è nato il 27 ottobre 1998 per decisione quattro Regioni e 2 Province Autonome, si è allargato poi ad altre 5 Regioni. Dall’atto fondativo esso è “finalizzato all’aggiudicazione dell’appalto interregionale per il servizio relativo al ritiro, trasferimento nello stabilimento di lavorazione, trasformazione del plasma prodotto dalle strutture trasfusionali delle Regioni e Provincie e produzione, stoccaggio e consegna di emoderivati”. L’AIP conta oggi 11 aderenti, nei cui territori abitano quasi 20 milioni di cittadini, che donano circa il 45% del plasma nazionale conferito all’Industria farmaceutica per ottenerne i farmaci plasmaderivati. Nel 2010 il plasma inviato alla Kedrion (l’azienda italiana che lavora il plasma nazionale) ha raggiunto la notevole cifra di 324.000 kg., (+5% sul 2009). Ma, come recita  l’art.2 dell’Accordo: “Tutti gli effetti decorrono a partire dalla data della sua sottoscrizione e sono destinati a cessare contestualmente a partire dalla data di risoluzione del contratto d’appalto di cui sopra”.

Gara d’appalto europea ormai in vista

La gara d’appalto fu vinta all’epoca necessariamente dalla Kedrion, unica azienda ad avere i requisiti previsti dalla normativa. Ma da allora è cambiata la normativa europea che impone regole alle quali la legge italiana deve adeguarsi; il  recepimento normativo è alla conclusione e si prevede che nella primavera del 2012 si potrà svolgere la gara europea interrompendo la sequela di proroghe annuali del contratto in corso. Alla gara parteciperanno almeno altre due grandi aziende farmaceutiche, in un confronto che sarà difficile e aspro.

Il Plasma Master File

Il concetto di Plasma Master è stato introdotto dalla Direttiva 2003/63/CE del 25 giugno 2003 della Commissione Europea, che ha modificato la direttiva 2001/83/CE del Parlamento e del Consiglio recante un codice comunitario relativo ai medicinali per uso umano. Tenendo conto che la stessa “materia prima Plasma” è utilizzata per più medicinali e che, di conseguenza, una parte consistente del dossier di Autorizzazione all’Immissione in Commercio (AIC) può essere comune a diversi medicinali derivati dal plasma, la Commissione Europea ha semplificato le procedure per l’approvazione dei plasmaderivati, introducendo il concetto di Plasma Master File (PMF). Il PMF è una documentazione a sé stante separata dal dossier di autorizzazione all’immissione in commercio, che fornisce ogni dettagliata informazione pertinente alle caratteristiche di tutto il plasma umano utilizzato per la fabbricazione di medicinali. Ogni Industria di lavorazione di plasma umano deve predisporre e tenere aggiornate il complesso di informazioni dettagliate e pertinenti cui si riferisce il master file del plasma. La normativa sul PMF non è mai stata applicata al plasma italiano. Trattandosi di plasma destinato a produrre farmaci proprietà delle Regioni che lo consumano direttamente nei propri ospedali, e quindi non destinati alla vendita, si è proceduto senza costituire tutta la documentazione prevista a livello europeo per il plasma commerciale. Ma l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) ha chiarito che così non si sarebbe dovuto fare e comunque non si potrà più fare.

La particolare situazione italiana

La bella intuizione del “Conto Lavoro”, nata in Italia e imitata altrove, si basa sul mantenimento della proprietà del plasma da parte delle Regioni proprietarie del Sistema trasfusionale pubblico che lo ha raccolto; esse  quindi ricevono i farmaci plasmaderivati ottenuti come da specifiche del capitolato di gara pagando all’Industria solo la lavorazione del Plasma. Ciò consente un importante risparmio di denaro (la differenza fra l’acquisto dei farmaci commerciali di importazione ed il costo della sola lavorazione industriale), tanto più che il 74% del plasma conferito è ottenuto per separazione dalle unità di sangue intero, le sacche donate dai donatori per soddisfare le crescenti esigenze di trasfusioni di globuli rossi da parte degli ammalati. In pratica 3/4 del plasma conferito viene obbligatoriamente raccolto con le donazioni di sangue intero ed il suo costo comunque sarebbe sostenuto dalle Regioni anche se poi lo dovessero paradossalmente distruggere. In questo modo le Regioni e gli ammalati  italiani hanno avuto a disposizione farmaci sicuri, frutto del lavoro e della generosità degli italiani, in un sistema basato sul dono non remunerato, etico e direttamente controllato, risparmiando anche parecchio denaro: un piccolo grande capolavoro.

Approvata la normativa sui Requisiti minimi e sulle visite dei Valutatori

Il 16 dicembre scorso la Conferenza Stato-Regioni ha infine approvato la normativa sui requisiti minimi delle strutture trasfusionali e sulle visite ispettive, recependo in sede italiana la normativa europea, presupposto per giungere alla costituzione del Plasma Master File italiano avviando un percorso di allineamento che dovrà concludersi entro il 31.12.2014. Ragion per cui le gare europee del 2012 vedranno le Regioni italiane in mezzo al guado nel percorso previsto, alcune più avanzate, altre meno, procedendo comunque secondo tappe concordate a livello nazionale da AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) e CNS (Centro Nazionale Sangue). E’ una situazione inedita e transitoria che sta impegnando tutti i responsabili nazionali e regionali e che i dirigenti del Volontariato stanno seguendo con molta attenzione e prudenza nel suo concreto sviluppo. Dopo il 2014 o il plasma rispetterà tutte le norme sulla documentazione e sulle ispezioni previste dalla normativa europea, o non potrà nemmeno varcare i cancelli di una qualunque industria farmaceutica: in pratica dovrà essere distrutto. Come si può capire non si discute della qualità del plasma italiano, che sappiamo non temere i confronti ed i controlli internazionali, e tanto meno della sicurezza dei farmaci plasmaderivati, ma del rispetto delle norme europee stabilite per garantire gli ammalati sul rispetto degli standard di qualità e sicurezza dei farmaci ottenuti dal plasma raccolto, in particolare nei centri trasfusionali commerciali diffusi nel resto del mondo, dove non è il dono ma la vendita di sangue e plasma a essere prevalente.

Il bilancio di AIP: successi e limiti

È dunque tempo di iniziare a tracciare il bilancio di AIP, anche perché bisogna trarre dall’esperienza fatta le necessarie indicazioni per il futuro capitolato di gara. E’ indubbio il grande successo di AIP nell’aver ottenuto un incremento importante del conferimento del plasma ad uso industriale: praticamente siamo all’autosufficienza per tutte le frazioni plasmatiche prodotte: Albumina, Immunoglobuline aspecifiche, FVIII, FIX, Complesso Protrombinico e Antitrombina III. Manca poco solo per le Immunoglobuline. Inoltre nell’area di AIP appare più appropriato, meglio governato, l’uso dei farmaci plasmaderivati, a partire dall’Albumina, anche se ovviamente si può fare meglio. Tuttavia si sono accumulate importanti giacenze di FVIII e non si riesce a collocare all’esterno dell’area AIP gli emoderivati eccedenti: la cessione verso le Regioni carenti, ancorché vantaggioso per quelle che si approvvigionano sul mercato internazionale, non può essere attuato anche per la mancanza di tariffe di scambio deliberate dalla Conferenza Stato-Regioni. La distribuzione fuori dall’Italia ci è consentita solo nell’ambito di progetti di cooperazione internazionale. Il limite maggiore di AIP è dunque stato quello di non aver saputo o potuto promuovere il farmaco nazionale in conto lavoro, né verso le Regioni carenti, con la costruzione del Sistema Paese, più volte invocato, né verso i medici curanti prescrittori e gli ammalati che in parte tuttora preferiscono farmaci commerciali. In particolare la situazione di inerzia riguarda il FVIII dove alla competizione con i prodotti commerciali si aggiunge la competizione con il FVIII ricombinante.

Le prospettive per il nuovo AIP 2: il nuovo capitolato di gara

Sarebbe opportuno chiarire già alcuni aspetti. La necessità di qualificare i prodotti in conto lavoro dovrebbe prevedere la loro facile riconoscibilità, a partire da AIC (Autorizzazione all’Immissione in Commercio) specifica per il prodotto di AIP2 e la dichiarazione della filiera del plasma con la qualifica di “farmaco etico”” perché ottenuto SOLO da donatori non remunerati. Questa autorizzazione, rilasciata da AIFA (Agenzia Italiana per il Farmaco), è obbligatoria per qualsiasi farmaco che viene distribuito in Italia, sia dalle farmacie territoriali che negli ospedali. Attualmente viene utilizzata l’AIC di proprietà dell’Industria Kedrion e acquisita per la produzione e distribuzione del prodotto commerciale di Kedrion. Si tratta cioè della medesima AIC sia per il prodotto nazionale in Conto Lavoro, sia per il prodotto commerciale ottenuto con plasma di importazione a pagamento. Questa situazione genera ambiguità e ha consentito alcune anomalie amministrative: andrebbe superata ottenendo una AIC specifica per il “farmaco etico” da donatore non remunerato, dichiarando anche l’area geografica di raccolta del plasma e le autorità regionali competenti sulla raccolta stessa.

 

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