Sale l’allarme in Veneto, si prospetta calo delle donazioni, ma… chi raccoglierà se calano anche medici e operatori?

Inchiesta di Beppe Castellano, direttore responsabile Dono&Vita

Altro che aprire i Centri trasfusionali nel pomeriggio per ovviare al calo delle donazioni! Qua e là per il Veneto, pur considerata (basta sentire che cosa dicono di noi fuori Regione) ancora un’isola felice per quanto riguarda la sanità pubblica, si assiste invece a un diffuso stillicidio di riduzioni di orari dei Centri trasfusionali anche nei giorni “normali”. Un’ora in meno tagliata qui, un’ora in meno tagliata là. Un sabato di chiusura in più al mese da una parte, una domenica negata da un’altra…

E poi gli esami di idoneità che – magari fossero solo trenta i giorni – da alcune parti arrivano dopo un mese e mezzo… quando va bene. E il “giovane” aspirante donatore, nel frattempo, si è quasi del tutto dimenticato di quell’empito d’entusiasmo che lo aveva portato a presentarsi una mattina in Centro trasfusionale. Magari con un gruppo di compagni di scuola, convinti a fare il grande gesto quel giorno in cui l’Avis era andata a trovarli in 5ª B.

Oppure, peggio ancora, nel frattempo l’aspirante donatore – non ancora periodico – ha dimenticato i sani stili di vita necessari, anzi indispensabili anche per legge, per entrare nella grande famiglia avisina. Ed ecco, insieme ad altre concause, una delle ragioni dell’alto tasso di “prime donazioni mancate”. Ma l’estate è arrivata, con le meritate ferie dei nostri donatori (che però prima di partire farebbero volentieri il proprio periodico “dovere”), ma anche con quelle – meritate anche queste – dell’ormai scarso personale del Centri trasfusionali pubblici.

Se ci si vuol chiedere il perché del calo delle donazioni, per onestà intellettuale bisogna girare il quesito non soltanto alle Associazioni di volontariato (a cui giungono ogni giorno lamentele dei propri soci su lunghe attese o disservizi) bensì a TUTTI gli attori del Sistema.

Noi ci abbiamo parlato, negli ultimi mesi, con gran parte dei protagonisti del Sistema trasfusionale e abbiamo raccolto e ascoltato le loro dichiarazioni, sono anche pubbliche, in ogni livello associativo e/o scientifico. Partendo dalle nostre assemblee comunali, provinciali, regionale e nazionale (Lecce, 18-20 maggio) fino al 43° convegno di studi di medicina trasfusionale della Simti, svoltosi a Genova qualche giorno dopo dal 23 al 25 maggio. Il tutto confermato nel Convegno internazionale del 15 giugno a Roma (organizzato da Centro nazionale sangue e Fiods) in occasione della Giornata mondiale del donatore di sangue.

Sia dalla base associativa, i “semplici” donatori, sia da parte dei dirigenti Avis, sia dai professionisti che si occupano della “base” dell’intera Sanità (sangue, plasma e plasmaderivati) i “cahiers de doleances” sono molto simili, convergenti e ascrivibili a un punto incontrovertibile: il personale è sempre meno. Le attribuzioni, i compiti, le responsabilità (pur finalizzate all’obiettivo principe: la sicurezza) sempre maggiori. Il tempo da dedicare ai rapporti umani è di conseguenza sempre meno. E si sa quanto sia importante, ai fini di una “buona medicina”, il rapporto personale e fiduciario medico-paziente. Ancor più lo è quello medico-volontario del sangue, persona sana che, proprio per la sua “preziosità” va accolta e “coccolata” nel migliore dei modi. Eppure si riscontrano, per le ragioni appena esposte, maggiori tempi di attesa per donare, visto che spesso un solo medico si trova a visitare tutti i donatori di una mattinata. Occorre dedicare più tempo del passato ad approfondire il rinnovato e più incisivo “questionario di responsabilità” che il donatore deve compilare a ogni donazione, per la sicurezza propria e del ricevente.

Intanto si sta assistendo a una costante emorragia di medici trasfusionisti in tutta la nostra regione. Un’emorragia non esattamente “lenta”.  Se ciò può consolarci non accade solo nel Veneto. Sta di fatto che un’intera generazione di ematologi dedicatisi al mondo della trasfusione sta via via assottigliandosi per raggiunti limiti di età. Ed è anche l’ultima che conserva il ricordo e l’esperienza degli anni  ’80, quelli bui delle infezioni di Hiv, in gran parte “importate” con plasmaderivati commerciali. È la generazione di medici che ha lottato, chi più chi un po’ meno, per l’unicità dell’Italia nel settore plasma: il c/lavorazione con la “proprietà” dei farmaci derivati dal plasma che resta di proprietà pubblica.

L’abbiamo sentito in assemblea provinciale di Verona (provincia sotto sforzo per la maggior necessità di sangue e deficitaria nonostante il più alto tasso di donazione pro capite) e nella stessa assemblea regionale di Peschiera del Garda dalle parole della dottoressa Loredana Martinelli, responsabile del Dipartimento provinciale di Immunoematologia trasfusionale: “Entro l’anno 3 o 4 medici dei nostri Centri trasfusionali provinciali andranno in pensione. E sono medici capaci, di una generazione “cresciuta” con i donatori, che non si ponevano nonostante tutto limiti di orari o di presenza. Sempre disponibili anche sul territorio e esperti in medicina trasfusionale”.

Una delle preoccupazioni di “chi lascia” (anche la dottoressa Martinelli, per la cronaca, a luglio è andata in quiescienza) è che il travaso di esperienza alle nuove “leve” è ormai quasi impossibile poiché i concorsi per i nuovi medici, quando e se avvengono, vengono istituiti solo in prossimità dei pensionamenti se non, addirittura, dopo o molto dopo. O, addirittura, non vengono neppure fatti per sostituire chi se ne va. Un problema che, associato alla sempre minore disponibilità di medici che escono dalle Università (e non parliamo solo di medici trasfusionisti) non riguarda solo il nostro settore, pur duramente colpito. Ma vediamo un po’ la situazione, sia per il Trasfusionale sia allargando al resto del Sistema sanitario. Che si costruisce, e si mantiene efficiente, non solo con le opere edilizie, ma riempiendo gli ambienti di “contenuti”, umani e prefessionali.

Concorsi pochi, quasi deserti. E il Servizio trasfusionale langue

In Veneto, nel giro di un anno, sono stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale sei concorsi pubblici per titoli ed esami rivolti ad aspiranti dirigenti medici di Medicina trasfusionale. Anzi, l’arco è un po’ più di un anno. Dal 7 marzo del 2017 (San Donà-Veneto orientale) all’ultimo, ancora attivo, del del 25 maggio 2018 (Vicenza).

Sette in tutto i posti che sono stati messi a concorso: uno a San Donà (non era specificato se a tempo indeterminato o determinato), uno a Rovigo (tempo indeterminato), due a Verona (uno a tempo determinato, l’altro no), due a Treviso (ambedue a tempo determinato), l’ultimo a Vicenza, si diceva, con contratto a tempo indeterminato. Ci risulta che i professionisti che da due anni ad oggi sono in pensione o trasferiti altrove siano almeno il doppio.

Ma aspettiamo volentieri smentite e dati certi da chi di dovere. Tre soltanto dei concorsi, forse quattro, offrivano poi una certa sicurezza professionale ed un futuro a chi avesse scelto di impegnarsi in un settore sempre più specializzato e in continua evoluzione. Una specialità medica su cui si basa tutta la Sanità pubblica e che, nonostante ciò, non è neppure riconosciuta come Scuola di specializzazione nelle Facoltà di Medicina.

Un tasto, questo, parecchio dolente su cui il Centro nazionale sangue e la stessa società scientifica Simti battono da anni. Senza essere granché ascoltati, in verità, se non con timide promesse di “aperture” da parte del mondo accademico. Il quale mondo, si sa, è sempre un po’ “chiuso” in se stesso.

Tornando agli esiti dei bandi, comunque, si sa che da alcune parti il numero di chi si è presentato è stato piuttosto esiguo e che i già pochi candidati abbiano poi rinunciato.

Fonte: BUR Veneto

Eppure la Medicina immunotrasfusionale è una branca  che, come ha affermato recentemente il dottor Pierluigi Berti, presidente della Simti (Società italiana medicina trasfusionale e immunoematologia): “richiede professionalità, competenze, conoscenze scientifiche e responsabilità sempre più impegnative e soprattutto interdisciplinari”.

Perché il trasfusionista è forse l’unico medico che ha una doppia responsabilità: verso i suoi pazienti e verso i donatori. E per pazienti non parliamo solo degli ammalati, riceventi del “prodotto sangue” negli altri reparti ospedalieri (sono 8000 ogni giorno a ricevere una trasfusione in Italia), ma anche di tutti i malati che afferiscono ai Centri trasfusionali per terapie.

“Il medico trasfusionista – ha continuato Berti – è colui che deve garantire quantità e qualità di sangue, emocomponenti e plasma donati ogni giorno dell’anno. Ma è anche colui che ha fra i suoi assistiti, unico fra i medici, anche gente sana, anzi sanissima: i donatori volontari, periodici, non remunerati”.

Che sono, aggiungiamo noi, anche le uniche persone che a migliaia ogni giorno si recano di propria volontà in… ospedale. E perfino sorridendo quando entrano e ancor più sorridenti quando escono, perché soddisfatti.

O, almeno, il “sano” donatore – negli anni sempre più raro e prezioso per l’aumento dell’età media – “dovrebbe” uscire dal Centro trasfusionale o di raccolta con il sorriso sulle labbra, con il desiderio di tornare quanto prima.

“Una persona da “coccolare” – ha affermato lo stesso Berti – che non sta male, ma che anzi arriva per fare del bene e che si deve trovare bene nell’ambiente in cui viene volontariamente”. Invece… A volte capita il contrario. Lunghi tempi d’attesa, orari non conformi alle esigenze lavorative e/o di studio, personale continuamente sotto pressione che, prima o poi, diventa scorbutico anche senza volerlo.

Potremmo continuare l’ormai lungo elenco di ciò che anche in Veneto – negli ultimi decenni “capofila e faro” a cui guardare dal resto d’Italia – comincia a scricchiolare seriamente: riduzione a macchia di leopardo degli orari di prelievo per mancanza cronica di personale, ritardi nell’elaborazione dei dati e degli esami di idoneità. E poi tanti altri “piccoli”, ma non per questo meno importanti, disguidi e disagi che vanno contro la “buona accoglienza” e la fidelizzazione.

Ma voi lettori e dirigenti li conoscete meglio di chi scrive.  Abbiamo visto Centri trasfusionali (pubblici) con pile di cartelle di neo donatori, già con tutti gli esami a posto che… tardano a partire di qualche settimana. La ragione? Anche le segreterie sono sguarnite, assieme al personale infermieristico di sala prelievi.

Certo è che la necessità di “risparmio” delle “Aziende” (socio-sanitarie, ricordiamolo) impone una razionalizzazione. Ma con qualche precauzione. “La necessità di razionalizzare e di rendere più efficiente la rete trasfusionale – ha detto con forza il presidente Giorgio Brunello nel corso dell’ultima Assemblea regionale – non può andare a discapito della capacità del sistema pubblico di garantire livelli e diffusione dell’attività di raccolta, specie sul territorio e di Medicina trasfusionale presso la rete ospedaliera. Corriamo un grosso rischio – ha avvertito Brunello – il rischio che il medico trasfusionista, specie quello “sul territorio”, diventi un medico che fa solo raccolta!”.

Un imbottigliatore, insomma (senza offesa per i produttori di prosecco) con una procedura pur ferrea da seguire e nient’altro da studiare o a cui pensare. Con buona pace della Medicina trasfusionale “inventata” dal nobel Karl Landsteiner nel 1901 con la scoperta dei gruppi AB0 (cui l’Oms ha dedicato il 14 giugno come  Giornata mondiale del donatore di sangue dal 2004).

Anaao-Assomed: “Servizio sanitario regionale e nazionale in prognosi riservata” 

È di questa primavera il grido di allarme lanciato dall’Anaao-Assomed del Veneto. Riguardava l’ormai massiccio “esodo” dei medici dagli ospedali pubblici. Il più delle volte per raggiunti limiti di età, ma in percentuale via via sempre maggiore per un nuovo fenomeno: il “ritiro” nel privato dove portano lunghi anni di esperienza acquisita e quindi di professionalità. Un allarme-appello quasi caduto nel silenzio, ma reiterato assieme ad Avis regionale subito dopo l’uscita del numero di giugno del nostro periodico cartaceo. VEDI

Oltre 50 medici, nel Veneto in questi mesi, hanno infatti deciso di ritirarsi dal Servizio pubblico preferendo la Sanità privata, pur convenzionata, dove a detta di molti è possibile “fare i medici”.

“Dopo 40 anni dalla sua istituzione, il Ssn versa in pessima salute, e la prognosi rimane riservata – hanno scritto dall’Anaao nazionale al nuovo Governo in “nuce” a metà aprile  una strategia complessiva di ridimensionamento dell’intervento pubblico, e del ruolo e del numero dei Medici, produce un peggioramento senza precedenti delle loro condizioni di lavoro, fino a spingerli alla fuga dagli ospedali, e rende sempre più difficile ed ineguale l’accesso dei cittadini ai servizi”. Il sindacato dei Medici continua denunciando anche le pessime condizioni in cui i sanitari (ma non solo loro, anche gli infermieri laureati) sono obbligati a lavorare. Un rischio serio per la Sanità pubblica italiana, ancora fra le migliori del mondo nonostante tutto:

“Se il sistema sanitario ancora regge, dopo che ne sono usciti, non sostituiti, migliaia tra Medici e dirigenti sanitari, se il fondamentale diritto alla salute è ancora esigibile senza carta di credito, è solo perché chi è rimasto in corsia continua a dar prova di grande senso del dovere. Medici e dirigenti sanitari in prima linea, tutti i giorni e tutte le notti, fanno fronte con risorse taglieggiate ad una domanda di salute crescente e complessa, esposti alla delegittimazione sociale e a rischi, anche di aggressione fisica, sempre meno sostenibili”.

Sono infatti all’ordine del giorno della cronaca, ormai, le aggressioni a sanitari da parte di pazienti o parenti di ammalati costretti a lunghe attese. Non è un caso se, in molti Pronto Soccorso si sta pensando di reitrodurre il presidio di Polizia come una volta.

Ma non solo. La preoccupazione è anche rivolta alle nuove leve di specialisti che, bene o male, escono dalle università:

“Non si salvano da questa deriva neppure le “risorse fresche”. La formazione medica è assurta a vera emergenza nazionale, per quantità e qualità – afferma tra l’altro il segretario nazionale di Anaao-Assomed, Costantino Troise – e i giovani medici rimangono per anni in uno stato di sotto-occupazione o di precariato, professionale ed esistenziale, una condizione di disagio nel presente e di incertezza sul futuro che li spinge a cambiare Paese. Un regalo da 150mila euro di investimento formativo ai Paesi vicini per ogni medico che lascia (solitamente per sempre) il suolo natìo. Una fuga sestuplicata negli ultimi 5 anni”.

Una “fotografia” che riguarda anche, ahinoi, il Settore trasfusionale.

“Già dall’anno accademico 2017/2018 mancheranno

all’appello quasi 2500 medici specialisti di varie discipline”

Ad affermarlo è stato il coordinatore degli assessori regionali alla Sanità nella Conferenza Stato-Regioni, il piemontese Antonio Saitta. Saitta ha denunciato alla stampa, ultima settimana di maggio, come l’offerta di posti nelle Scuole di specializzazione del Miur corrispondono per l’anno accademico 2017/18 a solo 6200, mentre le necessità espresse dalle Regioni  sarebbero pari a 8.569 unità.

“La carenza di medici in tutte le specialità sta già causando situazioni di emergenza in molti ospedali, in particolare nei territori marginali e poco urbanizzati”, ha denunciato l’Assessore alla Salute del Piemonte, a nome dei colleghi di tutta Italia compreso il nostro Luca Coletto. Gli ospedali “defilati” sono anche quelli dove anche i pochi che usciranno dalle Università, si guarderanno bene dall’andare a lavorare, mentre gli “anziani” via via se ne andranno.

Secondo un rapporto Anaao-Assomed nei prossimi 10 anni, il Servizio sanitario nazionale pubblico avrà un’emorragia notevole data dal gap fra specialisti neo laureati e pensionamenti. L’anno più “nero”

A fronte di una media di 47.500 dipendenti del SSN che cesseranno (vedi tabella accanto sulle attuali fasce di età dei medici) solo 40mila nei prossimi 10 anni potrebbero subentrare. “potrebbero” perché, dopo aver conseguito laurea, specializzazione ed esperienza in Italia, molti propendono per i Paesi Esteri.

Dai soli 396 professionisti che nel 2009 hanno chiesto al ministero la documentazione per esercitare all’estero, si è passati ai 2363 del 2014 (+600%). Un trend che continua a salire. Ma diamo un’occhiata a quanto hanno chiesto le regioni, sulla base delle tabelle della Conferenza Stato-Regioni, come fabbisogno di medici specialisti. Fra parentesi quanto programmato dal Veneto. Non abbiamo sbagliato noi le cifre, il numero del Veneto nelle citate tabelle risulta sempre uguale…

L’età media dei medici in Italia – Fonte Anaao

Anno Accademico 2017/18: fabbisogno medici specialisti Italia: 8.569 (Veneto 564), suddivisi in 1.968 in Area Chirurgica (Chirurgia generale, Ginecologia, Ortopedia, ecc, 2.647 in Area Servizi (Anestesia, Radiologia, ecc.), 3.954 in Area Medica (Pediatria, Medicina interna, Medicina d’emergenza…).

Anno accademico 2018/19: Italia 8.523 (Veneto 564) fra cui 1.962 in Area Chirurgia, 2.627 in Area Servizi, 3.934 in Area Medicina.

Anno accademico 2019/2020: Italia 8.604 (Veneto 564) di cui in Area Chirurgia 1987, in Area Servizi 2.654, in Area Medica 3.963.

Nei nostri 68 ospedali del Veneto, intanto (la Sanità privata convenzionata rappresenta il 12%

del totale, secondo il Governatore Luca Zaia) si erogano 80 milioni di prestazioni l’anno. Vista la “buona salute” di cui, sempre secondo Zaia, gode la nostra Sanità questo è un dato destinato inevitabilmente ad aumentare. Insieme al fabbisogno di sangue e plasmaderivati che serviranno sempre più anche a causa di una popolazione che invecchia sempre più. Ma i nuovi medici nel frattempo calano e l’età media di chi è ancora in servizio continua a lievitare. Come per i donatori…

Le classi di età dei donatori di sangue negli anni. Courtesy: Vincenzo Saturni, Fonte Cns

A ciascuno le proprie competenze, ma anche le proprie responsabilità

di Giorgio Brunello, presidente Avis regionale Veneto

Abbiamo sempre a cuore la salute degli ammalati e le nostre Avis da tempo sanno che fare volontariato non vuol dire solo essere generosi ma anche competenti e organizzati; a fronte della diminuzione di donazioni e donatori le Avis venete stanno rispondendo con una migliore organizzazione della chiamata, della prenotazione e negli ultimi tempi si stanno intensificando le presenze per svolgere l’accoglienza presso i Centri trasfusionali. Insomma un impegno forte per invertire le tendenze al ribasso, calano donatori e donazioni. Questa è una caratteristica del volontariato veneto, impegno concreto, in silenzio si lavora e si aiutano ammalati e cittadini a stare meglio, a vivere con dignità e migliorare il loro benessere.

Il presidente Avis regionale Brunello, con l’assessore alla Salute del Veneto Luca Coletto in un convegno di inizio anno.

Sappiamo anche che senza una buona programmazione, pianificazione, azione di monitoraggio e verifica non riusciamo a capire se le azioni che abbiamo intrapreso sono efficaci e questo vale per la promozione del dono, la ricerca donatori, la comunicazione, la fidelizzazione donatori, la raccolta dove Avis la svolge, insomma per tutte le nostre attività.

Solitamente appunto i volontari operano in silenzio, pensano a come fare meglio solidarietà, ma quando serve occorre anche vigilare e denunciare.

Il nostro modo di agire è un impegno costante anche nelle altre parti del sistema sanitario e sociale? Ce lo stiamo ponendo con molta attenzione perché in questi mesi abbiamo assistito a una politica che faceva a gara per raccontarci che se votavamo questi o quelli avremmo risolto tutti i problemi e alla copertura della spesa ci avrebbero pensato dopo. Notiamo che tutti mettono al centro e c’è un grande dibattito sulla programmazione (Documento Economico Finanziario, Bilanci di Previsione) e quasi mai vediamo dare rilevanza ai bilanci consuntivi che consentirebbero di valutare gli scostamenti rispetto a quanto preventivato, capire i risultati dell’azione svolta, “correggere il tiro” se si sono commessi errori. Anche la più piccola delle nostre Avis quando approva preventivi e consuntivi li mette a confronto, discute e si confronta anche animatamente.

Come si sa bene in sanità le tecnologie contano sempre di più, ma sono ben poco senza le competenze del personale sanitario e il rapporto umano medico-paziente e medico-donatore, fiduciario e trasparente. E questo vale ancora di più quando il personale sanitario ha a che fare con una persona sana che volontariamente e disinteressatamente si reca a donare.

Ma si tratta solo di parole vane se nei Centri trasfusionali, come anche in molti altre specialità sanitarie, i medici mancano o sono pochi per far bene il loro lavoro.

Nel numero di Dono&Vita di giugno abbiamo voluto affrontare proprio questo argomento. Se non ci sono medici, la qualità del servizio cala, le idoneità non si fanno, gli esami arrivano tardi, le aperture dei Centri non tengono conto delle disponibilità dei donatori, insomma si fa molta, troppa fatica a donare.

Quale programmazione è stata fatta anni addietro per assicurare il numero di medici che oggi serve? Il Ministero e le Università, chi ha responsabilità formative, quanto ha tenuto conto della domanda di personale proveniente dalle organizzazioni pubbliche e private? Ancora, non vi è traccia di risposte a richieste specifiche per il trasfusionale. Così facendo i medici vanno in pensione, gli infermieri scarseggiano e i Centri trasfusionali chiuderanno?

Il dottor Antonio Breda, responsabile del Crat Veneto (Coordinamento regionale attività trasfusionali)

Ci confrontiamo con la struttura politica e tecnica sia regionale, sia locale. Ai nostri convegni partecipano presidenti, sindaci, assessori, insomma spesso sono con noi le massime autorità regionali e locali. Con i responsabili tecnici ci si confronta sul piano tecnico e con i responsabili politici sul piano delle strategie e degli interessi della Comunità. Tutti ci ringraziano sempre, ogni volta, per il sangue e il plasma che i generosi donatori veneti offrono alle comunità e per il lavoro dei dirigenti associativi, tutti orientati ad assicurare il sangue, emocomponenti e farmaci plasmaderivati agli ammalati.

Li ringraziamo per le… lodi, ma ci piacerebbero meno ringraziamenti e più concretezza nella soluzione dei problemi. Ci gratificherebbero meglio più pianificazione e progettazione condivisa. Non basta essere invitati ai tavoli, ma occorre avere pari dignità, ciascuno ovviamente con le proprie specifiche competenze. Il Sistema Veneto ha funzionato bene finora proprio perché le associazioni sono state coinvolte anche nella formulazione delle leggi e provvedimenti tecnico attuativi.

Crediamo sia venuto il momento di cambiare perché i donatori fanno la loro parte, i dirigenti associativi dedicano il loro tempo, competente e qualificato ma solo insieme alla politica e alle strutture tecniche potremo superare le criticità attuali.

Continuiamo a donare, ancora più di ieri, con maggiore frequenza, con la passione di sempre consapevoli che chi chiede il nostro dono sono solo gli ammalati ma vigileremo ancora più di ieri perché ciascuno faccia la sua parte. Noi continuiamo a donare, sempre.

Preoccupa il calo dei medici in ospedale: da un’inchiesta di “Dono&Vita” l’allarme di Avis e Anaao Assomed Veneto

Nella nostra regione la scarsità di medici e personale sanitario nei Centri trasfusionali degli ospedali pubblici sta mettendo in crisi l’intero sistema sangue e la generosità di migliaia di veneti. Sono all’ordine giorno, infatti, le lamentele e le segnalazioni negative da parte di donatori, dirigenti Avis e professionisti del settore. Le riduzioni di orari e di personale, le lunghe attese per la refertazione degli esami e per donare, ma anche l’aumento delle responsabilità per i pochi medici rimasti, stanno minando la tenuta dell’intero sistema trasfusionale.

Lo stesso accade praticamente in tutte le altre discipline sanitarie dove si assiste ad un preoccupante fenomeno di “fuga” dei medici dal pubblico al privato.

A denunciarlo, in una conferenza stampa congiunta a Mestre il 5 luglio 2018, sono Avis regionale Veneto e il sindacato dei dirigenti medici Anaao Assomed Veneto.

In Veneto, in questi ultimi mesi – dichiara il dott. Adriano Benazzato, Segretario regionale Anaao Assomed sono passati dal pubblico al privato oltre 50 medici, altri sono andati in pensione senza essere sostituiti, pochi hanno partecipato ai concorsi pubblici (alcuni andati deserti). Nei prossimi cinque anni lasceranno il Servizio Sanitario Regionale, per motivi anagrafici, molti dirigenti medici determinando un saldo negativo di circa 1.000 medici al 2022”.

Nello specifico del settore trasfusionale, inoltre, un’inchiesta del periodico di Avis regionale “Dono&Vita”, a firma del direttore Beppe Castellano, apre uno scenario molto preoccupante. “Nel giro di un anno sono stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale, in Veneto, sei concorsi pubblici per titoli ed esami rivolti ad aspiranti dirigenti medici di medicina trasfusionale – si legge – 3 o 4 soltanto offrivano contratti a tempo indeterminato e quindi una certa sicurezza professionale ed un futuro a chi avesse scelto di impegnarsi in un settore molto delicato e in continua evoluzione”.

 “Quella del medico trasfusionista è una specialità medica su cui si basa tutta la sanità pubblica – spiega il presidente di Avis Veneto, Giorgio Brunello nonostante ciò, è ormai numericamente al minimo storico, con conseguente riduzione di orari nei Centri trasfusionali dove donano i nostri donatori, proprio in tempi in cui, invece, le donazioni dovrebbero essere il più possibile incrementate perché continuano a calare. E si sa, senza sangue, la sanità si ferma”. Tra l’altro, la medicina trasfusionale non è neppure riconosciuta come scuola di specializzazione nelle facoltà di medicina. “In pochi scelgono di diventare medici immunoematologi, perché l’impressione è che si stia tornando al passato, quando i Centri di raccolta del sangue erano nei sottoscala – afferma ancora Brunello – mentre la complessità odierna della Medicina trasfusionale imporrebbe tutt’altra considerazione”.

Ma l’inchiesta di Dono&Vita, che ha una diffusione di oltre 100mila copie in Veneto e in Italia, affronta anche il problema più generale. Un allarme periodico, negli ultimi anni, da parte dei sindacati dei medici che il più delle volte è passato sotto silenzio.

“Dopo 40 anni dalla sua istituzione, il Servizio sanitario nazionale versa in pessima salute, e la prognosi rimane riservata – aveva scritto Anaao Assomed al nuovo Governo

D’altra parte una strategia complessiva di ridimensionamento dell’intervento pubblico e del ruolo e del numero dei medici, produce un peggioramento senza precedenti delle loro condizioni di lavoro, fino a spingerli alla fuga dagli ospedali, e rende sempre più difficile ed ineguale l’accesso dei cittadini ai servizi”.

E non è tutto, sempre più medici specialisti italiani “fuggono” all’estero per non tornare più. Generalmente sono i più capaci e promettenti che potrebbero far crescere la qualità della Sanità italiana, oppure quelli che con anni di esperienza potrebbero trasferire quest’ultima alle nuove generazioni. Secondo i dati di Ministero della Salute, riportati nell’inchiesta, nel 2009 avevano chiesto la documentazione per esercitare all’estero 396 professionisti, nel 2014 erano già 2.363 (+600%), mentre l’età media dei medici italiani è sempre più alta.

Avis regionale Veneto e Anaao Assomed Veneto hanno perciò deciso di far sentire insieme la propria voce.

(Ufficio stampa Avis regionale Veneto)

Giampietro Briola, bresciano, è stato eletto ieri nuovo presidente di Avis nazionale: “Un ‘grazie’ ad Argentoni”.

Giampietro Briola in una recente immagine (15 giugno, Roma convegno Fiods-Centro nazionale sangue).

Giampietro Briola, 55 anni, medico e responsabile del Pronto Soccorso e Dipartimento di Emergenza dell’ospedale di Desenzano del Garda è da ieri, domenica 17 giugno, il nuovo presidente di Avis nazionale. È stato eletto dal Consiglio nazionale nella prima riunione dopo l’Assemblea nazionale di Lecce, svoltasi dal 18 al 20 maggio scorso. Raccoglie il testimone dal veneto Alberto Argentoni, verso il quale ha avuto le prime parole in veste di presidente: “Ringrazio il Consiglio Nazionale – ha dichiarato a caldo Briola – per la fiducia e il presidente uscente, Alberto Argentoni, per il lavoro svolto. Mi metto al servizio di Avis, dei suoi volontari e dei suoi donatori con passione. Dobbiamo essere orgogliosi dei nostri 91 anni di storia ed essere pronti ad affrontare tutte le sfide che ci attendono, dal nostro ruolo nel sistema trasfusionale al completamento della riforma del terzo settore”.

20 gennaio 2018, Verona, convegno sul Plasma organizzato da Avis regionale Veneto.

Briola è impegnato da sempre, come il suo predecessore, in Avis e nel volontariato in genere. All’età di 23 anni fonda la Croce Verde del suo Comune, Orzinuovi, e il gruppo soccorso 118 e trasporti sanitari. Ne è presidente fino al 1993. Fin da giovanissimo, 1990, è attivo nel Consiglio dell’Avis provinciale di Brescia di cui è stato anche presidente. È consigliere dell’Avis regionale Lombardia (di cui è stato direttore sanitario dal 2003 al 2009 e poi dal 2012) e, naturalmente, di Avis nazionale di cui è stato Vice presidente vicario dal 2005 al 2009, nonché componente del Comitato Medico. Briola è componente della conferenza scientifica del  Sistema trasfusionale dell’AREU- Azienda regionale emergenza urgenza della Lombardia.

È stato anche componente del Consiglio direttivo del Centro nazionale sangue dal 2007 al 2010 e della consulta nazionale per il Sistema trasfusionale. Molte le altre attività nel mondo del volontariato, come la presidenza del Centro servizi volontariato di Brescia dal 1997 al 2010. Si occupa, oltre al lavoro e all’attività avisina, di sport (basket e tennis) e fotografia.

Non sono ancora noti i nome dei componenti dell’Esecutivo nazionale che affiancherà il nuovo presidente nella sua attività, la “squadra” sarà presentata probabilmente il 1° luglio prossimo. Al nuovo presidente nazionale i migliori auguri di un proficuo lavoro dalla redazione di Dono&Vita. (b.c.)

 

A Verona sede Avis “a porte aperte” per la Giornata del donatore

Sede Avis aperta per la “Giornata mondiale del donatore”. L’idea è dell’Avis comunale di Verona.

“Dal 14 giugno del 2004 viene festeggiata la Giornata mondiale del donatore di sangue, proclamata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) in onore della nascita, nel 1868, del biologo viennese Karl Landsteiner.

Nel 1901 egli scoprì 3 dei 4 gruppi sanguigni A, B, O e nel 1940, assieme all’immunologo A.Wiener, il fattore Rhesus, dividendolo in RH positivo (i possessori di questo fattore, circa l’85%) e RH negativo (il restante 15% circa di non possessori), elementi indispensabili nella compatibilità tra individui nelle trasfusioni di sangue.
A Landsteiner venne conferito nel 1930 il Nobel per la Medicina ed è grazie a Lui e ai suoi colleghi professionisti che da inizio Novecento si possono salvare milioni di vite e fare sempre maggiori avanzamenti nella medicina, nelle terapie e nella chirurgia. Ad oggi la necessità di sangue è un problema quotidiano. Il suo fabbisogno non si verifica solamente in presenza di condizioni o eventi eccezionali quali terremoti, disastri o incidenti, ma anche per interventi chirurgici, nella cura di malattie gravi quali tumori e leucemie e per trapianti di organi e tessuti. Il sangue costituisce per molti ammalati un fattore unico e insostituibile di sopravvivenza, non è riproducibile in laboratorio e dipende esclusivamente dalla donazione.

Un gesto gratuito, anonimo, periodico, responsabile e volontario da parte di persone maggiorenni, in buono stato di salute, di peso superiore ai 50 kg.

La giornata del 14 giugno, noi come Avis comunale di Verona, la festeggeremo nella sede di Via Ponte Aleardi 1, dalle ore 8.30 alle ore 13 e dalle ore 16 alle ore 19.30 con open bar (aperitivo ore 12.30 e 18.30), gadget e volantini.

Sono invitati tutti i nostri donatori e i cittadini interessati a conoscere la donazione e il servizio che da 70 anni Avis offre a Verona”.

Giacomo Bonadiman, Silvia Refrontolotto e Ilenia Rossini

“In calo donatori e donazioni. Avis Veneto e Assessorato Sanità invitano a donare

Un grazie immenso a chi già dona, un invito a diventare donatore a chi non lo è! Perché senza sangue la sanità si ferma! 

Avis regionale Veneto e Assessorato regionale alla Sanità lanciano insieme l’invito al dono dei cittadini al dono, in occasione della Giornata mondiale del donatore, che si celebra il  14 giugno.

“Donatori e donazioni non bastano! Non crescono abbastanza le donazioni di sangue, i nuovi iscritti e i soci totali – spiega il presidente dell’Avis regionale Veneto, Giorgio Brunello, in vista della “Giornata mondiale del donatore” che si celebra il 14 giugno.

Una giornata che rischia di diventare “amara” per la nostra realtà veneta, specie con l’arrivo dell’estate, da sempre il periodo più critico per il settore trasfusionale,

Non è andata affatto meglio per le donazioni di plasma, passate da 30.823 del 2016 a 27.920 del 2017, con un -9.42%.

“Siamo di fronte a una tendenza nazionale – dice l’Assessore alla Sanità della Regione, Luca Colettoche va invertita con nuove azioni di sensibilizzazione. Pur in un momento di difficoltà, i veneti spiccano comunque per la loro generosità, tanto che l’autosufficienza regionale in sangue ed emocomponenti è stata confermata sia nel 2017 che nei primi mesi del 2018, rispondendo quindi alla domanda per le numerose e complesse attività sanitarie svolte in Veneto. Anche se, va sottolineato, calano seppur di poco, le trasfusioni di emazie grazie ad una più puntuale verifica dell’appropriatezza terapeutica ed all’implemetazione del Programma Patient Blood Manegement, attraverso il quale viene adottata una strategia a livello di Azienda sanitaria per ridurre i fattori di rischio trasfusionale ancor prima dell’eventuale trasfusione a seguito per esempio di un intervento chirurgico programmato”.

Quest’anno, al 30 aprile 2018, si è assistito ad una leggera ripresa: 58.250 donazioni di sangue intero rispetto alle 57.848 dei primi quattro mesi del 2017, con un più 0.69%.

La situazione è però diversa nelle varie province: Vicenza è in lieve calo, mentre Venezia è in ripresa, come Padova e Verona. Per Rovigo e Treviso la situazione non è cambiata e si conferma il decremento.

E questo proprio quando si assiste all’aumento delle donazioni di organi (anche grazie alla possibilità di esprimere la propria volontà a donare dopo la morte al rinnovo della carta d’identità) e di trapianti, che stanno facendo balzare il Veneto in cima alla classifica nazionale.

Una situazione preoccupante, perché senza sangue entra in crisi l’intera sanità veneta, e con essa il delicato settore dei trapianti stessi.

Una preoccupazione che diventa ancora più alta, perché stanno calando i donatori – spiega Brunello – dal momento che i nostri soci invecchiano e i giovani donano poco. I nuovi iscritti, nel 2017, erano già un migliaio in meno rispetto all’anno precedente: 9.737 contro i 10.927.

Tendenza che deve essere invertita. Le Avis, dalla regionale alle comunali, passando per le provinciali, ce la stanno mettendo tutta, anche con una presenza sempre più forte nelle scuole oltre con una miriade di iniziative diverse. Rinnovato anche il sito www.avisveneto.it e i social, per fornire più informazioni possibili su come diventare donatori.

Ad oggi, in Veneto, sono iscritti all’Avis regionale oltre 136mila soci-donatori.

“Non bastano –ribatte Brunello – donare il sangue è un gesto semplice, ma fondamentale. Un gesto generosa salva vita, che non ha alcun paragone. Nella giornata dedicata al donatore, Avis rivolge un grazie immenso a chi già lo compie e un invito forte a pensarci per chi non lo ha ancora fatto”.

 

 

Sei donatori in famiglia: gli Umana superano le cento donazioni

Splendido esempio di famiglia avisina nella settimana che celebra la “Giornata del donatore”, giovedì 14 giugno.

A Montebelluna, nel trevigiano, la famiglia Umana ha superato le cento donazioni di sangue e plasma. Sempre con il sorriso, un po’ d’ansia e l’emozione di un gesto tanto semplice quanto importante!

Giuseppe di 59 anni e Giovanna Scandiuzzi di 54, sono donatori Avis dagli anni Ottanta e hanno “trasmesso” la passione per la donazione a tutti e quattro i figli: Matteo di 24, le gemelle Paola e Marta di 23 anni e Andrea di 18.

Al Centro trasfusionale dell’ospedale “San Valentino” di Montebelluna, dove donano abitualmente, la famiglia è stata festeggiata dai dirigenti Avis e dal personale sanitario, quale esempio da seguire in vista della Giornata mondiale del donatore, che si celebra il 14 giugno.

“Una bella testimonianza di quanto l’ambiente familiare sia importante nel trasmettere valori positivi – ha dichiarato Vanda Pradal, presidente dell’Avis provinciale di Treviso che li ha accolti. “I nostri genitori hanno fatto da traino alla nostra scelta di donare, noi a nostra volta a compagni di classe ed amici – spiegano le ragazze.

“L’Avis l’abbiamo poi conosciuta meglio a scuola e ci siamo ancor più convinti – continua Matteo, che ha frequentato l’istituto agrario come le sorelle e il “piccolo” di casa, Andrea, in questo periodo alle prese con la maturità. Tutti più o meno concordi sul perché siano ancora troppo pochi i giovani che scelgono di donare: “serve maggiore informazione, ma anche maggior coraggio da parte dei nostri coetanei. La paura dell’ago è spesso una scusa alla pigrizia di dire sì, lo faccio. Il timore lo abbiamo e lo proviamo ogni volta tutti. Ma si supera, e ciò che si riceve è indescrivibile perché si salva una vita”.

“Queste testimonianze sono il più bel messaggio per la popolazione tutta e la dimostrazione che chiunque, in buona salute, può donare – conclude il presidente dell’Avis regionale Veneto, Giorgio Brunello – questa famiglia e questi ragazzi sono il miglior biglietto da vista dell’intera associazione”.

 

(Michela Rossato- Foto di Beppe Castellano)

Alberi “avisini” allo Street Marketing Festival di Padova per avvicinare alla donazione

Simpatici “alberi avisini” per avvicinare in modo originale ed insolito i cittadini alla donazione del sangue. Si trovano nell’area dedicata all’Avis allo “Street Marketing Festival” in corso nel centro di Padova fino a domenica 27 maggio. Il Festival è dedicato alle strategie di comunicazione pubbliche con denominatore comune la strada, per sorprendere i consumatori in momenti e luoghi insoliti.

Aperta anche al volontariato, la campagna di comunicazione Avis prevede l’installazione di una foresta di alberi di legno con rami rossi che protendono verso il cielo, richiamando metaforicamente le vene del braccio. Come nelle vene scorre il sangue, nei rami scorre la linfa: gli alberi rappresentano, quindi, un’interpretazione “leggera” e poetica delle vene.

All’inizio della manifestazione l’opera si presenta spoglia, come alberi in inverno. Il pubblico viene invitato a prendere le “foglie” (adesivi che vengono distribuiti in giro per la città), avvicinarsi alla foresta dell’Avis e appenderle ai rami, creando così la chioma dell’albero. Dopo aver donato la foglia all’albero, la persona stessa riceverà un dono. Il piccolo e simbolico premio ricorda l’importanza del gesto del donare. L’iniziativa si inserisce nell’ambito della promozione e organizzazione di campagne di comunicazione sociale, informazione e sensibilizzazione al dono del sangue di Avis regionale Veneto. Accanto alla stampa associativa, al passaparola, all’informazione e promozione nel corso di eventi e alle attività educative nelle scuole (dalla primaria agli Istituti Superiori), negli ultimi anni ha anche investito molto nella formazione dei volontari per l’utilizzo dei nuovi strumenti di comunicazione, al fine di fornire strumenti capaci di avvicinarsi in maniera più immediata ed efficace al mondo giovanile.

In linea con questa tendenza è la partecipazione di Avis Veneto allo Street Marketing Festival (insieme al Coordinamento Giovani regionale Avis, ad Avis provinciale Padova e all’Avis comunale di Padova) che, grazie al contributo dell’illustratrice Martina Tonello, intende avvicinare i cittadini ad Avis con un approccio interattivo ed innovativo.

L’inaugurazione giovedì 24 maggio, con intervento del presidente di Avis regionale Veneto Giorgio Brunello, ha aperto l’area degli alberi, alla quale tutti possono accedere per appendere la propria foglia della solidarietà. M.R.

 

Obbligo origine materia prima per latte, pasta, riso e pomodori. Ma la “materia prima” plasma, è meno importante?

Riportiamo da un comunicato stampa del MIPAAF (Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali) giunto oggi in redazione:

“Il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali rende noto che è stato firmato oggi dal Presidente del consiglio Paolo Gentiloni, in qualità di Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, e dal Ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda il decreto con il quale si assicura l’applicabilità fino al 31 marzo 2020 dei decreti ministeriali che hanno introdotto l’obbligo di indicazione dell’origine della materia prima sull’etichetta del latte, della pasta, del riso e del pomodoro.

Si tratta di un provvedimento resosi necessario per evitare vuoti di disciplina e incertezze interpretative, in attesa della applicazione del regolamento di esecuzione in materia adottato dalla Commissione europea, prevista per il 1 aprile 2020, in corso di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione. Gli ulteriori mesi di sperimentazione di queste misure consentiranno di garantire trasparenza verso i consumatori e valorizzazione dei prodotti italiani”. 

Una misura sacrosanta per garantire la provenienza dei prodotti made in Italy e la loro genuinità e sicurezza alimentare. È indubbio che nel nostro Paese, da sud a nord, la cultura del cibo “sano” è millenaria. Ed è tanto l’impegno che ci mettono i nostri agricoltori nel garantire prodotti scevri da OGM e in linea con le rigide leggi italiane in materia di alimentazione.

Altrettanto impegno, se non addirittura di più, ci mettono donatori di sangue e plasma, associazioni e medici trasfusionisti per adeguarsi ogni giorno alle sacrosante norme in merito alla sicurezza del sangue e del plasma, “materia prima” quest’ultimo per la produzione di farmaci salvavita. Più volte è stato chiesto dalle associazioni di donatori (Avis in testa) e in più in occasioni pubbliche che “anche” sui plasmaderivati del Naip (Nuovo accordo interregionale plasma), con capofila la Regione Veneto, venisse apposto il pittogramma indicato dal Ministero della Salute.

Pubblicato in Gazzetta Ufficiale ormai due anni fa, il pittogramma certifica che il plasma usato per la produzione di plasmaderivati in c/lavorazione è “donato” da donatori volontari, non retribuiti, periodici e… italiani. E non fa parte, quindi, del fiume di plasma prodotto nel mondo da donatori retribuiti. Fatto sta che, mentre per uova, pasta, riso, e pomodori (importantissimi alimenti alla base della dieta mediterranea) si tratta di un OBBLIGO, per i plasmaderivati si tratta di una semplice “facoltà”  demandata alle Case farmaceutiche.

Finora, in Italia, l’unica regione che ha “semplicemente” chiesto e “semplicemente” ottenuto dall’azienda di plasmaderivazione di apporre il pittogramma è la Toscana. Lo stesso Accordo interregionale con capofila la stessa Toscana, e l’altro con capofila l’Emilia Romagna, hanno introdotto nel capitolato di gare in corso per la plasmaderivazione l’obbligo del pittogramma.

Il NAIP-Capofila Veneto, pur essendo stato molto efficiente e veloce nell’esperire e assegnare la gara di plasmaderivazione che permette, perfino, di inviare in tutta l’UE e teoricamente anche “valorizzare” i prodotti eccedenti non l’ha previsto. E tantomeno non ci risulta sia mai stata fatta una richiesta posteriore all’assegnazione della gara. Il latte delle Prealpi bellunesi, il riso vialone nano veronese DOP, il Riso del Delta del Po o i Bigoli, per esempio, avranno diritto a fregiarsi dell’indicazione di origine in Europa. Il plasma dei donatori veneti e delle altre regioni aderenti al NAIP per produrre farmaci salvavita, no… Che strano che è il mondo!

Beppe Castellano 

 

Una festa di sport e solidarietà a Mirano il 5 maggio con Avis, Telethon, Artisti TV, giornalisti-calciatori e “vecchie glorie”

È stato il “rosso Avis” a colorare la giornata di sport e solidarietà di Mirano di sabato 5 maggio. In occasione della “Partita del Cuore” a favore di Telethon – triangolare di calcio amatoriale fra la Nazionale Artisti TV (con tanti volti noti della televisione), Mirano Dream Team (vecchie glorie della Miranese Calcio) e TVPressing (giornalisti di Treviso e Venezia) – questi ultimi sono scesi in campo sfoggiando la maglia ufficiale del 50° di Avis regionale. Ma non solo loro.

Innumerevoli anche i volontari Avis di Mirano (presenti con due gazebo ricchi di gadget) vestiti Avis e anche chi ha voluto indossare la maglietta rossa fra il pubblico. Non mancava, naturalmente lo stand Telethon con i “biscotti del cuore”, in occasione della settimana che precede la Festa della mamma. Questo era, infatti, il fine della manifestazione: raccogliere fondi per la ricerca scientifica sulle malattie rare e genetiche. Come ha sottolineato Giorgio Gobbo per Avis regionale, la collaborazione fra Avis e Telethon dura ormai da più di 15 anni. Così come quella fra Avis Veneto e TVPressing, i cui giocatori-giornalisti portano da sempre il logo avisino sulle maglie.

Straordinario pomeriggio di sport e festa, insomma, preceduto dal mini triangolare dei “piccoli calci”, i calciatori in erba delle Polisportive miranesi. A fare gli onori di casa l’assessore allo sport di Mirano Cristian Zara (coach delle “vecchie glorie”) e Stefano Tigani per Telethon (mister-giocatore degli Artisti TV). A rappresentare Avis Provinciale di Venezia la Vice presidente Gianna Moras e per Avis Mirano, naturalmente, il presidente Giuliano Casotto con la sua vice Laura Zanardo.

La squadra “targata Avis”, per raccontar della parte agonistica, ce l’ha messa tutta per non perdere e… ci è riuscita. Guidati dal capitano Tiziano Graziottin de “Il Gazzettino”, i giornalisti hanno prima pareggiato 2 a 2 con la Miranese, poi hanno fermato sul risultato a “occhiali” (0-0) la rappresentativa Artisti. Il doppio pareggio è valso loro il secondo posto nel mini-torneo che ha visto prevalere i padroni di casa di Mirano che hanno battuto gli Artisti per 2 a 1 nell’ultimo incontro.

Al di là del risultato sul campo, però, la giornata ha raggiunto il suo vero traguardo dando visibilità mediatica alla solidarietà e al volontariato sotto diversi aspetti. Dalla raccolta di fondi per la ricerca, alla raccolta di sangue e plasma, sempre più necessaria in provincia di Venezia e in tutto il Veneto.

Va “de pressa2”

 

Ugo Conti tricolore

Numerosi i volti noti, in campo e a bordo campo, come l’attore Ugo Conti che non si è sottratto, come i suoi colleghi, ai selfie con i presenti (soprattutto bambini). Non è mancato un suo gustoso “siparietto”. Dopo aver discusso con il nostro direttore responsabile sulle prestazioni del “mezzo”, Conti ha fatto anche un giro dello stadio con lo scooter elettrico sventolando assieme la bandiera tricolore e quella di Avis regionale Veneto. Ugo… Eccezzziunale veramente!

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