Preoccupa il calo dei medici in ospedale: da un’inchiesta di “Dono&Vita” l’allarme di Avis e Anaao Assomed Veneto

Nella nostra regione la scarsità di medici e personale sanitario nei Centri trasfusionali degli ospedali pubblici sta mettendo in crisi l’intero sistema sangue e la generosità di migliaia di veneti. Sono all’ordine giorno, infatti, le lamentele e le segnalazioni negative da parte di donatori, dirigenti Avis e professionisti del settore. Le riduzioni di orari e di personale, le lunghe attese per la refertazione degli esami e per donare, ma anche l’aumento delle responsabilità per i pochi medici rimasti, stanno minando la tenuta dell’intero sistema trasfusionale.

Lo stesso accade praticamente in tutte le altre discipline sanitarie dove si assiste ad un preoccupante fenomeno di “fuga” dei medici dal pubblico al privato.

A denunciarlo, in una conferenza stampa congiunta a Mestre il 5 luglio 2018, sono Avis regionale Veneto e il sindacato dei dirigenti medici Anaao Assomed Veneto.

In Veneto, in questi ultimi mesi – dichiara il dott. Adriano Benazzato, Segretario regionale Anaao Assomed sono passati dal pubblico al privato oltre 50 medici, altri sono andati in pensione senza essere sostituiti, pochi hanno partecipato ai concorsi pubblici (alcuni andati deserti). Nei prossimi cinque anni lasceranno il Servizio Sanitario Regionale, per motivi anagrafici, molti dirigenti medici determinando un saldo negativo di circa 1.000 medici al 2022”.

Nello specifico del settore trasfusionale, inoltre, un’inchiesta del periodico di Avis regionale “Dono&Vita”, a firma del direttore Beppe Castellano, apre uno scenario molto preoccupante. “Nel giro di un anno sono stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale, in Veneto, sei concorsi pubblici per titoli ed esami rivolti ad aspiranti dirigenti medici di medicina trasfusionale – si legge – 3 o 4 soltanto offrivano contratti a tempo indeterminato e quindi una certa sicurezza professionale ed un futuro a chi avesse scelto di impegnarsi in un settore molto delicato e in continua evoluzione”.

 “Quella del medico trasfusionista è una specialità medica su cui si basa tutta la sanità pubblica – spiega il presidente di Avis Veneto, Giorgio Brunello nonostante ciò, è ormai numericamente al minimo storico, con conseguente riduzione di orari nei Centri trasfusionali dove donano i nostri donatori, proprio in tempi in cui, invece, le donazioni dovrebbero essere il più possibile incrementate perché continuano a calare. E si sa, senza sangue, la sanità si ferma”. Tra l’altro, la medicina trasfusionale non è neppure riconosciuta come scuola di specializzazione nelle facoltà di medicina. “In pochi scelgono di diventare medici immunoematologi, perché l’impressione è che si stia tornando al passato, quando i Centri di raccolta del sangue erano nei sottoscala – afferma ancora Brunello – mentre la complessità odierna della Medicina trasfusionale imporrebbe tutt’altra considerazione”.

Ma l’inchiesta di Dono&Vita, che ha una diffusione di oltre 100mila copie in Veneto e in Italia, affronta anche il problema più generale. Un allarme periodico, negli ultimi anni, da parte dei sindacati dei medici che il più delle volte è passato sotto silenzio.

“Dopo 40 anni dalla sua istituzione, il Servizio sanitario nazionale versa in pessima salute, e la prognosi rimane riservata – aveva scritto Anaao Assomed al nuovo Governo

D’altra parte una strategia complessiva di ridimensionamento dell’intervento pubblico e del ruolo e del numero dei medici, produce un peggioramento senza precedenti delle loro condizioni di lavoro, fino a spingerli alla fuga dagli ospedali, e rende sempre più difficile ed ineguale l’accesso dei cittadini ai servizi”.

E non è tutto, sempre più medici specialisti italiani “fuggono” all’estero per non tornare più. Generalmente sono i più capaci e promettenti che potrebbero far crescere la qualità della Sanità italiana, oppure quelli che con anni di esperienza potrebbero trasferire quest’ultima alle nuove generazioni. Secondo i dati di Ministero della Salute, riportati nell’inchiesta, nel 2009 avevano chiesto la documentazione per esercitare all’estero 396 professionisti, nel 2014 erano già 2.363 (+600%), mentre l’età media dei medici italiani è sempre più alta.

Avis regionale Veneto e Anaao Assomed Veneto hanno perciò deciso di far sentire insieme la propria voce.

(Ufficio stampa Avis regionale Veneto)

Ricerca sulle cellule staminali: da Belluno nuove prospettive grazie a Tes-Università-Ct Belluno-Abvs ed Avis

Il sangue umano contiene oltre a globuli rossi, bianchi, plasma e piastrine anche cellule staminali periferiche circolanti. Una scoperta recentissima, veneta, ma che apre nuove prospettive di studi e ricerche per arrivare a nuove terapie per molte malattie.

Una ricerca dell’Università di Padova, Dipartimento di scienze del Farmaco, in collaborazione con la Fondazione TES Onlus e il Servizio trasfusionale di Belluno, supportata dall’Abvs (Associazione bellunese volontari sangue) e dalle Avis del Veneto è stata portata avanti negli ultimi due anni. Con successo. Tanto da essere pubblicata sul “Journal of cellular and molecular medicine” il 5 gennaio 2018, aprendo rivoluzionarie prospettive nell’uso delle cellule staminali multipotenti, trovate nel sangue periferico, come farmaci innovativi.

Alla sala degli affreschi del Palazzo della Provincia di Belluno, mercoledì 7 febbraio, la prof.ssa Rosa Di Liddo, responsabile del progetto, ha presentato la ricerca. Si è partiti dall’utilizzo del gel leucopiastrinico, secondo il metodo messo a punto dai trasfusionisti del Sit di Belluno e già utilizzato a livello clinico, per arrivare ad ottenere in modo “standardizzato” le cellule staminali multipotenti. “Aver definito una procedura standard per moltiplicare le cellule staminali presenti nel sangue di donatori e quindi in ciascuno di noi rende possibile poter ricorrere alle staminali autoprodotte ogni volta che sia necessario, ricorrendo ad un semplice prelievo – ha spiegato la Di Liddo – Queste cellule potranno essere coltivate in laboratorio per aumentarne la disponibilità, sino all’occorrenza. Oggi siamo in grado di dare una fisionomia precisa alle staminali. Abbiamo verificato che queste cellule esprimono la potenzialità a migrare dal circolo sanguigno ai tessuti, sviluppano effetti antiinfiammatori e quindi possono partecipare alla risposta rigenerativa tessutale”. Un modo ulteriore per valorizzare il dono generoso dei donatori volontari, periodici e non remunerati non solo di Belluno, ma dell’intero Veneto.

“Abbiamo raggiunto un importante traguardo – ha detto il prof. Pier Paolo Parnigotto, presidente di Tes – ma siamo consapevoli che ci attende una ulteriore, fondamentale fase di ricerca. Il nuovo obiettivo è come indirizzare le nostre staminali, stimolandole ad esprimere le loro potenzialità rigenerative su organi o tessuti danneggiati”.

Ad introdurre la mattinata è stata Gina Bortot, presidente provinciale dell’Abvs, che da anni  sostiene il progetto di Tes in seno al Centro trasfusionale di Belluno: “Il riconoscimento internazionale per i risultati ottenuti è il segnale che la nostra fiducia è stata ben riposta e che tutti hanno lavorato al massimo e con entusiasmo. Ci sprona ancora di più sapere che questa non è altro che una tappa intermedia, che sono infinite le porte che questa ricerca ha aperto”.

Ospiti Roberto Padrin, presidente della Provincia di Belluno, nonché donatore di sangue, il dott. Giovanni Maria Pittoni, direttore sanitario Ulss 1 Dolomiti, il dott. Stefano Capelli direttore della StrutturaTrasfusionale Ulss 1 e Giorgio Brunello, presidente dell’Avis regionale Veneto. “I risultati di oggi sono un esempio di quanto può fare la collaborazione tra associazioni, ricercatori, servizi, trasfusionali, cittadini – ha detto Brunello – questo è il modello dello spirito di volontariato, del gioco di squadra che mettendo insieme persone, risorse ed energie porta a risultati importanti per il bene di chi ha bisogno. Da Belluno, oggi, parte un’esperienza forte, importante con ricadute positive per tutti”.  

A moderare gli esperti il consigliere nazionale di Avis, Gino Foffano.

Presenti anche il responsabile del Crat, Antonio Breda, il dott. Gaetano Caloprisco, medici trasfusionisti e dirigenti associativi.

(Servizio e foto di Beppe Castellano e Michela Rossato)

Pfas, Regione Veneto, plasmaferesi terapeutiche e la sicurezza di donare plasma in aferesi. Facciamo chiarezza.

È di questi giorni la polemica fra la Ministra della Salute Beatrice Lorenzin e i vertici politici del Veneto (il governatore Luca Zaia e l’assessore Luca Coletto) e sanitari (direttore generale della sanità veneta Domenico Mantoan). Riguarda la questione Pfas e le plasmaferesi terapeutiche impropriamente associate alle “vostre” plasmaferesi per donare. Alcune dichiarazioni anche sulla stampa di Zaia, Coletto e Mantoan hanno messo infatti in allarme molti nostri donatori. Vogliamo tranquillizzare tutti i donatori sull’estrema sicurezza della procedura per donare plasma in aferesi. A tale proposito, per evitare ulteriori confusione, riportiamo il testo integrale dela nota chiarificatrice congiunt di Centro Nazionale Sangue, Civis (Avis, Fidas, Fratres, donatori Croce Rossa sedi nazionali) e SIMTI (Società Italiana di Medicina Trasfusionale e Immunoematologia) che riunisce tutti i medici trasfusionisti italiani e i professionisti che operano in ambito trasfusionale.

Pfas, improprio paragonare plasmaferesi per donazione e per terapia

Uso tecnica per rimozione inquinanti chimici non ha solide basi scientifiche

 La donazione di plasma attraverso procedure aferetiche (plasmaferesi produttiva) è assolutamente sicura e non invasiva. Paragonare la plasmaferesi con finalità terapeutica, utilizzata in regione Veneto per la rimozione dal sangue di sostanze perfluoroalchiliche (Pfas e Pfoa), a quella che si impiega ogni giorno, in centinaia di donatori per le donazioni di plasma, è decisamente fuori luogo e rischia di generare equivoci. La donazione di plasma è, infatti, assolutamente sicura, non “invasiva” e fondamentale per la salute di migliaia di pazienti. Lo sottolineano in una nota congiunta il Centro Nazionale Sangue, la Società Italiana di Medicina Trasfusionale e Immunoematologia (Simti) e il Civis, il Comitato Interassociativo del Volontariato Italiano del Sangue (AVIS, CRI, FIDAS e FRATRES), ribadendo che non ci sono solide evidenze scientifiche a supporto della modalità scelta dai sanitari veneti.

 “Non appare corretto paragonare procedure con profili di invasività e anche di sicurezza assai difficilmente correlabili – sottolinea Giancarlo Maria Liumbruno, direttore del CNS -. Plasmaferesi terapeutica e donazione di plasma mediante aferesi hanno finalità e modalità tecniche di esecuzione totalmente diverse e quindi non sono raffrontabili”.

La plasmaferesi utilizzata per la donazione di plasma è una procedura definita dal DM Salute del 2 novembre 2015, sulla base di robuste evidenze scientifiche che garantiscono la sicurezza del donatore. Tale decreto recepisce anche le raccomandazioni fornite dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e da altri Organismi Istituzionali europei ed internazionali. Il provvedimento definisce i requisiti fisici per l’accettazione del donatore di sangue intero e di emocomponenti mediante aferesi, gli intervalli di donazione per l’accettazione del candidato donatore di sangue intero e di emocomponenti mediante aferesi nonché le modalità per la raccolta degli stessi e i volumi di plasma e di emocomponenti che possono essere donati.

Nel caso delle procedure di plasmaferesi terapeutica utilizzate in regione Veneto la finalità è quella di separare la componente liquida del sangue (il plasma) dalla componente cellulare rimuovendo così sostanze presenti nel plasma stesso, che viene sostituito da liquidi che servono per mantenere, a un livello normale, il volume totale del sangue circolante (volemia). “Voler identificare come analoghe queste due procedure molto diverse – afferma il portavoce pro tempore CIVIS Sergio Ballestracci – rischia di mettere in dubbio la sicurezza della donazione volontaria e responsabile del plasma, associandola a tecniche terapeutiche e invasive”.

I protocolli di trattamento aferetico variano a seconda delle indicazioni e possono prevedere diverse sedute a seconda delle condizioni del paziente e della risposta alla terapia. A tal riguardo, le più recenti linee guida sull’impiego dell’aferesi terapeutica nella pratica clinica (Schwartz J, et al. Guidelines on the Use of Therapeutic Apheresis in Clinical Practice-Evidence-Based Approach from the Writing Committee of the American Society for Apheresis: The Seventh Special Issue. J Clin Apher. 2016 Jun;31(3):149-62) riportano un totale di 179 potenziali indicazioni cliniche delle procedure di aferesi terapeutica con differenti gradi di evidenza scientifica e forza di raccomandazione e non includono specificamente la rimozione dei suddetti contaminanti tra le indicazioni all’uso della plasmaferesi terapeutica basate su consolidate evidenze scientifiche.

“In particolare – spiega il presidente SIMTI Pierluigi Berti – all’utilizzo di protocolli su procedure di scambio plasmatico terapeutico, in caso di avvelenamento da sostanze chimiche o da farmaci che si legano a proteine plasmatiche, è attribuito un livello di evidenza molto basso. É il caso di sottolineare, inoltre, come la procedura di scambio plasmatico terapeutico sia una procedura non esente da potenziali effetti collaterali, soprattutto se paragonata alla donazione mediante aferesi produttiva, anche in considerazione del diverso volume di plasma raccolto, che può raggiungere o superare l’intero volume di plasma del paziente ed è di almeno 4-5 volte superiore al volume di plasma ‘donato’ dai donatori in una singola procedura di donazione”.

 

ALCUNE CIFRE SULLA DONAZIONE DI PLASMA

“Il plasma è una risorsa “strategica” per il Servizio Sanitario Nazionale – aggiunge Liumbruno -, perché i farmaci plasmaderivati esercitano un ruolo chiave, e talora non sostituibile, nel trattamento di molte condizioni cliniche acute e croniche”. Nel 2016 le Regioni e Province Autonome italiane hanno conferito al frazionamento industriale oltre 800 mila chilogrammi di plasma raccolto dalla Rete Trasfusionale nazionale per la produzione di medicinali plasmaderivati. Il Centro Nazionale Sangue, le Associazioni e Federazioni dei Donatori e le Società scientifiche interessate sono impegnate per aumentare la consapevolezza dei cittadini sull’importanza di questa donazione in considerazione del fatto che, secondo il Piano Nazionale Plasma, in cinque anni la raccolta dovrà aumentare dell’11% per garantire l’autosufficienza nazionale. In Italia, il grado di sicurezza della raccolta di emocomponenti, ivi compresa la raccolta selettiva di plasma (plasmaferesi produttiva) ha raggiunto, da molti anni, livelli estremamente elevati, come ampiamente dimostrato dal sistema di sorveglianza nazionale coordinato dal Centro Nazionale Sangue.”

 

Se n’è andato il Professor Agostino Traldi, pioniere dell’emofilia e della plasmaderivazione in c/lavorazione

Il professor Agostino Traldi, 89 anni, Immunoematologo-trasfusionista, pioniere nella cura dell’Emofilia in Italia  e della lotta per il “plasma sicuro” da donatori volontari, periodici, non remunerati ed… associati, inventore della plasmaderivazione in C/lavorazione in convenzione (ora patrimonio italiano) è morto.

Se n’è andato ieri sera, circondato dall’affetto della sua famiglia, all’ospedale di Lucca, città dove si era trasferito dopo aver lasciato il “suo” Centro per le Malattie del Sangue di Castelfranco Veneto.

Il funerale si svolgerà domattina, venerdì 16 giugno, ore 11.30 presso la chiesa di San Cassiano a Vico, Via delle Ville, frazione di Lucca. Agostino partirà poi alla volta di Modena, per la sepoltura nel paese di famiglia.

La notizia si è sparsa stamattina in tutta Italia come un fiume in piena. Centinaia e centinaia sono infatti gli emofilici che, grazie al professor Traldi e alla sua equipe sono oggi Uomini… Vivi. Fu il primo fra pochissimi,  dai più inascoltato, voci nel deserto in mezzo  i medici che curavano l’Emofilia a dare l’allarme sui pericoli di infezioni nel Fattori della coagulazione importati dall’estero dove il plasma veniva prelevato a pagamento. E centinaia sono anche gli avisini che grazie a lui hanno “capito” e conosciuto come il mondo trasfusionale non fosse solo… sangue, ma anche il prezioso plasma fonte, anche, di interessi miliardari di case farmaceutiche.

Se la “strage degli innocenti” (centinaia di emofilici deceduti per Aids ed Epatiti) degli anni ’80 in Italia non ha avuto la stessa incidenza che in altri Paesi, lo si deve soprattutto alle sue intuizioni e alla “ferocia” con cui difendeva i suoi “ragazzi” emofilici.

Fu lui ad “inventare” a metà degli anni ’80 la plasmaderivazione industriale in c/lavorazione. Il mezzo con cui il plasma dei donatori volontari viene inviato all’industria farmaceutica che lo trasforma in medicinali plasmaderivati “salvavita” che restano di proprietà pubblica. Questo per difendere i suoi “ragazzi”.

Fu lui che si batté con tutte le sue forze per diffondere la “cultura della sicurezza del dono” fra i volontari del sangue, Avis in primis. Questo per difendere tutti gli ammalati e salvare la vita dei suoi “ragazzi” del Centro Emofilici di Castelfranco Veneto che fondò nel 1973 (proveniente da Castelfranco Emilia, Modena).

Chi scrive era uno di quei “ragazzi” – provenivano da tutta Italia per curarsi in Veneto da Traldi – che si sono salvati.  Sull’onda dell’emozione non credo quindi di poter raccontare oggi con l’obiettività che mi impone il mio mestiere di giornalista. Riporto quindi i link con la cronaca scritta da altri, sul nostro periodico online e cartaceo, in occasione del convegno svoltosi il 25 novembre 2013 a Castelfranco Veneto e dedicato a Traldi e al 40° del Centro Emofilici che oggi continua a esistere ed operare. Un convegno fortemente voluto dai suoi “ragazzi” e dai “fratelli di sangue” delle Avis (Comunale, provinciale Treviso e Regionale Veneto).

Come “ex ragazzo” posso solo dire… Ciao Agostino, medico. Vero. E ripeterti ciò che i “tuoi” ex ragazzi (oggi in molti ormai padri di famiglia) scrissero dietro il ritratto che ti donarono nell’occasione:

A chi ci ha resi uomini, poi lottatori, e alla faccia di chi diceva che eravamo solo dei “malati”. Grazie Agostino!”

Il primo articolo è di Michela Rossato, il secondo di Barbara Iannotta.

Beppe Castellano,

Milano, 15 giugno 2017

Oltre 200 “fratelli di sangue” per l’incontro con Traldi a Castelfranco

Un “patto di sangue” donatori-pazienti lungo 40 anni che… continua

Vaccinazione influenza: perché è utile per donatori e sanitari

All’interno della nascente “rete” di collaborazione fra le varie testate web Avis d’Italia, riceviamo un servizio dall’Ufficio stampa Avis Emilia Romagna. Lo condividiamo con i nostri lettori, ritenendolo di interesse generale. 

Anche quest’anno le regioni offrono gratuitamente la vaccinazione contro l’influenza ad alcune categorie di persone, tra queste vi sono le donatrici e i donatori di sangue e il personale medico e paramedico. Questa scelta, che comporta anche un impegno economico importante in un momento di ristrettezze e tagli, è motivata dalla necessità di scongiurare dei cali delle donazioni in caso di epidemie influenzali. Il periodo migliore per la vaccinazione va da ora a fine dicembre, più tardi potrebbe non essere più sufficiente a garantire una copertura adeguata. La vaccinazione non è obbligatoria ma i donatori devono essere consapevoli del fatto che, in caso di epidemia influenzale, il sistema di raccolta di sangue e plasma potrebbe subire un calo significativo di donatori nei mesi invernali, mettendo in sofferenza l’intero sistema trasfusionale della nostra regione.

Ma è davvero utile vaccinarsi? Lo chiediamo a Giuseppina Falsone, medico della Casa dei Donatori di Sangue di Bologna.

«Ci sono diverse correnti di pensiero, la mia è che la vaccinazione sia un mezzo per risparmiarsi una patologia che se sottovalutata può dare delle complicazioni. Questo in generale, non solo per i donatori. Qualche medico non lo ritiene necessario – non è un segreto – perché il vaccino non garantisce l’immunità assoluta dalla malattia. Ci si ammala lo stesso perché la composizione del vaccino si fa sulla base di una statistica, basandosi sui ceppi degli anni precedenti: è ovvio che i virus mutano e non è possibile conoscere in anticipo le caratteristiche specifiche di un’influenza né l’incidenza che avrà sulla popolazione. Si fa un calcolo delle probabilità, e quindi non è detto che possa coprire ogni virus. È altrettanto vero però, che in caso di infezione la portata della malattia sarà comunque meno coinvolgente. Io mi vaccino ogni anno: sono un medico, non posso e non devo correre rischi.»

D’altra parte, se si va a vedere l’incidenza delle epidemie influenzali sul livello delle donazioni di sangue e plasma, ci si accorge che non si è mai arrivati ad una situazione di emergenza negli ultimi anni. Questo nonostante il numero di donatrici e donatori vaccinati sia piuttosto basso, pur con la gratuità. Sottoponiamo questo dato a Florio Ghinelli, infettivologo e responsabile sanitario di Avis Emilia-Romagna.

«Il principio di precauzione funziona proprio per scongiurare un’emergenza: finché va tutto bene una misura di prevenzione ci sembra superflua. Poi, quando arriva un’epidemia che mette a rischio il nostro sistema trasfusionale, ci accorgiamo che avremmo dovuto essere più convincenti rispetto ai vantaggi della vaccinazione. Non posso obbligare un donatore a vaccinarsi, ma posso metterlo davanti ai pro e i contro, e chiedergli di pesare entrambi. Non solo dal punto di vista della sua salute, ma anche rispetto alla scelta che ha deciso di fare diventando donatore: mettersi a disposizione dei malati e del servizio sanitario. In caso di epidemia, come garantiamo un’adeguata scorta di unità di sangue se i nostri “pilastri” sono a letto con l’influenza? La cosa che mi preoccupa di più però, è il livello bassissimo di vaccinazioni tra il personale sanitario: dovrebbero essere i primi a cogliere l’opportunità e la necessità di una copertura antinfluenzale, lavorando a contatto con i donatori o con i malati…»

Per conoscere l’andamento influenzale e le medie annuali, anche per una scelta più consapevole, sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità è possibile consultare la pagina Influnet, aggiornata settimanalmente. (http://www.iss.it/flue/index.php?lang=1&anno=2013&tipo=13)

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