Inchiesta: Se i giovani incontrano muri o li abbattono, o se ne vanno

Facciamo parlare direttamente loro: i giovani. Davvero non vogliono impegnarsi? E quando si impegnano attivamente dopo un po’… spariscono. Non saranno forse troppi i muri costruiti attorno a loro?

inchiesta di Beppe Castellano

È  il tormentone di quasi ogni incontro, assemblea, convegno organizzato dalle nostre Avis di ogni livello: i GIOVANI! I giovani e il dono del sangue, i giovani e l’impegno in associazione, i giovani e… “ai miei tempi”, i giovani e l’impegno nel volontariato, i giovani che “li vedi una due volte poi scompaiono”... Potremmo continuare per pagine. Con questa sicuramente incompleta inchiesta, abbiamo cercato di osservare il più oggettivamente possibile il “problema giovani”, estraniandoci in parte dall’Avis e cercando chi sta affrontando il problema con studi e ricerche organiche. Il ricambio generazionale, primo dato, non riguarda soltanto Avis e dono del sangue. Certo è il settore che più potrà soffrirne nell’immediato futuro, visto il continuo calo delle nascite “autoctone”, ma coinvolge tutto il Volontariato. E con quest’ultimo anche le stesse nuove generazioni che all’orizzonte – almeno nel ristretto panorama del nostro Paese – vedono limitate le possibilità di realizzarsi. Nel lavoro e nella vita, prima di tutto, e poi chissà… In terza e quarta battuta anche nel volontariato. Abbiamo preso spunto da due interessanti indagini e ricerche. Una è “Giovani e Volontariato quali prospettive e quali sfide”. Lungi dall’essere limitato alla sola regione di Leopardi è stata realizzata dal CSV delle Marche, ma coinvolgendo anche CSV di Bergamo, Modena, Lazio/Roma, Milano, Torino, Bologna. Le OdV coinvolte nel 2017/2018 (queste sì, marchigiane) erano dieci, nessuna Avis. Finora risulta l’unica indagine organica in tal senso che ha coinvolto direttamente le organizzazioni di volontariato. E tutte soffrono degli stessi problemi dell’Avis, almeno a livello dirigenziale. In quattro Odv italiane su dieci, per esempio, i giovani partecipano quasi mai ai momenti assembleari, mentre in più del 61% non sono presenti giovani nei consigli direttivi. Fra le risposte più “gettonate” sulla permanenza o meno in un impegno costante nelle Odv due in evidenza: 1) “Se  diamo un ruolo ad un giovane, molto probabilmente resterà in associazione”; 2) “Se in contatto con volontari “senior” quasi certamente abbandonano. Difficilmente gli anziani lasciano campo libero ai nuovi arrivati”. Eppure gli adolescenti sarebbero disponibili, come ci spiega qui sotto il sociologo Tiziano Vecchiato. Con la Fondazione Zancan sta conducendo una interessante ricerca “sul campo”.

Fondazione Zancan/CRESCERE Uno studio di sei anni su mille adolescenti. Sono “a rischio”? Solo i nostri luoghi comuni.

Intervista al sociologo Tiziano Vecchiato, presidente Fondazione Zancan di Padova.

In che cosa consiste la vostra indagine? È ancora in divenire? Come è nata, come si sviluppa, quanti e quali giovani coinvolge, in che fasce di età? 

CRESCERE è un acronimo che sintetizza il senso strategico dello studio “Costruire Relazioni ed Esperienze di Sviluppo Condivise con Empatia, Responsabilità ed Entusiasmo”. È cioè un’indagine approfondita che da anni stiamo realizzando con un campione di giovani in Veneto, nelle province di Padova e Rovigo. Coinvolge oltre 1000 ragazzi e famiglie, che in questi anni si sono resi disponibili a partecipare a questo importante progetto, a rispondere alle nostre domande anno dopo anno, per dirci come stanno crescendo e affrontando i problemi dell’esistenza in una società poco disponibile ad accoglierli. 

È uno studio “longitudinale”, significa che gli stessi ragazzi sono seguiti nel tempo, sempre gli stessi, ascoltandoli nel loro percorso di crescita, per capire cosa fanno, cosa pensano, cosa cercano e come cambiano nel tempo. In pratica ci parlano di come crescono i giovani oggi, quali sfide affrontano, quali sono i fattori che favoriscono una crescita positiva. Abbiamo iniziato 10 anni fa chiedendoci come realizzare un’impresa che sembrava impossibile, visto che nel nostro Paese le ricerche sono di breve periodo e che nel mondo gli studi longitudinali sono rari e preziosi. 

Lo studio di fattibilità è durato due anni, in cui abbiamo capito come intraprendere questa sfida in un mondo che cambia rapidamente, in continua evoluzione tecnologica e sociale. 

Abbiamo scelto di fare quello che sembrava impossibile. In uno studio longitudinale è normale perdere il 20% del campione ogni anno, ma in tutti questi anni abbiamo perso solo il 20% complessivo, per ragioni di trasferimento di residenza o di crisi familiari. 

Chi ci avrebbe aiutato con le risorse necessarie? Come arrivare ai ragazzi e ai loro genitori (che poi hanno composto il campione) per condividere questa sfida? Ci sono voluti due anni per dare risposte a queste domande e progettare l’intera indagine, mettere insieme un comitato scientifico di esperti internazionali, definire gli strumenti, costruire le infrastrutture sociali nel territorio per dare continuità allo studio. Ma i risultati ottenuti e l’entusiasmo che tanti ci hanno dimostrato stanno ampiamente premiando gli sforzi, in particolare l’impegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, che anno dopo anno sostiene il progetto permettendone la realizzazione alla luce dei risultati che raccogliamo ogni anno. 

Siamo ora arrivati alla sesta annualità di raccolta dati. Quando abbiamo iniziato i ragazzi avevano 11-12 anni, ora ne hanno 18 e i cambiamenti che abbiamo osservato sono tanti. È una grande fotografia in movimento che racconta la vita di questi ragazzi a 360 gradi. Ci parla di cosa fanno del tempo libero, dell’uso di internet, di come si relazionano in famiglia. Ci raccontano di come e quanto parlano con i padri e le madri, quali difficoltà incontrano nella vita di tutti i giorni, nella scuola, nelle relazioni con gli insegnanti e i compagni. Non hanno paura di parlare delle difficoltà, del bullismo, di come reagiscono alle violenze online, della spiritualità, della fede, di come si giudicano, se hanno fiducia nelle proprie capacità, se si fidano degli altri, di come vorrebbero il loro futuro, di cosa è veramente importante per essere felici. Ci parlano anche di volontariato, del loro volontariato e del perché e come aiutano gli altri.

Il patrimonio di informazioni raccolte in questi anni è immenso, ci chiede un grande lavoro di analisi per condividere i risultati con loro, i loro genitori e tutti gli altri interessati. Li mettiamo a disposizione gratuitamente nel sito internet dedicato (www.crescerebene.org), in convegni e incontri pubblici, nelle scuole che partecipano allo studio con la speranza che tutto questo diventi servizio alle loro comunità.

Può anticiparci qualche risultato per lei significativo alla luce dell’attuale situazione sociale e, a livello sociologico, le prospettive nei prossimi anni? 

Uno dei risultati che più ha meravigliato famiglie, insegnanti, anche i giornalisti, riguarda cosa è davvero importante per i ragazzi. Da un lato ci raccontano le attività che fanno in internet, ci dicono che non potrebbero vivere senza smartphone, una prosecuzione del loro corpo e della loro mente. Anche se immersi nella realtà virtuale ciò che conta davvero per loro sono le relazioni autentiche. Alla domanda “Qual è la cosa più importante per te per essere felice?” i ragazzi mettono al primo posto gli amici, quelli veri, che “mi accettano per quello che sono”. Al secondo posto la famiglia, anche se con tanti problemi resta sempre e comunque il loro punto di riferimento, anche quando il dialogo diventa nel tempo più difficile. Nella famiglia c’è qualcuno su cui poter contare sempre, anche nei momenti difficili. Importante è l’amore e “avere qualcuno che mi voglia bene”, “che mi accetta per quello che sono”, con cui sentirsi liberi di esprimersi e stare bene insieme. Per alcuni stare bene significa pure “fare felici” gli altri: “Per me essere felice non significa solo fare le cose che ci fanno stare bene, ma anche aiutare gli altri a stare bene”.

I ragazzi di oggi hanno bisogno di essere ascoltati e considerati. Spesso ci ringraziano e dicono “Per me è bello sapere che qualcuno crede in noi e ci intervista”, “Per una volta abbiamo avuto l’opportunità di scrivere su ciò che noi adolescenti sentiamo dentro, pensiamo e proviamo”, “Alcune domande sembrano assurde ma ti fanno capire come sei dentro e in cosa potresti migliorare”.

Giovani e futuro. Giovani e propria “realizzazione”. Giovani, impegno sociale e… volontariato. Che cosa ne pensa in particolare di quest’ultimo argomento? Secondo le sue sensazioni è vero che, oggi in particolare, i giovani sono poco propensi all’impegno sociale come volontari? 

Abbiamo fatto proprio queste domande ai ragazzi, perché ci interessava capire qual è la loro propensione ad attivarsi e il loro potenziale generativo. In Sardegna, in collaborazione con il Centro Servizi Volontariato Sardegna Solidale, abbiamo realizzato due ricerche con i giovani, coinvolgendo 900 ragazzi tra i 14 e i 18 anni, per capire quanto vivere in ricchezza o in povertà incide sulla capacità di pensare e progettare il futuro. Due ragazzi su dieci fanno parte di gruppi e/o associazioni: scout o altri gruppi giovanili, coro o gruppo musicale, gruppo di ballo, parrocchia, associazioni sportive, culturali, a difesa dell’ambiente o di volontariato. Il 13% fa attività di volontariato per aiutare gli altri: «Dono il sangue», «passo per il paese per ritirare i viveri», «faccio oratorio durante l’estate», «vado in comunità dove lavora mia mamma per stare con gli anziani e passare del tempo diverso dal solito», «regalo i vestiti che non uso più», «impegno sociale contro le mafie», «insegno delle tecniche da portiere ai più piccoli», «do ripetizioni (gratis)», «mi rendo utile nei blog o altri siti per rispondere alle domande dei ragazzi che hanno bisogno di aiuto o di attenzione». A chi non fa volontariato abbiamo rivolto domande per capire le potenzialità di ogni ragazzo e la propensione a mettere a disposizione il proprio tempo e le proprie capacità per aiutare chi ha bisogno. Abbiamo chiesto se qualcuno ha mai proposto loro di fare qualcosa di utile per gli altri, in quasi la metà dei casi nessuno li ha mai incoraggiati in questo senso. Lo stimolo maggiore viene dai genitori. Poi vengono gli insegnanti, le parrocchie, gli allenatori… Abbiamo anche chiesto «Se ne avessi la possibilità, ti piacerebbe mettere a disposizione le tue capacità e/o il tuo tempo per aiutare chi ha bisogno?». Quasi otto ragazzi su dieci hanno risposto di sì (78%). Un aspetto interessante è che i ragazzi sono disposti a offrire tempo e capacità indipendentemente dal fatto che siano ricchi o poveri. Vi sono invece differenze per genere ed età. Le ragazze sono mediamente più propense ad attivarsi per aiutare chi ha bisogno. Il desiderio di aiutare aumenta al crescere dell’età: è più timido quando i ragazzi hanno 14-15 anni e poi cresce nel tempo.

Abbiamo osservato le stesse dinamiche tra i ragazzi veneti dove più di un ragazzo su quattro fa volontariato. Si va dall’impegno sporadico (qualche volta all’anno) a tutte le settimane. Con l’età aumentano i ragazzi che fanno attività a favore degli altri (a 12 anni erano il 20%, a 16 anni sono il 37%). Vi sono differenze tra ragazzi: anche qui le ragazze sono più disponibili a fare volontariato. 

Tipo di scuola: gli studenti del liceo fanno più volontariato rispetto a tecnici e professionali. La ricerca si è poi concentrata sulle capacità dei giovani che si sono resi disponibili. Abbiamo chiesto loro di riflettere su cosa in pratica potrebbero fare per aiutare chi ha bisogno. Non è stata una domanda facile, molti di loro ci hanno pensato a lungo prima di rispondere. Ecco soltanto alcune delle loro affermazioni:

• Aiutare gli anziani, per esempio fare la spesa e se vedo una signora anziana in difficoltà la aiuto; 

• Dare ripetizioni ai ragazzi in difficoltà nella scuola;

• Donare qualche soldo al mese;

• Far sorridere;

• Mi piacerebbe aiutare i bambini a svolgere i compiti per casa, oppure prestare dei servizi benessere agli anziani nelle case di riposo;

• Stare con i bambini che non stanno bene o hanno qualche problema»

• Per esempio riciclare e ripulire i parchi. Però con qualcuno non da sola;

Alcuni hanno decritto la sfida come incontro di capacità e potenzialità in questo modo: 

• Innanzitutto chiedere ai bisognosi cosa io possa fare;

• Ascoltare le persone in difficoltà e aiutarle a trovare una soluzione;

• Mettere a disposizione le mie capacità;

• Condividere la mia passione con altri, e magari insegnare a chi volesse imparare»

• Dipende da chi ha bisogno e da quale sia il problema, prima di tutto cerco di capire che problema ha e poi cerco una soluzione insieme a colui che ha bisogno»

• Mettere alla prova le mie capacità e le mie risorse per fare del bene e aiutare le altre persone.

Sono pensieri importanti, da valorizzare nei contesti di vita, in famiglia, nella scuola, nelle comunità locali. Per i ragazzi è importante riflettere su cosa è possibile fare per gli altri e con gli altri, con quali capacità e competenze per consolidare sistemi di fiducia preziosi e necessari per crescere bene.

Sarebbe utile una ricerca più approfondita su giovani e volontariato, estesa anche ai nuovi cittadini, in collaborazione fra la vostra Fondazione e le Odv?

Meglio se a questa domanda risponde la vostra redazione… 

E noi tale domanda la giriamo ai lettori e alle Avis. Dibattito aperto!

Che cos’è la Fondazione Zancan: 55 anni di ricerche nel sociale

La Fondazione «Emanuela Zancan» Onlus è un centro di studio, ricerca e sperimentazione che opera da oltre cinquant’anni nell’ambito delle politiche sociali, sanitarie, educative, dei sistemi di welfare e dei servizi alla persona. La sua mission è “contribuire alla ricerca scientifica di rilevante interesse sociale, con particolare riguardo all’area delle politiche sociali, dei servizi alla persona e delle professioni in essa operanti” (art. 2 dello Statuto). Svolge le sue attività grazie alla collaborazione di molti studiosi ed esperti italiani e stranieri. Collabora con enti statali, regioni, province, aziende sanitarie, comuni, università, centri di studio italiani e internazionali e con soggetti privati per studi, ricerche, sperimentazioni. 

La Fondazione è sorta nel 1964, in ricordo di un’assistente sociale: Emanuela Zancan, vicedirettrice della Scuola superiore di Servizio sociale di Padova, che morendo ancor giovane lasciò la sua liquidazione alla Scuola perché fosse utilizzata in un’opera con finalità sociali. La somma costituì la prima pietra per la realizzazione della Fondazione. È riconosciuta dal Ministero degli Interni onlus di “ricerca scientifica di rilevante interesse sociale”. Presidente è il sociologo Tiziano Vecchiato (foto sopra). La Fondazione edita una  interessantissima rivista bimestrale “Studi Zancan – Politiche e Servizi alle Persone”, con ricerche, dati, spunti di riflessione (da fonti certe ed autorevoli) su welfare e dinamiche sociali. 

Info: www.crescerebene.org www.fondazionezancan.it

Dall’incostanza nel donare, al non impegno: alcuni fra i perché…

Abbiamo fatto parlare alcuni giovani. Sono tutti già in Avis, impegnati in varie attività (Gruppi giovani) o – anche ex – nel Servizio Civile. Ai giovani “esperti”, abbiamo chiesto perché molti non vanno oltre la 2ª donazione o non si impegnano in associazione. “Troppa burocrazia”; “Lavori precari che non permettono di chiedere permessi”. Anche perché… “I Centri trasfusionali sono aperti solo nei giorni feriali, con problemi a chi deve chiedere il permesso di lavoro. Solo alcuni in Veneto aprono sabato e domenica”; Fanno idoneità, magari dopo aver incontrato Avis a scuola, poi per tatuaggi, tempi d’attesa lunghi, viaggi all’estero, abitudini di vita non “in linea” sono sospesi (anche temporaneamente) e si stancano, poi non ci pensano più, rinviano e non vanno più a donare.  Così come quando aspettano mesi per i risultati dell’idoneità”; 

“Questione del partner fisso, questa è una lamentela frequente”. 

Infine: “Il momento della donazione non e più un modo per ritrovarsi con gli altri, per scambiare due chiacchiere, organizzare iniziative insieme. Si dona, si va via…”; “I giovani non si sentono abbastanza coinvolti, non si sentono accolti da un volontariato giovane. Solo in rarissimi casi si riesce a creare un ambiente “moderno” in Avis”; “Quando poi si sente dire: si è fatto sempre così…”.  C’è da riflettere.

Pomeriggio fra giovani universitari entusiasti in Centro trasfusionale

Abbiamo sentito, per chiudere, alcuni “neofiti”, alla visita di idoneità. Grazie alla Comunale di Venezia che in due giorni – dopo una mail a studenti, professori e dipendenti di Cà Foscari – ha visto una massiccia adesione di giovani all’invito. In 20 donne e 6 uomini hanno “esaurito” in due ore i posti prenotabili sul web per le 4 ore di due pomeriggi in cui il primario Gessoni teneva aperto il Centro trasfusionale lagunare per anamnesi, visite, colloqui, prelievi. Ancor di più sono in coda per “l’appello autunnale”. Come la prima ragazza a uscire (sarebbe stata la 27ª) che, dopo aver compilato il questionario, ha chiarito i dubbi col medico: “Ho appena cambiato fidanzato, non lo sapevo, tornerò certamente alla prossima di ottobre”. Agli “abili” (esami di idoneità permettendo), abbiamo chiesto le impressioni, man mano che uscivano col… buco.

Isabel, 24 anni, già laureata in Relazioni internazionali comparate, bergamasca, ma ormai veneziana di residenza, anche come volontariato: “Collaboro già a Venezia con alcune associazioni, da Lega Ambiente alle Misericordie e altre. Saputo che si poteva anche donare, eccomi qui. Problemi col questionario? Nessuno, tutto chiaro”. Manuel, 23 anni, di Pavia, laureando in lingue orientali: “Ho visto la mail d’invito solo a tarda sera, il giorno che l’hanno inviata. E non avevo fatto in tempo a prenotarmi, erano già tutti prenotati i posti. Per fortuna se n’è liberato uno all’ultimo momento. Avevo già pensato di donare, ma mai avuto occasione. Sono volontario nel Comitato della Croce rossa al mio paese, ora “passerò” donatore Avis a Pavia, ma Venezia e i veneziani già mi mancano”. Roberta, 20 anni, da Chieti, Economia e Commercio Inglese: “Non sapevo come si potesse donare, Avis e Università mi hanno fornito con la mail le informazioni, grazie. Sul questionario nessun problema, mi avevano spiegato, entrando al centro trasfusionale, che per qualsiasi dubbio posso chiedere al medico… È bello donare”. Altre due ragazze, Andrea e Francesca di 23 anni, le “interroghiamo” in sala ristoro, mentre fanno conoscenza. Stesso corso di laurea magistrale in Economia e Gestione delle Arti, non si erano mai viste prima: Andrea è da Torino, Francesca da Verona, parlano quasi in coro: “È un po’ che ci pensavo, sono contenta di averlo fatto, da soddisfazione pensare di aiutare qualcuno (Francesca); “Bella la sensazione di fare del bene. Poi i medici sono disponibilissimi a spiegare ogni cosa e anche i volontari Avis – dice Andrea – sono simpatici e disponibili. Io poi che a Venezia voglio rimanerci…”.


Il plasma sempre più risorsa strategica mondiale come acqua, energia e metalli rari. La sfida etica del “Sistema Italia”.

Solo chi avrà sufficiente disponibilità di “oro giallo”, nel prossimo decennio, sarà al sicuro dai “ricatti” del mercato internazionale, dalle sue oscillazioni di prezzo e da eventuali penurie di prodotti. Con ricadute, non solo economiche, che potrebbero essere tragiche per i propri cittadini.     

Solo gli Stati che avranno conservato la “proprietà” e il controllo di materia prima e prodotti derivati potranno assicurare a tutti i propri cittadini – e non solo, come vedremo – il diritto inalienabile alla Salute.

È chiaro, a questo punto, che non stiamo certamente parlando di “oro vero”, né tantomeno di catename, gioielli o “antiche” medaglie d’oro avisine, bensì di plasma e plasmaderivati.

Il plasma è ormai universalmente considerato una “materia prima strategica” al pari di acqua potabile, fonti energetiche e metalli rari. Altro che “donazione di serie B”, come qualcuno considera ancora la donazione di plasma!

E l’Italia? Come è messa? Ebbene, da questo punto di vista il nostro Paese è ormai forse fra i  migliori al mondo. Sotto il profilo della quantità e della qualità. Con il Piano quinquennale del Centro nazionale sangue dovremmo sfiorare nel 2020 l’autosufficienza anche per immunoglobuline e albumina (vedi tabella)

Finora questo è stato possibile, grazie anche a tutti voi donatori volontari, ai vostri dirigenti, alle vostre Associazioni e a quei 90 anni di “utopia” partiti dal dottor Vittorio Formentano nel 1927.

Siamo partiti dal Veneto, esattamente dal Seminario Internazionale che la Fiods (Federazione internazionale organizzazioni donatori di sangue) ha voluto organizzare a Castelbrando di Cison di Valmarino (TV) il  27 e 28 ottobre scorso, per dipanare questo servizio-inchiesta.

Ideale conclusione, sempre in Veneto, è stato il Seminario IL MODELLO ITALIANO DELLA DONAZIONE DI SANGUE, AUTOSUFFICIENZA ED ETICA. Il CONTO LAVORAZIONE DEL PLASMA IN ITALIA ALLA LUCE DEI NUOVI ACCORDI INTERREGIONALI PLASMA che si è svolto sabato 20 gennaio presso la Sala della Gran Guardia a Verona. A organizzarlo è l’Avis regionale Veneto.

Ma torniamo all’interessante incontro Fiods di ottobre. Dopo i saluti del presidente Fiods Gianfranco Massaro, il convegno è stato aperto da una lezione magistrale del dottor Giancarlo Maria Liumbruno, direttore del Centro nazionale sangue.

Particolarmente interessante la mole di dati a livello mondiale che  sono stati illustrati da Liumbruno e dagli altri esperti internazionali invitati da Gianfranco Massaro. L’accento è stato posto, in particolare, sulla risorsa plasma e plasmaderivati, la cui richiesta nel mondo continua ad aumentare in modo esponenziale.

“Una risorsa davvero strategica – ha affermato Liumbruno – al pari dell’energia e dell’acqua potabile. Una ricchezza per tutti che viene volontariamente donata da quasi 2 milioni di volontari in Italia”.

Quello del plasma è un mercato destinato a toccare, a livello mondiale cifre iperboliche. Sotto il profilo economico, l’Agenzia di ricerche di mercato “Market Research Future” ha aggiornato proprio a gennaio 2018 le previsioni per il mercato globale dei medicinali plasmaderivati. Toccherà nel 2023 laa cifra di 58,2 miliardi di dollari, con una crescita annua percentuale (dal 2017) del 7,52%. In pratica il doppio del giro d’affari dei dieci maggiori Paesi produttori ed esportatori di armi (legali) nel 2014.

È ovvio, quindi, come a livello planetario la battaglia fra le “sette sorelle” per accaparrarsi quanta più “materia prima” possibile (meglio se di alta qualità com’è quella italiana) sarà ancor più senza esclusione di colpi.

Così come lo sarà la battaglia per ampliare le proprie quote di mercato, in particolare nei grandi Paesi emergenti. E per i medicinali che riguardano malattie rare, ma “lucrose”, come l’Emofilia.

L’Italia è fra i produttori di plasma più importanti in Europa. Questo nonostante raccolga, a differenza di altri Paesi anche dell’Unione Europea, esclusivamente da donatori volontari, non remunerati, periodici e per la maggior parte associati.

È la legge che lo impone, una legge – la 219 del 2005 – fortemente voluta dalle Associazioni di volontariato dei donatori. E tutto il plasma nazionale – un quarto del quale è ottenuto con plasmaferesi – è inviato al frazionamento per essere trasformato in medicinali plasmaderivati come: Immunoglobuline, albumina, Fattori (VIII e IX) della coagulazione per l’Emofilia, antitrombina, ecc.

E questo per rimanere solo agli attuali utilizzi dei componenti del plasma. “L’oro giallo”, infatti, sarà sempre più prezioso via via che si studiano nuovi utilizzi dei suoi componenti.  È una vera “miniera d’oro”, in prospettiva, per curare tantissime malattie.

In Italia, lo ricordiamo, materia prima e prodotti trasformati restano sempre, esclusivamente di proprietà delle Regioni, quindi pubblica. Questo grazie al C/lavorazione “nato” proprio in Veneto a metà degli anni ’80. Non è ammesso nel nostro Paese, in nessun modo, trarre profitto da sangue e suoi componenti.

L’Italia, come vediamo nella tabella, è al 7° posto al mondo come raccolta di plasma inviato al frazionamento. Inarrivabili in testa alla classifica vi sono però tre Paesi. Se uno sono gli USA, due appartengono all’Unione Europea: Germania e Repubblica Ceca. Qui è ammessa la dazione retribuita di plasma.

Nell’altra tabella (fonte la stessa PPTA delle Case farmaceutiche che descriviamo qui) il trend dei fabbisogni di plasma per produrre Immunoglobuline (rosa), Albumina (blu) e Fattore VIII (verde) fino al 2014. La linea di crescita dei fabbisogni per i tre farmaci si sta impennando e crescerà in proporzione ancor più nei prossimi anni. Tanto che anche le stesse Aziende farmaceutiche studiano nuove strategie per incrementare la raccolta globale di plasma. L’obiettivo di Fiods, quindi di tutte le Associazioni di volontari del sangue e del plasma aderenti, secondo il presidente Massaro non può essere che quello “di consolidare i risultati raggiunti nei Paesi sviluppati; agire affinché più Paesi possibile possano disporre di sangue sufficiente da donatori non remunerati e anche per l’autosufficienza nella raccolta del plasma per la trasformazione industriale. Un modello virtuoso ed etico è quello italiano che continua a basarsi sulla donazione non remunerata e sul controllo della “materia prima” plasma che resta di proprietà pubblica, quindi di tutti i cittadini”. Donatori o riceventi che siano. Un modello da difendere strenuamente, come viene più volte ripetuto coralmente da politici, esperti e associativi.

Verso l’autosufficienza per mettersi al riparo da crisi mondiali

I medicinali derivati ​​dal plasma (MPD) come le immunoglobuline e i fattori di coagulazione sono indicati dall’Organizzazione mondiale della sanità come farmaci essenziali. Questi e altri MPD sono fondamentali per la profilassi e il trattamento di pazienti con disturbi emorragici, deficienze immunitarie, malattie autoimmuni e infiammatorie e una varietà di altre malattie.

Se l’attenzione nell’uso di sangue (come il Patient Blood Management in Italia) nei paesi sviluppati sta riducendo lentamente il fabbisogno di globuli rossi e quindi i volumi di raccolta di sangue intero (con conseguente flessione del plasma da separazione per il frazionamento industriale), la necessità di MPD in tutto il mondo continua ad aumentare in modo deciso.

La maggior parte del plasma per la produzione di MPD arriva dall’industria statunitense che lo raccoglie da donatori retribuiti.

Lo squilibrio geografico nella raccolta di plasma è fonte di preoccupazioni. Le eventuali interruzioni locali delle forniture di plasma potrebbero causare carenze regionali e globali di medicinali plasmaderivati vitali. Il plasma rientra nella definizione di “risorsa strategica”, ovvero “materia prima economicamente importante soggetta a un rischio più elevato di interruzione dell’erogazione”. Una risorsa, quindi, paragonabile all’energia e all’acqua potabile. Ancora più preziosa lo è in Italia, dopo gli sforzi fatti per la sicurezza negli ultimi 30 anni.

Le raccolte di plasma andrebbero aumentate al di fuori degli Stati Uniti, anche nei paesi a basso e medio reddito. È quindi necessario creare cultura della donazione in questi Paesi, per rafforzare la raccolta di plasma di qualità. Ciò richiederà forti politiche nazionali e regionali. Anche con progetti di cooperazione fra Paesi, come l’Italia, dove il volontariato puro è alla base di tutto e Paesi dove, perfino il sangue, ancora si “compra e vende”.

Vitale è quindi un equo equilibrio dell’offerta internazionale di plasma per ridurre il rischio di carenza improvvisa di approvvigionamento in tutto il mondo. Pensiamo all’America First di Trump. Gli USA “producono” i due terzi del plasma destinato al frazionamento. E se per qualsiasi ragione, di approvvigionamento o speculative, gli Stati Uniti chiudessero i “rubinetti”  da un momento all’altro?

La sfida vera dei prossimi anni anche in Unione Europea – dove le case farmaceutiche esercitano un potere di lobbyng molto maggiore rispetto al volontariato – sarà su questo terreno: plasma “etico” o commerciale?

Le “sette sorelle” del mercato mondiale del plasma

Le “sette sorelle” è un termine coniato da Enrico Mattei, “padre” dell’Eni nell’immediato dopoguerra. Erano le compagnie petrolifere che si spartivano, a livello mondiale, l’estrazione, la lavorazione e il commercio del petrolio nel mondo. Erano tutte statunitensi o inglesi.

Oggi, combinazione, le aziende multinazionali che si occupano di raccolta e successiva plasmaderivazione sono ancora sette. Ne abbiamo ricostruito una “mappa”, con tutti i centri di “plasmaproduzione”.

La fonte è una presentazione svolta a un convegno della Ppta (Plasma protein Therapeutics association) che riunisce le aziende che si spartiscono il commercio mondiale di plasmaderivati. Si è svolto a Malta a maggio 2017 e la presentazione è “pubblica”, l’abbiamo infatti reperita su internet. Eccole, comunque, le 7 maggiori aziende, in ordine secondo il numero di “centri di raccolta” presso cui si riforniscono. Sono esclusi da questo computo, naturalmente, i nostri Centri trasfusionali pubblici.

Grifols – Spagna. Stabilimenti in Spagna e USA. 187 centri di plasmaferesi nel mondo.

Cls-Behring – Australia. Stabilimenti di trasformazione in USA, Australia, Germania, Svizzera. 172 centri di plasmaferesi nel mondo.

Shire (ex Baxalta-Baxter) – Sede: USA. Stabilimenti in USA, Austria, Belgio, Svizzera e Italia. 95 centri di plasmaferesi nel mondo.

BPL – Sede: Gran Bretagna dove ha gli stabilimenti. 38 centri di plasmaferesi.

BioTest – Sede: Germania. Stabilimenti in Germania. 33 centri di plasmaferesi.

Kedrion – Sede: Italia. Stabilimenti di trasformazione in Italia, USA, Ungheria. 19 centri di plasmaferesi nel mondo.

Emergent Biosolution – Sede Canada. Stabilimento, Canada. Centro di plasmaferesi, Canada.

I centri di plasmaferesi sono costituiti a una vera e propria “galassia” di società e aziende controllate o “opzionate” dalle sette sorelle. Eccone qui sotto la mappa.

 

Poliambulatorio nelle Marche del sisma: ad aprile la posa della prima pietra

La notizia, tanto attesa, è finalmente arrivata: ad aprile 2018 sarà posata la prima pietra del nuovo poliambulatorio di Arquata del Tronto (Ap). Individuato e ripulito dalle macerie il luogo in cui sorgerà, passato l’inverno con il suo gran freddo, inizieranno i lavori. Emozionato, l’ha annunciato il presidente dell’Avis provinciale di Ascoli Piceno, Berardino Lauretani, nel corso della serata organizzata il 15 dicembre dalla Casa di cura “Giovanni XXIII” di Monastier (Tv) e che ha visto la consegna di altri 5mila euro al progetto sanitario nelle Marche, colpite dal terremoto del 2016.

 

Un altro, fondamentale tassello di una collaborazione che da due anni vede insieme la “Giovanni XXIII”, Avis Veneto e Avis Marche per la realizzazione di un poliambulatorio in una zona duramente colpita dal sisma, dove la popolazione si è ritrovata in pochi attimi senza casa e senza alcun punto di riferimento, anche sanitario. Il più vicino, dopo la distruzione di Amatrice, è ad Ascoli Piceno. Un territorio ferito, come drammaticamente ricordato da un video, in aiuto del quale è partita subito la solidarietà trevigiana e veneta. Di Avis Veneto e Casa di Cura, e di tante donne che sottoponendosi a mammografie  e analisi diagnostiche alla “Giovanni XXIII”, hanno contribuito al progetto. Che ora diventerà realtà.

La nuova struttura sarà composta da quattro ambulatori e sarà l’unico punto di riferimento sanitario per migliaia di persone tra abitanti e turisti che, pian pianino, stanno tornando a visitare i parchi della zona, in particolare quelli dei Monti Sibillini e dei Monti della Laga.  La Casa di Cura, che già ha inviato un defibrillatore al medico del paese, Italo Paolini (collegatosi in diretta durante la consegna dell’assegno, il terzo da 5 mila euro), ha annunciato che si occuperà anche dell’arredamento di uno o più ambulatori e che un suo cardiologo si è reso disponibile per un aiuto, mensile e volontario, alla popolazione di Arquata.

Nel frattempo, la raccolta fondi continua, sempre tramite Avis regionale Veneto. Alla serata erano presenti, oltre a Lauretani, anche il presidente dell’Avis regionale Veneto Giorgio Brunello, il consigliere di Avis nazionale Gino Foffano e il consigliere dell’Avis provinciale trevigiana Bernardino Spaliviero e la redazione centrale del nostro periodico “Dono & Vita”, che ad ogni numero tiene aggiornati i lettori e i donatori sull’intero progetto. A consegnare l’assegno Gabriele Geretto, amministratore delegato della “Giovanni XXIII”.

 

 

Concordia sulla Secchia: rinata la sede di raccolta (provvisoria)

Il taglio del nastro della sede

L’invito che avevamo ricevuto parlava di inaugurazione della sede provvisoria della sezione comunale, ma la prima scena cui abbiamo assistito, appena giunti a Concordia sulla Secchia, è stata la demolizione di un’abitazione dichiarata inagibile per le gravi lesione subite durante il terremoto.

La delegazione veneziana, costituita dall’Avis Provinciale di Venezia, con in testa il presidente Maurizio Borsetto, dall’Avis di Musile di Piave e da un folto gruppo (Avis, altre associazioni ed esponenti dell’Amministrazione comunale) di Concordia Sagittaria, comune gemellato con Concordia sulla Secchia, si è trovata tra il dolore e le lacrime di chi vedeva la propria casa rasa al suolo e la festa per l’inaugurazione della struttura provvisoria di raccolta dell’Avis. Si veniva così a concretizzare quel “CE LA FAREMO” che campeggiava nella sede provvisoria del Comune e che avevamo visto in occasione della nostra prima visita a Concordia sulla Secchia, nei giorni seguenti il terremoto.

Il senso di precarietà in cui ancora vive la popolazione di Concordia sulla Secchia era particolarmente tangibile nella tensostruttura adibita a chiesa dal parroco don Franco Tonini, dove si è celebrata la Santa messa, e nel silenzio che neanche la Filarmonica cittadina è riuscita a far dissolvere del tutto durante la sfilata lungo le vie cittadine, prima del rituale taglio del nastro.

Concordia per... Concordia

In un contesto tanto difficile” ha dichiarato Enrico Benetti, giovane presidente Avis di Concordia sulla Secchia, “lo sforzo per dotarsi di una sede provvisoria di raccolta è stato notevole. Non ci sono stati fatti sconti, e la struttura rispetta tutte le stringenti norme sanitarie per la raccolta del sangue. Siamo quindi orgogliosi di quanto abbiamo fatto, e tutto ciò lo dovevamo ai nostri donatori che, pur nella difficoltà, non hanno mai smesso di pensare a chi ha bisogno di loro. Se questo piccolo miracolo è stato possibile, una parte del merito va anche all’Avis Provinciale di Venezia, che ci è stata vicina con un generoso contributo, e a tante Avis sparse su tutto il territorio nazionale, tra cui quella di Concordia Sagittaria alla quale ci unisce un patto di gemellaggio siglato nel 2005”.

A sigillo di questa importante giornata, lo striscione “Concordia x Concordia” che è stato collocato nella nuova struttura di raccolta, a simboleggiare un legame che non si dissolve e che, come l’arcobaleno, colora il cielo plumbeo dopo ogni temporale.

5 Avis trevigiane pro Emilia. Consegnato un assegno a Poggio Renatico

Avis comunali insieme per aiutare l’Emilia. Dopo il successo riscontrato con il concerto dei “Gambler “ il 23 giugno, le Avis di Casale sul Sile, Casier, Mogliano Veneto, Preganziol e Villorba hanno dato un’ulteriore prova della loro capacità di fare squadra portando nel cuore dell’Emilia ferita dal terremoto, una testimonianza di solidarietà e sostegno nei confronti della popolazione. I fondi raccolti durante la manifestazione sono stati, infatti, destinati all’Avis di Poggio Renatico (Fe), la cui sede è stata resa inagibile dal sisma. Oltre a quanto ricavato in occasione del concerto, le cinque Avis trevigiane hanno deciso di destinarvi una quota aggiuntiva dei propri fondi. La cerimonia di consegna della donazione all’Avis emiliana si è svolta domenica 2 settembre, preceduta da un breve giro del centro cittadino e seguita da un semplice momento conviviale, che voleva essere anche un modo per dimostrare a volontà di ripartire della popolazione locale. All’evento ha partecipato anche l’Avis di Prata di Pordenone, gemellata con l’Avis comunale di Ferrara, per rinsaldare uno spirito di fraternità che unisce tre diverse regioni.

 

 

Concordia per Concordia. Cena di beneficenza a favore delle vittime del terremoto

La solidarietà chiama e Concordia risponde: sono stati quasi 900 i cittadini che, lunedì 11 giugno, hanno risposto all’appello della cena di beneficenza organizzata dall’Amministrazione Comunale, dalla Parrocchia e dalle Associazioni di Volontariato a favore delle popolazioni vittime del terremoto del 20 maggio che ha colpito in modo particolarmente grave l’Emilia.

La cena di beneficenza è stata solo il primo segnale, organizzato sull’onda della commozione per le notizie tragiche provenienti dalle zone colpite dal terremoto, ma non vuole rimanere un gesto isolato. Siamo infatti consapevoli che il nostro aiuto sarà necessario soprattutto quando si avvierà la macchina della ricostruzione. Tuttavia la risposta dei concordiesi è stata un messaggio forte di solidarietà, per certi versi anche superiore alle attese.

Una delegazione di Concordia Sagittaria a Concordia sulla Secchia il 7 giugno scorso

Tutti i fondi raccolti con questa e altre iniziative verranno destinati a soddisfare bisogni concreti manifestati direttamente dalle popolazioni colpite dal sisma. Su questo fronte Concordia Sagittaria è agevolata dal gemellaggio che la lega a livello amministrativo, parrocchiale e associativo con Concordia sulla Secchia.

In particolare le due Avis sono legate da un patto di gemellaggio fin dal 2005 e da allora non sono mancate le occasioni di condivisione di momenti felici e di impegni associativi: se ci sono strutture che neppure un terremoto può distruggere, questi sono i ponti di solidarietà che si costruiscono con il gemellaggio.

Con la cena di beneficenza sono stati raccolti 7.755 euro e il primo aiuto offerto alla comunità di Concordia sulla Secchia è stato la fornitura di due pc portatili per consentire al sindaco Carlo Marchini di operare dalla struttura provvisoria realizzata per sopperire all’inagibilità del palazzo comunale.

“Ce la faremo” recita lo striscione esposto in questa struttura di servizio … e ci piace pensare che in questo “Noi” siano comprese anche l’Avis e la popolazione di Concordia Sagittaria che non lascerà soli i tanti amici emiliani.

Dario Piccolo

Quegli uomini in rosso, angeli dell’emergenza

Nel campo dei Vigili del Fuoco

Il terremoto è una guerra contro un nemico invisibile. E il presidio dei vigili del fuoco è come un fortino in mezzo al disastro. Il “Comando Operativo Modena San Prospero” è uno dei due comandi che coordinano il lavoro determinante, essenziale, dei vigili del fuoco sui luoghi del sisma. Un fortino quasi inespugnabile visto che noi veniamo respinti, senza perdite, al primo assalto. Poi, individuato l’accesso, senza formalità, possiamo farci un’idea del grande lavoro che stanno svolgendo i pompieri in questa zona.

“Siamo trecento unità provenienti da tutta Italia – ci spiega l’ing. Giuseppe Merendino il vice comandante del C.o.a. (Comando operativo avanzato) dentro la sua baracca-ufficio, dove ci dedica qualche minuto del suo preziosissimo tempo – e ci occupiamo della nostra zona di competenza. Operiamo dalle 6 alle 22 con diversi turni, solo ed esclusivamente in attività legate al sisma. Gli uomini che arrivano dai comandi e distaccamenti da tutta Italia, rimangono in media otto giorni. Poi ci sono le eccezioni, come il sottoscritto che non vede la famiglia a Ragusa da quindici giorni. Comunque, nel dettaglio operiamo nell’assistenza e soccorso alla popolazione, recupero beni storici e artistici, messa in sicurezza degli edifici, controllo edifici pubblici e civili, viabilità”.

Tra questi interventi, che sono stati moltissimi, quali i più delicati? “Sicuramente quelli relativi alle demolizioni e al recupero dei beni artistici, quadri, statue, opere d’arte. Per non parlare, poi, di quelli alle persone che hanno riguardato la prima parte degli interventi, la prima emergenza. Ricordo il recupero di un anziano, rimasto seppellito  dal crollo del suo condominio a Cavezzo”. Durante la conversazione veniamo interrotti tre volte da telefonate varie di richieste di interventi o informazioni: “Particolarmente delicato è stato l’intervento al Palazzo vescovile di Carpi oppure il recupero di masserizie nell’azienda Cavicchioli, dove abbiamo speso tante energie fisiche e anche nervose”.

E la guerra contro il nemico invisibile quale il sisma, si combatte con gente come i vigili del fuoco, armati di passione, competenza, coraggio e responsabilità.

Gabriele Zanchin

Davanti alla tendopoli operativa dei VV.FF.

E l’Abruzzo abbracciò l’Emilia

Il "Campo Abruzzo" a Cavezzo

Trecento persone nelle tende all’interno del campo, altre 200 in tende-igloo a ridosso del Palazzetto dello sport, centinaia in piccole “tendopoli” allestite qua e là nel paese, nei giardini e lungo le strade. A Cavezzo entrare in casa è ancora un miraggio. Al campo gestito dalla Protezione civile dell’Abruzzo arriviamo a mezzogiorno, mentre una lunga e ordinata fila ci dice che si sta distribuendo il pasto. Accanto, in una grande tensostruttura, molti bambini stanno giocando. Ce ne sono 40 nelle tende, ma altri 60 arrivano dai paesi vicini. All’ingresso del campo, tre tende ospitano la distribuzione di generi di prima necessità, dal sapone alle scarpe, agli indumenti.

Giampiero Antonetti, responsabile del campo, ci accoglie nell’ufficio-mobile che ripara solo un po’ dall’afa e dal sole. Quasi intuendo il nostro collegamento mentale tra questo in Emilia e il loro sisma di tre anni fa, ci dice subito che l’esperienza del terremoto non è facile da vivere, ma che alla tendopoli la situazione è tranquilla. “Sarà che qui non c’è quasi bisogno di psicologi perché lo siamo già noi, che ci siamo passati e capiamo quello che stanno provando queste persone – ci dice – che lo sentono e ci ringraziano per il sorriso, la parola che sappiamo dare. I due terremoti sono stati per alcuni aspetti diversi: da noi più “concentrato” logisticamente, qui più ampio, a L’Aquila ha dato un duro colpo alla storia, qui più all’economia, ma sono identici la paura, il senso di smarrimento e di insicurezza in chi lo vive ed è fondamentale avere un giusto approccio psicologico con gli sfollati”. Che vivono un dramma che non ha confini.

Il Centro operativo mobile

I volontari abruzzesi impegnati in ogni tipo di attività sono 100 e 40 i mezzi. Tra loro anche donatori di sangue abruzzesi, come Raffaele Vivio. Fuori dal campo incontriamo un gruppo di giovani tecnici provenienti da L’Aquila. Sono ingegneri e geologi che nei Comuni colpiti eseguono rilievi in abitazioni e catalogazioni. Abruzzo ed Emilia due facce della stessa medaglia? “Ci sembra una faccia sola – spiegano – noi abbiamo ricevuto e riceviamo tanta solidarietà da tutta Italia e così, ora che c’è bisogno, cerchiamo di dare a nostra volta un contributo anche se, a dire il vero, abbiamo ancora anche noi tanto bisogno di una mano”. Anche per L’Aquila, infatti, i tempi del ritorno alla normalità sono ancora lontani nonostante le tante promesse di tre anni fa.

Michela Rossato

Un giorno nella ‘bassa’ che trema, ma resiste

di MIchela Rossato

Fra Concordia e Mirandola

“Avevo l’impressione di essere su una barca, con il mare agitato, e di non riuscire a scendere. Una sensazione strana, di impotenza, che mai avrei immaginato di dover provare ancora altre dieci, venti volte, e chissà per quanto tempo ancora”. È un fiume in piena il giovanotto che incontriamo, scendendo dall’auto,  davanti alla sede dell’Avis provinciale di Modena. Sono le dieci del mattino dell’11 giugno ed è iniziato da qui il nostro, seppur parziale, “viaggio” nella terra emiliana colpita dal sisma. Una lunga sequenza di scosse, che dal 20 maggio non dà tregua a migliaia di abitanti. “Si vive con una paura tremenda addosso, che si fa molto pesante soprattutto di notte – continua il ragazzo – io dormo in tenda dalla prima scossa, come tante altre persone e non credo di riuscire a tornare a casa finché la terra non deciderà di stare ferma”.

Ci viene incontro il responsabile della Protezione civile dell’Avis regionale Emilia Romagna, Gianni Benincasa, che ci farà da guida tra campi e volontari.Non prima di aver incontrato il presidente dell’Avis provinciale modenese, Maurizio Ferrari, che sta coordinando da settimane una situazione difficile, ma sotto controllo. Mappa alla

Volontari Avis al lavoro

mano, è desolante il quadro che ci presenta: nella zona colpita dal terremoto, 12 sedi sulle 14 totali che svolgono servizio di raccolta del sangue, sono dichiarate inagibili. Funzionano solo quelle di Soliera e San Possidonio. Per le altre sono previsti tempi di “riapertura” compresi tra i 12 e 18 mesi, e quindi si stanno trovando soluzioni alternative, come il temporaneo trasferimento dell’attività in autoemoteche, in arrivo da Torino e Bari, oltre che da altre zone d’Italia. Stessa sorte, per motivi di sicurezza, per la donazione delle piastrine, trasferita dal Policlinico di Modena al Centro di raccolta dell’Avis provinciale, che visitiamo e dove i donatori come sempre non mancano. Benincasa ci spiega che gli sfollati sono 16mila, che sono arrivati e stanno arrivando volontari da tutta Italia, instancabili.

Subito dopo ci mettiamo in auto alla volta del Centro provinciale della Protezione civile, alle porte di Modena. Il Centro è perfettamente organizzato, sia per il coordinamento degli aiuti, sia della raccolta del materiale da smistare nei vari Comuni. Un camion di bottiglie d’acqua è appena arrivato da Ragusa, grazie alla generosità di una ditta privata e dell’Avis, due tensostrutture sono arrivate da Avis della provincia di Cremona, altro materiale da Avis di Abruzzo e Basilicata. Bastano pochi minuti per rendersi conto della grande forza dell’Italia (anche avisina), da nord a sud, nello stringersi attorno a chi ha bisogno. E i volontari avisini li troviamo anche nelle cucine, intenti a preparare il pranzo per tutti i volontari.

La seconda tappa del nostro viaggio è il Campo dei Vigili del Fuoco che a centinaia, dal giorno della prima scossa, si danno il turno per mettere in sicurezza gli edifici e aiutare la popolazione. Loro il compito di delimitare in ogni paese la cosiddetta “zona rossa”, la più pericolosa. Alle 12 raggiungiamo la tendopoli di Cavezzo e quando leggiamo il nome, ci viene un tuffo al cuore: “Campo Protezione civile Abruzzo”. È proprio a ridosso del Palasport e della sede Avis, inagibili. Impossibile non tornare con il pensiero all’altro terribile sisma, a L’Aquila e dintorni. Dopo la visita al campo e al paese di Cavezzo, particolarmente “ferito”, raggiungiamo San Possidonio dove a colpirci è la chiesa, che non potrà più ospitare alcuna messa. Ci dicono che su 43 chiese totali della diocesi di Carpi, ben 40 sono danneggiate seriamente.

Ci rimettiamo in macchina. Per tutto il pomeriggio, in campagna e lungo le vie dei paesi che attraversiamo, ci sono tende e roulotte ovunque, nei giardini, nei parchi e nei campi sportivi. Da San Prospero a Mirandola (con un campo tende di 475 persone di dieci etnie diverse, gestito dalla Protezione civile del Friuli V.G.) a San Felice sul Panaro, (con campi gestiti da Veneto e Trentino), a Concordia sulla Secchia (dove troviamo i campi della Protezione civile di Lazio e Toscana), è un ripetersi di immagini, danni e silenzio, tanto silenzio. Una sensazione surreale che ci ha accompagnato per tutto il tempo, senza mai lasciarci. La terra, intanto, continua a tremare. Non trema, per fortuna, quando il direttore si infila con una scusa in zona rossa a Concordia e gira l’angolo, nikon al collo, per documentare la realtà. Torna dopo pochi, lunghi minuti, abbondantemente sgridato dalla vigilanza. Con sé ha, tra le altre, la foto di copertina del numero di giugno. È la torre della caserma dei Carabinieri in “Via della Resistenza”. Negli occhi e nelle orecchie porta la desolazione dell’assordante silenzio del deserto in zona rossa. Sulla via del ritorno, dopo aver salutato e lasciato Benincasa ai suoi tanti impegni di questi giorni d’emergenza, passiamo per il basso Mantovano e il Polesine, “vicini di casa” dell’Emilia ferita e feriti a loro volta, anche se per fortuna in modo decisamente più lieve.

Continua

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