In Veneto tremila donatori tra i nuovi cittadini: Avis, Comunità islamica e Caritas insieme per il dono

“Non esistono stranieri, solo sconosciuti…” (Freya Stark, poetessa, cittadina britannica e italiana, nata a Parigi nel 1893, morta ad Asolo nel 1993)

Il Veneto, ma in genere tutta l’Italia, “invecchia” sempre più. E sempre più donatori, raggiunta la soglia limite stabilita dalla legge, lasciano per raggiunti limiti di età l’attività donazione. I giovani sono sempre meno, il ricambio allo stato attuale langue, mentre i bisogni sono destinati a crescere nei prossimi anni. Ma… il 13% degli alunni/studenti nelle nostre scuole sono rappresentati da “nuovi italiani”. Da qui, e dai dati mondiali su Pil pro capite, tasso di natalità, speranza di vita alla nascita ed età media in vari Paese dal “primo” al “quarto” mondo, siamo partiti per una piccola inchiesta sul numero a stampa in distribuzione a settembre-ottobre. È necessaria una “trasfusione di sangue nuovo” e una nuova fase di accoglienza ed inclusione per chi entra pacificamente in Italia e nel nostro Veneto in cerca di un presente e un futuro meno tragico, rispetto ai Paesi di provenienza. Il numero di Dono&Vita è stato presentato venerdì 5 ottobre a Mestre, in una conferenza stampa, mentre il pdf completo potete trovarlo qui: settembre2018pdf

Il direttore

Il Veneto è la terza regione d’Italia (dopo Lombardia ed Emilia Romagna) per numero di studenti di origine straniera. In numeri assoluti (Fonte Miur) erano 91.641 nel 2017, con un’incidenza percentuale complessiva del 13%. Un bambino su 6 (15,5%) è di origine straniera nella scuola dell’infanzia e primaria, un dato che scende al 13% nella secondaria di 1° grado e al 9% nella secondaria di 2° grado. Di questi oltre il 27% sono di origine africana.

In Veneto i “nuovi cittadini” rappresentano il 10% della popolazione, circa 485mila e l’11% complessivo dei contribuenti Irpef.

Fra i residenti in Veneto i cittadini di origine straniera con meno di 55 anni sono l’89%, mentre la percentuale per gli autoctoni precipita al 64% (fonte Istat). Ancora più significativi i dati che riguardano gli ultra 65enni: vanno dal 22,3% dei “veneti”, a solo il 3,3% dei nuovi cittadini. Che tradotto significa che i nuovi cittadini sono per la maggior parte giovani.

Analizzando questi e altri dati, il periodico di Avis regionale Veneto, “Dono&Vita”, nel numero attualmente in distribuzione, ha voluto aprire una finestra sul tema immigrati e donazione.

Proprio i nuovi cittadini, infatti, se ben informati e coinvolti, contribuiranno in modo significativo alla donazione di sangue e plasma in Veneto e in Italia, dove la natalità cala costantemente e l’età media continua a salire. “Sappiamo che il tema è scottante, ma è evidente che saranno i nuovi cittadini a invertire la tendenza anche in Avis – spiega il presidente di Avis regionale, Giorgio Brunello.

Dai dati di alcune Avis comunali campione, emerge che in Veneto i donatori di origine straniera iscritti dall’associazione sono intorno al 2 per cento del totale. Con tutti e cinque i Continenti rappresentati. I Paesi dell’Est sono tra i più presenti ovunque, in particolare Romania, Ucraina e Moldavia, con una forte presenza femminile. Seguono l’Albania, il Marocco e il Senegal. Sul fronte asiatico, i donatori iscritti all’Avis provengono soprattutto da India, Bangladesh e Sri Lanka. Altri arrivano in percentuali minori da ogni parte del mondo (alcune Avis hanno anche una quarantina di diversi Paesi di provenienza), mentre pochissimi sono i cinesi, al massimo 1 o 2 per Avis, quando presenti. Sono per lo più giovani, sotto i 40 anni e più della metà dona da oltre dieci anni, con traguardi anche significativi per numero di donazioni. Le donne hanno ormai raggiunto gli uomini, con un rapporto di 44 a 56 per cento.

“Un 2 per cento è un bel numero da cui partire. Corrisponde a quasi 3mila persone. Per far aumentare questo numero Avis regionale vuol mettere in campo azioni e progetti destinati a tutti gli immigrati regolari in Veneto, perché possano dare il proprio contributo come cittadini. Le diverse comunità di nuovi cittadini sono alla ricerca di occasioni di impegno solidale e gli ammalati hanno bisogno anche del loro sangue che ha lo stesso colore per tutti, anche se la pelle ne ha di diversi” – continua Brunello – l’integrazione passa anche attraverso il dono al prossimo”.

Per Don Marino Callegari, già delegato Caritas del Triveneto “Sono il volontariato e l’attività nella scuola le strade maestre per una vera inclusione dei nuovi cittadini, come già molte esperienze positive in Veneto stanno dimostrando”.  

D’altra parte, anche il credo islamico considera il dono una cosa buona. Tanji Bouchaib, marocchino, coordinatore della Federazione islamica del Veneto (circa 200 Comunità locali), che conta già dei donatori di sangue, spiega infatti che “Il Corano dice che “se salvi una vita, salvi il mondo, quindi anche il dono di sangue e organi è caldeggiato. In molti nostri Centri culturali vi è già materiale Avis, ma bisogna approfondire l’informazione corretta sulla donazione fra le nostre comunità”.  

Da qui l’idea lanciata oggi insieme da Avis Regionale e Federazione islamica: organizzare insieme un evento-incontro con tutti i responsabili dei 200 Centri culturali islamici in Veneto e dei rispettivi dirigenti Avis locali per condividere e conoscerci meglio reciprocamente. Per spiegare la donazione del sangue, l’iter sanitario da seguire e l’organizzazione dell’associazione.

 

Le buone azioni fanno notizia: torna il Proemio Samaritano

Le buone azioni non fanno rumore. Il Proemio Nazionale Samaritano istituito dall’Avis nasce per sfatare questo mito.

Con cadenza biennale, dal 1996, si svolge nella Riviera del Brenta (Ve) l’evento che rende omaggio a coloro che hanno compiuto e/o compiono gesti di solidarietà in silenzio, senza clamori. L’intento è quello di evidenziare la valenza dello spirito di donazione, del donarsi a chi ha bisogno in tutti i suoi aspetti.

Non è un premio fisico, ma un riconoscimento morale, da cui il nome proemio. Nel 2016 vinse Mauro Lunelli, clown umanitario. L’invito di Avis è di segnalare persone che rispecchino questo profilo.

Ci sarà anche una sezione esclusiva dedicata alle scolaresche o ai singoli studenti che collaborano con gesti di amicizia all’integrazione di quanti arrivano da Paesi colpiti dalla guerra.

Nelle segnalazioni si dovranno specificare le generalità dei partecipanti e le motivazioni dell’indicazione. Le segnalazioni saranno giudicate da due commissioni. Una nominata da Avis Nazionale si riunirà il 27 ottobre e sceglierà i cinque finalisti. L’altra, composta da trenta studenti delle scuole superiori di Dolo, si riunirà il 17 novembre e sceglierà il Samaritano 2018 tra i cinque finalisti.

La cerimonia finale si svolgerà a Dolo, luogo di origine del concorso, il 3 dicembre 2018 al Teatro Cinema “Italia”.

Le segnalazioni di “persone buone” vanno inviate per posta a Proemio Nazionale Samaritano, c/o Avis Riviera del Brenta, via Brusaura 30, 30031 Dolo (Ve), oppure via fax al numero 041 5100754 o via email a rivieradelbrenta.comunale@avis.it. Va indicato anche chi segnala e, se possibile, messa a conoscenza per l’autenticazione l’Avis comunale del territorio locale.

 

 

 

C’erano una volta a Notre Dame un acrobata e una ballerina… Si sposano il 29 settembre a Modena e “donano” le loro non-bomboniere alla ricerca TES

Galeotto fu il tour di “Notre Dame de Paris”. Prova dopo prova, data dopo data, li ha portati dritti… all’altare! Un amore sbocciato nel 2016 tra le “mura” della Cattedrale, al più grande successo di sempre nella storia del musical italiano, tra ore di fatica e allenamenti, tra luci e fantastiche atmosfere, le voci di Lola Ponce e Giò di Tonno e le musiche del grande Riccardo Cocciante. Sembra scritta per un film, ma è tutta felicemente vera la storia di Beatrice Zancanaro e Alberto Poli. Beatrice ha 29 anni, è di Venezia ed è ballerina professionista. Alberto ne ha 28, è di Modena e fa l’acrobata. Si sposeranno il 29 settembre, nel modenese con l’intenzione di “abitare” a Jesolo (Ve), nelle pause di un lavoro che li porta in giro per il mondo. La proposta di matrimonio è arrivata in Turchia, “con un anello nascosto in un ovetto di cioccolato” sottolinea Beatrice, il corso pre matrimoniale l’hanno fatto a Los Angeles, il video di partecipazione a parenti e amici è stato girato in Arizona e inviato dal Messico. Assieme, ora, stanno dando vita all’AcroModernLab, progetto di laboratori di danza acrobatica per bambini e ragazzi da portare in giro per l’Italia e all’estero. Due giovani belli, molto innamorati e in formissima che, oltre ad avere in comune la grande passione per il movimento, lo spettacolo e le acrobazie, condividono il valore dell’altruismo, donando il sangue. Ci raggiungono in redazione, una calda mattina di agosto, per dirci che al loro matrimonio Avis ci sarà. Con Tes. Il loro racconto è tutto un guardarsi, sorridenti. “Per un giorno così felice abbiamo deciso di preferire alla classica bomboniera un contributo economico alla ricerca – spiega Beatrice – e dopo aver contattato varie Avis, la risposta entusiasta della regionale Veneto ci ha convinti a devolverlo a Tes, la fondazione, partner di Avis, che studia le malattie del sangue anche grazie a giovani ricercatrici. Questa cosa ci riempie di gioia”.  Mentre lo dice, Beatrice si emoziona. La sua mamma non c’è più e non potrà starle accanto, ma aiutare la ricerca potrà dare una speranza in più a tanti altri malati. Un gesto che verrà spiegato agli invitati con un biglietto, unito ad un piccolo gadget avisino. Sventolerà anche la bandiera dell’Avis, prontamente donata ai due piccioncini da redazione e segreteria regionale, a dire a tutti che “amore porta amore”. Auguroni…

Michela Rossato

 

Beatrice e Alberto, una grande passione!

Beatrice è stata nella Nazionale di ginnastica ritmica dal 2000 al 2008 per poi passare alla danza. Ad uno stage internazionale a Treviso ha ricevuto diverse borse di studio ed ha iniziato a sperimentare tanti stili di danza diversi. Ha partecipato ad “Amici” nel 2008. Da professionista ha ballato, tra gli altri, per Anastacia, Liza Minelli, Renato Zero e in diversi musical. È una ballerina del Cirque du Soleil, con cui ha anche fatto un tour di un anno in una nave da crociera. È stata nel cast del Notre Dame de Paris per un anno, dal 2016 a metà del 2017. È laureata in Arti e Scienze dello spettacolo.

 

 

 

Alberto a 12 anni si innamora di salti e acrobazie vedendo Notre Dame in televisione. Impara a farli seguendo i video su you tube. A 16 anni frequenta una scuola di ginnastica acrobatica. Nel 2007 fonda con alcuni amici il Team Vertical Limite, un gruppo di ballerini e acrobati con cui partecipa a spettacoli sempre più importanti. Un infortunio sembra arrestare la sua passione che, invece, riprende con determinazione. Decide di fare l’acrobata a tempo pieno. Partecipa ad alcuni provini ed entra al Notre Dame de Paris, dov’è anche swing, cioè l’acrobata che conosce anche la parte di tutti gli altri.

 

 

E la Ricerca ringrazia con i… risultati

Importante riconoscimento al lavoro di Tes! Il 29 giugno scorso la rivista scientifica internazionale, il Journal of Tissue Engineering and Regenerative Medicine, ha pubblicato un articolo che descrive i risultati del progetto di ricerca realizzato dai ricercatori di Tes e dell’Università di Padova, in collaborazione con i medici del Centro trasfusionale dell’ospedale di Belluno. Questo lavoro definisce le caratteristiche terapeutiche di un innovativo emocomponente, chiamato membrana leuco-fibrino-piastrinica, che viene prodotto dai medici trasfusionisti bellunesi per la terapia rigenerativa della cartilagine articolare. La membrana è un prodotto autologo, realizzato a partire dal sangue dei pazienti, che viene concentrato tramite aferesi nelle sue componenti principali: piastrine, globuli bianchi, fibrina e cellule staminali circolanti. Come abbiamo avuto modo di spiegare già nei numeri precedenti, la ricerca di Tes ha permesso di stabilire che i benefici terapeutici della membrana leuco-fibrino-piastrinica derivano proprio dall’elevato contenuto di tali elementi. Nel dettaglio le piastrine producono delle proteine chiamate fattori di crescita, che svolgono un ruolo fondamentale nella rigenerazione dei tessuti e nella formazione di nuovi vasi che porteranno il sangue al tessuto rigenerato; i globuli bianchi producono delle proteine dette citochine, che regolano lo stato di infiammazione del tessuto danneggiato. La fibrina conferisce alla membrana una struttura resistente, ma elastica ed estremamente manipolabile, che rende questo emocomponente facilmente suturabile sul sito del danno da riparare. Inoltre, la rete di fibrina che costituisce la struttura della membrana permette un rilascio controllato nel tempo delle proteine e delle cellule in essa intrappolate, garantendo un effetto terapeutico prolungato. Alla fine, la membrana va incontro ad un processo di biodegradazione allo scopo di lasciare spazio al nuovo tessuto rigenerato. Infine, è stato dimostrato che nella membrana leuco-fibrino-piastrinica anche le cellule staminali circolanti risultano estremamente concentrate rispetto alle condizioni fisiologiche. Questo facilita enormemente la procedura di estrazione di cellule staminali dal sangue, che acquisisce un ulteriore valore terapeutico come fonte di cellule ad alto potere rigenerativo. Proprio grazie alla consolidata partnership tra Avis, Abvs e la Fondazione Tes, che si occupa di ricerca nel campo della medicina rigenerativa, si è raggiunto questo importante traguardo scientifico. Il lavoro di ricerca contribuisce all’ampliamento delle conoscenze scientifiche sulle potenzialità terapeutiche del sangue, un tessuto dalle risorse inesauribili, che ancora deve essere scoperto in tutto il suo enorme potenziale.

dott.ssa Silvia Barbon, ricercatrice TES

L’Avis al girone finale dei Campionati mondiali di pallavolo di Torino, grazie a Regionale Piemonte e FIPAV

La Nazionale italiana di Pallavolo sta facendo sognare milioni di italiani, in quest’ultimo periodo incollati letteralmente al video per seguire la marcia, finora trionfale, degli azzurri. Qualificatasi, alla grande, al girone finale a 6 di Torino (che si svolgerà dal 26 al 30 settembre quando è prevista la finalissima), la nazionale di volley avrà anche il sostegno di tutta l’Avis nazionale grazie alla Regionale Piemonte che proprio nei giorni scorsi Avis regionale Piemonte ha presentato la collaborazione con l’organizzazione dei Campionati mondiali di pallavolo. Per l’occasione, insieme alla FIPAV Piemonte è stata realizzata una bella maglietta con scritto: “Non fare muro, dona sangue e passaparola”. Ecco come il presidente di Avis Piemonte, Giorgio Groppo, ha presentato l’iniziativa sul sito di Avis nazionale.

A Torino i donatori di sangue per tifare a favore dello sport pulito

Quest’anno l’Avis Regionale Piemonte, forte dei suoi 100.000 donatori attivi che ne fanno la più grande associazione della nostra Regione, ha ritenuto di partecipare ai Campionati Mondiali di Pallavolo che si terranno a Torino dal 26 al 30 settembre p.v. La scelta è dettata dal fatto che l’Avis ama la vita, cura la salute dei suoi donatori e la Sicurezza del ricevente e per questo vuole cogliere l’occasione di questo abbinamento con una prestigiosa manifestazione a livello mondiale di uno sport pulito, frequentato da giovani e famiglie, proprio per questo può avere una grande valenza promozionale. 

Dobbiamo garantire l’autosufficienza di sangue dei nostri ospedali e per fare questo, c’è bisogno dell’aiuto di tutti e lo sport è un veicolo importante, mentre tanti donatori di sangue fanno già sport con passione e amicizia. Il torneo iridato si sviluppa in quattro fasi, la prima e seconda in Italia e Bulgaria (due gironi per Nazione) , la terza e la quarta, quella conclusiva, a Torino dal 26 al 30 Settembre 2018. Nella fase conclusiva di Torino ci sarà anche Avis Piemonte a propagandare il dono del sangue, soprattutto verso le giovani generazioni, con uno stand all’esterno ed un’autoemoteca da visionare e uno all’interno del Palazzetto, dove saranno distribuite le maglie Avis, grazie all’interessamento di Ezio Carazzato ed i suoi rapporti con il Presidente Regionale Fipav, Ezio Ferro. Così la pensiamo noi, e allora nei giorni dei Campionati Mondiali tiferemo per tutte le squadre, nella speranza ci facciano gioire, e I’Italia ci faccia sognare. Noi speriamo che vinca l’Italia, ma sicuramente vinceranno lo sport pulito e l’Avis !

Giorgio Groppo, Presidente Regionale Avis Piemonte

West Nile Virus, facciamo chiarezza. Lo 0,05% della popolazione interessata dal virus (solo 29 donatori su più di 58mila)

Mai come questa estate ormai agli sgoccioli, si è registrata una vera invasione di zanzare Culex Pipiens (le nostre zanzare autoctone, differenti dalle “tigri”) potenziali portatrici del virus del Nilo occidentale (West Nile Virus).

La situazione al 13 settembre (fonte CNS)

Secondo i dati aggiornati al 13 settembre del Centro nazionale sangue (CNS), l’allarme cautelativo ha interessato 34 province del nord Italia (Veneto, Friuli, Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte, Liguria) e tutta la Sardegna e la provincia di Latina.

In pratica tutte le regioni della Pianura Padana escluse le province di montagna. L’allarme WNV ha coinvolto anche alcuni Paesi europei ed extra europei come Grecia, Serbia, Austria, Romania, Ungheria, Francia, Kosovo, Croazia.

Il CNS ha attivato fin da inizio giugno un’azione di sorveglianza e prevenzione della trasmissione del virus nelle zone interessate da segnalazioni, indicando ai Centri trasfusionali di munirsi del test Nat che riconosce il virus nel sangue del donatore. Il test si effettua in simultanea con la donazione, evitando quindi la trasmissione in caso di positività. Se il virus viene isolato in un raggio di cinque chilometri dal confine con un’altra provincia, l’allerta viene diramata a tutte le province della zona. Chi abbia soggiornato in tali zone a rischio può donare in qualsiasi provincia, purché la struttura trasfusionale sia dotata di kit per effettuare il test NAT. In caso contrario, è necessario aspettare 28 giorni per poter donare.

Giancarlo Maria Liumbruno (direttore del CNS) ha dichiarato come: “Il piano di sorveglianza funziona e il sistema regge, come ha retto nel 2017 per il virus Chikungunya che colpì la regione Lazio. Il dilagare del West Nile, se sottovalutato, può aggravare le carenze di sangue in estate, quando ondate di caldo e vacanze spingono i donatori abituali a rallentare le donazioni. Qui le Regioni possono intervenire, adottando il test Nat anche nelle province non colpite dal virus per evitare di ricorrere alla sospensione sistematica dei donatori”. La raccomandazione, a quanto pare, ha funzionato. In Veneto, nonostante il WNV non si sono registrati particolari problemi, visto che già da metà giugno è scattata la NAT, via via, su tutte le donazioni.

Per quanto riguarda il Veneto, la prima segnalazione di zanzare con WNV nel 2018 è stata il provincia di Verona il 14 giugno, 58.191 sono state le sacche controllate in Veneto dal 14 giugno al 31 agosto (Fonte: Crat). Il numero dei donatori “positivi” al WNV, pur asintomatici, è stato di 29. Solo lo 0,05%, uno su 2000. Le sacche sono state ovviamente eliminate e i donatori saranno tenuti in osservazione anche per i prossimi mesi. Ma il puntualissimo screening messo in atto dal Coordinamento regionale attività trasfusionale del Veneto è anche la cartina di tornasole della reale incidenza del fenomeno nella nostra Regione.

La Regione, invece, sempre il 31 agosto annunciava il suo “Piano Straordinario di disinfestazione dalle zanzare legato al diffondersi del West Nile Virus”, costo 500mila euro. E così, con i primi “freschi” settembrini, sono partite per prime le province di Verona, Padova, Rovigo, poi tutte le altre.

CURIOSITA’ – Il West Nile Virus prende il nome dal luogo (Uganda) dove fu scoperto per la prima volta nel 1937. Nei Paesi occidentali fu invece scoperto nel 1999 negli Stati Uniti, da qui si è poi diffuso anche all’Europa, molto probabilmente tramite i viaggi aerei. Va totalmente sfatata, quindi, una delle fake news che circolano sui social. Il West Nile Virus non è stato “importato in Italia con i barconi dei migranti”, le zanzare viaggiano decisamente più comode sugli aerei.

In Italia il primo caso di West Nile Virus isolato nelle zanzare e nei cavalli è nel 2013. Immediatamente scattò il piano di prevenzione del Centro nazionale sangue e delle Regioni per evitare ogni tipo di trasmissione tramite donazioni di sangue. A oggi, infatti, non vi sono segnalazioni di trasmissione tramite trasfusione.

Ma vediamo di saperne un po’ di più con una nota del dottor Giovanni Lenzo, direttore sanitario Avis regionale Veneto

Un pericolo solo se già debilitati, come si trasmette il West Nile Virus

Vediamo come si trasmette e quali sono le conseguenze del West Nile Virus. I serbatoi del virus sono gli uccelli selvatici e le zanzare (più frequentemente del tipo Culex pipien, in foto), le cui punture sono il principale mezzo di trasmissione all’uomo. Il ciclo biologico dell’insetto è di 15-20 giorni e ha una attività crepuscolare/notturna, punge sia all’aperto che all’interno dove di giorno riposa e digerisce il pasto di sangue. Altri mezzi di infezione documentati, anche se molto più rari, sono trapianti di organi, trasfusioni di sangue e la trasmissione madre-feto in gravidanza. La febbre West Nile non si trasmette da persona a persona tramite il contatto con le persone infette. Il virus infetta anche altri mammiferi, soprattutto equini, ma in alcuni casi anche cani, gatti, conigli e altri. Il periodo di incubazione dal momento della puntura della zanzara infetta varia fra 2 e 14 giorni, ma può essere anche di 21 giorni nei soggetti con deficit a carico del sistema immunitario.

La maggior parte delle persone infette non mostra praticamente sintomi.  Fra i casi sintomatici, circa il 20% presenta sintomi leggeri: febbre, mal di testa, nausea, vomito, linfonodi ingrossati, sfoghi cutanei. Questi sintomi possono durare pochi giorni, in rari casi qualche settimana, e possono variare molto a seconda dell’età della persona.

Nei bambini è più frequente una febbre leggera, nei giovani la sintomatologia è caratterizzata da febbre mediamente alta, arrossamento degli occhi, mal di testa e dolori muscolari. Negli anziani e nelle persone debilitate, invece, la sintomatologia può essere più grave.

I sintomi più gravi si presentano in media in meno dell’1% delle persone infette e sono caratterizzati da febbre alta, forti mal di testa, debolezza muscolare, tremori, disturbi alla vista, torpore, convulsioni, fino alla paralisi e al coma.

Alcuni effetti neurologici possono essere permanenti. Nei casi più gravi (circa 1 su mille) il virus può causare un’encefalite letale. In Veneto le vittime accertate sono state sino a fine agosto sei, tre in provincia di Padova, due in provincia di Treviso e uno in provincia di Rovigo.

Il sistema di prevenzione principale per la popolazine è la disinfestazione e l’utilizzo di repellenti.

Dott. Giovanni Lenzo

Scomparso il dott. Giorgio Marchiori, già responsabile del Dimt di Venezia. Il saluto di Avis regionale Veneto

Si svolgerà oggi, venerdì 14 settembre alle ore 15.00, presso la Barchessa di Villa Venier in via Capitello Albrizzi a Mira (Ve), la commemorazione funebre del dott. Giorgio Marchiori. Scomparso nei giorni scorsi, aveva 68 anni.

Specializzato in ematologia clinica e di laboratorio, dopo aver lavorato a San Donà di Piave e Venezia, è stato primario del servizio di Immunoematologia e Trasfusionale dell’Asl 12 e direttore del Dipartimento interaziendale di medicina trasfusionale veneziano.

Grande amico dell’Avis, ha visto l’evoluzione della donazione di sangue nell’arco di tre decenni. “Le regole diventano più rigide, la donazione più programmata, ma alla base di chi dona c’è sempre la solidarietà, il fare del bene al prossimo – amava ripetere, guardando sempre avanti, anche agli immigrati come nuova risorsa per aumentare il numero dei donatori, in calo per denatalità. Perché “Il sangue si può solo donare, non si produce in fabbrica”, diceva poco prima di andare in pensione, nel 2015.

“Lo ricordo con affetto e stima, è stato il direttore del nostro Dimt di riferimento quando ero presidente di Avis provinciale di Venezia – dice Giorgio Brunello, presidente dell’Avis regionale Veneto – con lui abbiamo attraversato difficoltà, ma anche importanti risultati. Se oggi la donazione e l’utilizzo del sangue sono più sicuri e la raccolta più efficace, lo dobbiamo anche al suo impegno. I donatori veneziani e veneti lo ringraziano e sono vicini ai suoi cari”.

Donazione di midollo osseo e cellule staminali emopoietiche: al via informazioni e tipizzazioni nelle piazze del Veneto

Torna puntuale, anche quest’anno, “Match it now” l’evento nazionale dedicato alla donazione del midollo osseo e delle cellule staminali emopoietiche. Dal 15 al 23 settembre (ma in veneto anche fino a metà ottobre), medici, volontari, medici e personale sanitario saranno nelle piazze a fornire informazioni ai cittadini. Nelle postazioni allestite in piazza sarà possibile, inoltre, accedere al primo screening necessario per iscriversi al Registro Italiano Donatori di Midollo Osseo (IBMDR) che consiste in una breve visita medica e in un semplice prelievo di sangue. Si possono iscrivere al Registro i giovani di età compresa tra i 18 e i 35 anni. Promosso dal Centro nazionale Trapianti, Centro nazionale sangue, Registro italiano donatori di midollo osseo (IBMDR), dalla Federazione Admo e dalla Federazione Adoces, la settimana è patrocinata dal Ministero della Salute e dal Comitato Olimpico nazionale Italiano-Coni.

In Veneto le città coinvolte saranno parecchie e ad oggi l’elenco è questo: il 15 settembre Vicenza in piazza dei Signori (dalle ore 15 alle 20), il 15 e 16 Conegliano (Tv) presso l’Expo, il 22 settembre Treviso in piazza Monti di Pietà, Venezia, Mestre in piazzetta Coin, Arzignano (Vi) in piazza Marconi (ore 15-20), Bassano del Grappa (Vi) in piazza Libertà (15-20), domenica 23 settembre Oderzo (Tv) in piazza Grande e Mareno di Piave (Tv) in piazza Municipio in collaborazione con Avis e Aido, il 29 e 30 settembre Feltre (Bl) in largo Castaldi, sabato 6 ottobre Cittadella (Pd) in piazza Pierobon, Piove di Sacco (Pd) in piazza Risorgimento, Este (Pd) in piazza Maggi, Abano Terme (Pd) in zona pedonale, Montagnana (Pd), Pozzonovo (Pd),  domenica 7 ottobre Susegna (Tv) alla Fiera dei libri in cantina-Castello Costaldo, sabato 13 ottobre Padova al Liston davanti Palazzo Moroni.

In molte città del Veneto, inoltre, verranno illuminate le facciate di edifici storici e municipi. A Venezia le facciate di Ca’ Farsetti e Ca’ Loredan e a Mestre la Torre e il Municipio.

Sul sito www.matchitnow.it è presente l’elenco completo degli eventi in programma e delle piazze italiane coinvolte. Inoltre saranno disponibili sul sito anche i dati aggiornati in tempo reale dei donatori che si iscriveranno al Registro nell’arco della settimana.

 

 

Servizio Civile in Avis: in Veneto 18 posti per giovani tra i 18 e 28 anni

È uscito il bando per il Servizio civile in Avis. Un’opportunità unica di crescita e arricchimento personale, umano e professionale per giovani tra i 18 e i 28 anni che vogliano mettersi in gioco nel campo della solidarietà e del sociale.

In Veneto i posti a disposizione sono in totale 18: 2 presso la sede di Avis regionale a Treviso, 2 presso le Avis provinciali di Padova, Rovigo, Treviso, Venezia e Verona, 1 presso le Avis comunali di Chioggia e San Donà di Piave, altri 2 alle Avis comunali di Rovigo e Verona.

Molti i “settori” in cui opereranno i giovani che scelgono il periodo in Avis: dall’accoglienza alla chiamata dei donatori di sangue e plasma, dalla promozione della donazione nelle scuole e tra la popolazione all’organizzazione di eventi, dalla comunicazione (anche presso la redazione del periodico e l’ufficio stampa regionale) alle attività di segreteria, in base alle necessità delle sedi. Sono previste 30 ore settimanali per 12 mesi.

 

Oltre a concrete esperienze di solidarietà, il Servizio civile nazionale (Scn) permette ai ragazzi di partecipare gratuitamente a numerosi corsi di formazione organizzati dall’Avis in collaborazione con partner e co-promotori delle attività sul territorio. Viene, inoltre, riconosciuto da alcune Università in termini di crediti formativi e di tirocinio, e garantisce un rimborso da parte dello Stato pari a 433,80 euro mensili.

Come si diventa volontari di Servizio civile in Avis?

Basta avere un’età compresa tra i 18 e i 28 anni e collegarsi al sito di Avis nazionale www.avis.it, scegliendo nel menù in alto “Unisciti a noi” e poi cliccando su “Servizio civile” fino al bando 2018. Sono indicati i vari progetti, cercare quello del Veneto. Sul sito è disponibile tutta la documentazione da compilare e presentare entro la scadenza del 28 settembre 2018. Una volta iscritti, si parteciperà alle selezioni che terranno conto della valutazione del proprio curriculum e dell’esito di un colloquio con un’apposita commissione. Al termine di questi incontri, una graduatoria decreterà ufficialmente chi potrà svolgere il periodo di Scn in Avis!

Sul prossimo numero di “Dono&Vita” troverete un articolo a riguardo, oltre al manifesto ufficiale della campagna nazionale che ha come testimonial alcuni ragazzi veneti.  Per qualsiasi informazione si può contattare la segreteria di Avis regionale Veneto, in via ospedale 1 a Treviso, con tel. 0422 405088.

(Ufficio stampa Avis Veneto)

Sale l’allarme in Veneto, si prospetta calo delle donazioni, ma… chi raccoglierà se calano anche medici e operatori?

Inchiesta di Beppe Castellano, direttore responsabile Dono&Vita

Altro che aprire i Centri trasfusionali nel pomeriggio per ovviare al calo delle donazioni! Qua e là per il Veneto, pur considerata (basta sentire che cosa dicono di noi fuori Regione) ancora un’isola felice per quanto riguarda la sanità pubblica, si assiste invece a un diffuso stillicidio di riduzioni di orari dei Centri trasfusionali anche nei giorni “normali”. Un’ora in meno tagliata qui, un’ora in meno tagliata là. Un sabato di chiusura in più al mese da una parte, una domenica negata da un’altra…

E poi gli esami di idoneità che – magari fossero solo trenta i giorni – da alcune parti arrivano dopo un mese e mezzo… quando va bene. E il “giovane” aspirante donatore, nel frattempo, si è quasi del tutto dimenticato di quell’empito d’entusiasmo che lo aveva portato a presentarsi una mattina in Centro trasfusionale. Magari con un gruppo di compagni di scuola, convinti a fare il grande gesto quel giorno in cui l’Avis era andata a trovarli in 5ª B.

Oppure, peggio ancora, nel frattempo l’aspirante donatore – non ancora periodico – ha dimenticato i sani stili di vita necessari, anzi indispensabili anche per legge, per entrare nella grande famiglia avisina. Ed ecco, insieme ad altre concause, una delle ragioni dell’alto tasso di “prime donazioni mancate”. Ma l’estate è arrivata, con le meritate ferie dei nostri donatori (che però prima di partire farebbero volentieri il proprio periodico “dovere”), ma anche con quelle – meritate anche queste – dell’ormai scarso personale del Centri trasfusionali pubblici.

Se ci si vuol chiedere il perché del calo delle donazioni, per onestà intellettuale bisogna girare il quesito non soltanto alle Associazioni di volontariato (a cui giungono ogni giorno lamentele dei propri soci su lunghe attese o disservizi) bensì a TUTTI gli attori del Sistema.

Noi ci abbiamo parlato, negli ultimi mesi, con gran parte dei protagonisti del Sistema trasfusionale e abbiamo raccolto e ascoltato le loro dichiarazioni, sono anche pubbliche, in ogni livello associativo e/o scientifico. Partendo dalle nostre assemblee comunali, provinciali, regionale e nazionale (Lecce, 18-20 maggio) fino al 43° convegno di studi di medicina trasfusionale della Simti, svoltosi a Genova qualche giorno dopo dal 23 al 25 maggio. Il tutto confermato nel Convegno internazionale del 15 giugno a Roma (organizzato da Centro nazionale sangue e Fiods) in occasione della Giornata mondiale del donatore di sangue.

Sia dalla base associativa, i “semplici” donatori, sia da parte dei dirigenti Avis, sia dai professionisti che si occupano della “base” dell’intera Sanità (sangue, plasma e plasmaderivati) i “cahiers de doleances” sono molto simili, convergenti e ascrivibili a un punto incontrovertibile: il personale è sempre meno. Le attribuzioni, i compiti, le responsabilità (pur finalizzate all’obiettivo principe: la sicurezza) sempre maggiori. Il tempo da dedicare ai rapporti umani è di conseguenza sempre meno. E si sa quanto sia importante, ai fini di una “buona medicina”, il rapporto personale e fiduciario medico-paziente. Ancor più lo è quello medico-volontario del sangue, persona sana che, proprio per la sua “preziosità” va accolta e “coccolata” nel migliore dei modi. Eppure si riscontrano, per le ragioni appena esposte, maggiori tempi di attesa per donare, visto che spesso un solo medico si trova a visitare tutti i donatori di una mattinata. Occorre dedicare più tempo del passato ad approfondire il rinnovato e più incisivo “questionario di responsabilità” che il donatore deve compilare a ogni donazione, per la sicurezza propria e del ricevente.

Intanto si sta assistendo a una costante emorragia di medici trasfusionisti in tutta la nostra regione. Un’emorragia non esattamente “lenta”.  Se ciò può consolarci non accade solo nel Veneto. Sta di fatto che un’intera generazione di ematologi dedicatisi al mondo della trasfusione sta via via assottigliandosi per raggiunti limiti di età. Ed è anche l’ultima che conserva il ricordo e l’esperienza degli anni  ’80, quelli bui delle infezioni di Hiv, in gran parte “importate” con plasmaderivati commerciali. È la generazione di medici che ha lottato, chi più chi un po’ meno, per l’unicità dell’Italia nel settore plasma: il c/lavorazione con la “proprietà” dei farmaci derivati dal plasma che resta di proprietà pubblica.

L’abbiamo sentito in assemblea provinciale di Verona (provincia sotto sforzo per la maggior necessità di sangue e deficitaria nonostante il più alto tasso di donazione pro capite) e nella stessa assemblea regionale di Peschiera del Garda dalle parole della dottoressa Loredana Martinelli, responsabile del Dipartimento provinciale di Immunoematologia trasfusionale: “Entro l’anno 3 o 4 medici dei nostri Centri trasfusionali provinciali andranno in pensione. E sono medici capaci, di una generazione “cresciuta” con i donatori, che non si ponevano nonostante tutto limiti di orari o di presenza. Sempre disponibili anche sul territorio e esperti in medicina trasfusionale”.

Una delle preoccupazioni di “chi lascia” (anche la dottoressa Martinelli, per la cronaca, a luglio è andata in quiescienza) è che il travaso di esperienza alle nuove “leve” è ormai quasi impossibile poiché i concorsi per i nuovi medici, quando e se avvengono, vengono istituiti solo in prossimità dei pensionamenti se non, addirittura, dopo o molto dopo. O, addirittura, non vengono neppure fatti per sostituire chi se ne va. Un problema che, associato alla sempre minore disponibilità di medici che escono dalle Università (e non parliamo solo di medici trasfusionisti) non riguarda solo il nostro settore, pur duramente colpito. Ma vediamo un po’ la situazione, sia per il Trasfusionale sia allargando al resto del Sistema sanitario. Che si costruisce, e si mantiene efficiente, non solo con le opere edilizie, ma riempiendo gli ambienti di “contenuti”, umani e prefessionali.

Concorsi pochi, quasi deserti. E il Servizio trasfusionale langue

In Veneto, nel giro di un anno, sono stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale sei concorsi pubblici per titoli ed esami rivolti ad aspiranti dirigenti medici di Medicina trasfusionale. Anzi, l’arco è un po’ più di un anno. Dal 7 marzo del 2017 (San Donà-Veneto orientale) all’ultimo, ancora attivo, del del 25 maggio 2018 (Vicenza).

Sette in tutto i posti che sono stati messi a concorso: uno a San Donà (non era specificato se a tempo indeterminato o determinato), uno a Rovigo (tempo indeterminato), due a Verona (uno a tempo determinato, l’altro no), due a Treviso (ambedue a tempo determinato), l’ultimo a Vicenza, si diceva, con contratto a tempo indeterminato. Ci risulta che i professionisti che da due anni ad oggi sono in pensione o trasferiti altrove siano almeno il doppio.

Ma aspettiamo volentieri smentite e dati certi da chi di dovere. Tre soltanto dei concorsi, forse quattro, offrivano poi una certa sicurezza professionale ed un futuro a chi avesse scelto di impegnarsi in un settore sempre più specializzato e in continua evoluzione. Una specialità medica su cui si basa tutta la Sanità pubblica e che, nonostante ciò, non è neppure riconosciuta come Scuola di specializzazione nelle Facoltà di Medicina.

Un tasto, questo, parecchio dolente su cui il Centro nazionale sangue e la stessa società scientifica Simti battono da anni. Senza essere granché ascoltati, in verità, se non con timide promesse di “aperture” da parte del mondo accademico. Il quale mondo, si sa, è sempre un po’ “chiuso” in se stesso.

Tornando agli esiti dei bandi, comunque, si sa che da alcune parti il numero di chi si è presentato è stato piuttosto esiguo e che i già pochi candidati abbiano poi rinunciato.

Fonte: BUR Veneto

Eppure la Medicina immunotrasfusionale è una branca  che, come ha affermato recentemente il dottor Pierluigi Berti, presidente della Simti (Società italiana medicina trasfusionale e immunoematologia): “richiede professionalità, competenze, conoscenze scientifiche e responsabilità sempre più impegnative e soprattutto interdisciplinari”.

Perché il trasfusionista è forse l’unico medico che ha una doppia responsabilità: verso i suoi pazienti e verso i donatori. E per pazienti non parliamo solo degli ammalati, riceventi del “prodotto sangue” negli altri reparti ospedalieri (sono 8000 ogni giorno a ricevere una trasfusione in Italia), ma anche di tutti i malati che afferiscono ai Centri trasfusionali per terapie.

“Il medico trasfusionista – ha continuato Berti – è colui che deve garantire quantità e qualità di sangue, emocomponenti e plasma donati ogni giorno dell’anno. Ma è anche colui che ha fra i suoi assistiti, unico fra i medici, anche gente sana, anzi sanissima: i donatori volontari, periodici, non remunerati”.

Che sono, aggiungiamo noi, anche le uniche persone che a migliaia ogni giorno si recano di propria volontà in… ospedale. E perfino sorridendo quando entrano e ancor più sorridenti quando escono, perché soddisfatti.

O, almeno, il “sano” donatore – negli anni sempre più raro e prezioso per l’aumento dell’età media – “dovrebbe” uscire dal Centro trasfusionale o di raccolta con il sorriso sulle labbra, con il desiderio di tornare quanto prima.

“Una persona da “coccolare” – ha affermato lo stesso Berti – che non sta male, ma che anzi arriva per fare del bene e che si deve trovare bene nell’ambiente in cui viene volontariamente”. Invece… A volte capita il contrario. Lunghi tempi d’attesa, orari non conformi alle esigenze lavorative e/o di studio, personale continuamente sotto pressione che, prima o poi, diventa scorbutico anche senza volerlo.

Potremmo continuare l’ormai lungo elenco di ciò che anche in Veneto – negli ultimi decenni “capofila e faro” a cui guardare dal resto d’Italia – comincia a scricchiolare seriamente: riduzione a macchia di leopardo degli orari di prelievo per mancanza cronica di personale, ritardi nell’elaborazione dei dati e degli esami di idoneità. E poi tanti altri “piccoli”, ma non per questo meno importanti, disguidi e disagi che vanno contro la “buona accoglienza” e la fidelizzazione.

Ma voi lettori e dirigenti li conoscete meglio di chi scrive.  Abbiamo visto Centri trasfusionali (pubblici) con pile di cartelle di neo donatori, già con tutti gli esami a posto che… tardano a partire di qualche settimana. La ragione? Anche le segreterie sono sguarnite, assieme al personale infermieristico di sala prelievi.

Certo è che la necessità di “risparmio” delle “Aziende” (socio-sanitarie, ricordiamolo) impone una razionalizzazione. Ma con qualche precauzione. “La necessità di razionalizzare e di rendere più efficiente la rete trasfusionale – ha detto con forza il presidente Giorgio Brunello nel corso dell’ultima Assemblea regionale – non può andare a discapito della capacità del sistema pubblico di garantire livelli e diffusione dell’attività di raccolta, specie sul territorio e di Medicina trasfusionale presso la rete ospedaliera. Corriamo un grosso rischio – ha avvertito Brunello – il rischio che il medico trasfusionista, specie quello “sul territorio”, diventi un medico che fa solo raccolta!”.

Un imbottigliatore, insomma (senza offesa per i produttori di prosecco) con una procedura pur ferrea da seguire e nient’altro da studiare o a cui pensare. Con buona pace della Medicina trasfusionale “inventata” dal nobel Karl Landsteiner nel 1901 con la scoperta dei gruppi AB0 (cui l’Oms ha dedicato il 14 giugno come  Giornata mondiale del donatore di sangue dal 2004).

Anaao-Assomed: “Servizio sanitario regionale e nazionale in prognosi riservata” 

È di questa primavera il grido di allarme lanciato dall’Anaao-Assomed del Veneto. Riguardava l’ormai massiccio “esodo” dei medici dagli ospedali pubblici. Il più delle volte per raggiunti limiti di età, ma in percentuale via via sempre maggiore per un nuovo fenomeno: il “ritiro” nel privato dove portano lunghi anni di esperienza acquisita e quindi di professionalità. Un allarme-appello quasi caduto nel silenzio, ma reiterato assieme ad Avis regionale subito dopo l’uscita del numero di giugno del nostro periodico cartaceo. VEDI

Oltre 50 medici, nel Veneto in questi mesi, hanno infatti deciso di ritirarsi dal Servizio pubblico preferendo la Sanità privata, pur convenzionata, dove a detta di molti è possibile “fare i medici”.

“Dopo 40 anni dalla sua istituzione, il Ssn versa in pessima salute, e la prognosi rimane riservata – hanno scritto dall’Anaao nazionale al nuovo Governo in “nuce” a metà aprile  una strategia complessiva di ridimensionamento dell’intervento pubblico, e del ruolo e del numero dei Medici, produce un peggioramento senza precedenti delle loro condizioni di lavoro, fino a spingerli alla fuga dagli ospedali, e rende sempre più difficile ed ineguale l’accesso dei cittadini ai servizi”. Il sindacato dei Medici continua denunciando anche le pessime condizioni in cui i sanitari (ma non solo loro, anche gli infermieri laureati) sono obbligati a lavorare. Un rischio serio per la Sanità pubblica italiana, ancora fra le migliori del mondo nonostante tutto:

“Se il sistema sanitario ancora regge, dopo che ne sono usciti, non sostituiti, migliaia tra Medici e dirigenti sanitari, se il fondamentale diritto alla salute è ancora esigibile senza carta di credito, è solo perché chi è rimasto in corsia continua a dar prova di grande senso del dovere. Medici e dirigenti sanitari in prima linea, tutti i giorni e tutte le notti, fanno fronte con risorse taglieggiate ad una domanda di salute crescente e complessa, esposti alla delegittimazione sociale e a rischi, anche di aggressione fisica, sempre meno sostenibili”.

Sono infatti all’ordine del giorno della cronaca, ormai, le aggressioni a sanitari da parte di pazienti o parenti di ammalati costretti a lunghe attese. Non è un caso se, in molti Pronto Soccorso si sta pensando di reitrodurre il presidio di Polizia come una volta.

Ma non solo. La preoccupazione è anche rivolta alle nuove leve di specialisti che, bene o male, escono dalle università:

“Non si salvano da questa deriva neppure le “risorse fresche”. La formazione medica è assurta a vera emergenza nazionale, per quantità e qualità – afferma tra l’altro il segretario nazionale di Anaao-Assomed, Costantino Troise – e i giovani medici rimangono per anni in uno stato di sotto-occupazione o di precariato, professionale ed esistenziale, una condizione di disagio nel presente e di incertezza sul futuro che li spinge a cambiare Paese. Un regalo da 150mila euro di investimento formativo ai Paesi vicini per ogni medico che lascia (solitamente per sempre) il suolo natìo. Una fuga sestuplicata negli ultimi 5 anni”.

Una “fotografia” che riguarda anche, ahinoi, il Settore trasfusionale.

“Già dall’anno accademico 2017/2018 mancheranno

all’appello quasi 2500 medici specialisti di varie discipline”

Ad affermarlo è stato il coordinatore degli assessori regionali alla Sanità nella Conferenza Stato-Regioni, il piemontese Antonio Saitta. Saitta ha denunciato alla stampa, ultima settimana di maggio, come l’offerta di posti nelle Scuole di specializzazione del Miur corrispondono per l’anno accademico 2017/18 a solo 6200, mentre le necessità espresse dalle Regioni  sarebbero pari a 8.569 unità.

“La carenza di medici in tutte le specialità sta già causando situazioni di emergenza in molti ospedali, in particolare nei territori marginali e poco urbanizzati”, ha denunciato l’Assessore alla Salute del Piemonte, a nome dei colleghi di tutta Italia compreso il nostro Luca Coletto. Gli ospedali “defilati” sono anche quelli dove anche i pochi che usciranno dalle Università, si guarderanno bene dall’andare a lavorare, mentre gli “anziani” via via se ne andranno.

Secondo un rapporto Anaao-Assomed nei prossimi 10 anni, il Servizio sanitario nazionale pubblico avrà un’emorragia notevole data dal gap fra specialisti neo laureati e pensionamenti. L’anno più “nero”

A fronte di una media di 47.500 dipendenti del SSN che cesseranno (vedi tabella accanto sulle attuali fasce di età dei medici) solo 40mila nei prossimi 10 anni potrebbero subentrare. “potrebbero” perché, dopo aver conseguito laurea, specializzazione ed esperienza in Italia, molti propendono per i Paesi Esteri.

Dai soli 396 professionisti che nel 2009 hanno chiesto al ministero la documentazione per esercitare all’estero, si è passati ai 2363 del 2014 (+600%). Un trend che continua a salire. Ma diamo un’occhiata a quanto hanno chiesto le regioni, sulla base delle tabelle della Conferenza Stato-Regioni, come fabbisogno di medici specialisti. Fra parentesi quanto programmato dal Veneto. Non abbiamo sbagliato noi le cifre, il numero del Veneto nelle citate tabelle risulta sempre uguale…

L’età media dei medici in Italia – Fonte Anaao

Anno Accademico 2017/18: fabbisogno medici specialisti Italia: 8.569 (Veneto 564), suddivisi in 1.968 in Area Chirurgica (Chirurgia generale, Ginecologia, Ortopedia, ecc, 2.647 in Area Servizi (Anestesia, Radiologia, ecc.), 3.954 in Area Medica (Pediatria, Medicina interna, Medicina d’emergenza…).

Anno accademico 2018/19: Italia 8.523 (Veneto 564) fra cui 1.962 in Area Chirurgia, 2.627 in Area Servizi, 3.934 in Area Medicina.

Anno accademico 2019/2020: Italia 8.604 (Veneto 564) di cui in Area Chirurgia 1987, in Area Servizi 2.654, in Area Medica 3.963.

Nei nostri 68 ospedali del Veneto, intanto (la Sanità privata convenzionata rappresenta il 12%

del totale, secondo il Governatore Luca Zaia) si erogano 80 milioni di prestazioni l’anno. Vista la “buona salute” di cui, sempre secondo Zaia, gode la nostra Sanità questo è un dato destinato inevitabilmente ad aumentare. Insieme al fabbisogno di sangue e plasmaderivati che serviranno sempre più anche a causa di una popolazione che invecchia sempre più. Ma i nuovi medici nel frattempo calano e l’età media di chi è ancora in servizio continua a lievitare. Come per i donatori…

Le classi di età dei donatori di sangue negli anni. Courtesy: Vincenzo Saturni, Fonte Cns

A ciascuno le proprie competenze, ma anche le proprie responsabilità

di Giorgio Brunello, presidente Avis regionale Veneto

Abbiamo sempre a cuore la salute degli ammalati e le nostre Avis da tempo sanno che fare volontariato non vuol dire solo essere generosi ma anche competenti e organizzati; a fronte della diminuzione di donazioni e donatori le Avis venete stanno rispondendo con una migliore organizzazione della chiamata, della prenotazione e negli ultimi tempi si stanno intensificando le presenze per svolgere l’accoglienza presso i Centri trasfusionali. Insomma un impegno forte per invertire le tendenze al ribasso, calano donatori e donazioni. Questa è una caratteristica del volontariato veneto, impegno concreto, in silenzio si lavora e si aiutano ammalati e cittadini a stare meglio, a vivere con dignità e migliorare il loro benessere.

Il presidente Avis regionale Brunello, con l’assessore alla Salute del Veneto Luca Coletto in un convegno di inizio anno.

Sappiamo anche che senza una buona programmazione, pianificazione, azione di monitoraggio e verifica non riusciamo a capire se le azioni che abbiamo intrapreso sono efficaci e questo vale per la promozione del dono, la ricerca donatori, la comunicazione, la fidelizzazione donatori, la raccolta dove Avis la svolge, insomma per tutte le nostre attività.

Solitamente appunto i volontari operano in silenzio, pensano a come fare meglio solidarietà, ma quando serve occorre anche vigilare e denunciare.

Il nostro modo di agire è un impegno costante anche nelle altre parti del sistema sanitario e sociale? Ce lo stiamo ponendo con molta attenzione perché in questi mesi abbiamo assistito a una politica che faceva a gara per raccontarci che se votavamo questi o quelli avremmo risolto tutti i problemi e alla copertura della spesa ci avrebbero pensato dopo. Notiamo che tutti mettono al centro e c’è un grande dibattito sulla programmazione (Documento Economico Finanziario, Bilanci di Previsione) e quasi mai vediamo dare rilevanza ai bilanci consuntivi che consentirebbero di valutare gli scostamenti rispetto a quanto preventivato, capire i risultati dell’azione svolta, “correggere il tiro” se si sono commessi errori. Anche la più piccola delle nostre Avis quando approva preventivi e consuntivi li mette a confronto, discute e si confronta anche animatamente.

Come si sa bene in sanità le tecnologie contano sempre di più, ma sono ben poco senza le competenze del personale sanitario e il rapporto umano medico-paziente e medico-donatore, fiduciario e trasparente. E questo vale ancora di più quando il personale sanitario ha a che fare con una persona sana che volontariamente e disinteressatamente si reca a donare.

Ma si tratta solo di parole vane se nei Centri trasfusionali, come anche in molti altre specialità sanitarie, i medici mancano o sono pochi per far bene il loro lavoro.

Nel numero di Dono&Vita di giugno abbiamo voluto affrontare proprio questo argomento. Se non ci sono medici, la qualità del servizio cala, le idoneità non si fanno, gli esami arrivano tardi, le aperture dei Centri non tengono conto delle disponibilità dei donatori, insomma si fa molta, troppa fatica a donare.

Quale programmazione è stata fatta anni addietro per assicurare il numero di medici che oggi serve? Il Ministero e le Università, chi ha responsabilità formative, quanto ha tenuto conto della domanda di personale proveniente dalle organizzazioni pubbliche e private? Ancora, non vi è traccia di risposte a richieste specifiche per il trasfusionale. Così facendo i medici vanno in pensione, gli infermieri scarseggiano e i Centri trasfusionali chiuderanno?

Il dottor Antonio Breda, responsabile del Crat Veneto (Coordinamento regionale attività trasfusionali)

Ci confrontiamo con la struttura politica e tecnica sia regionale, sia locale. Ai nostri convegni partecipano presidenti, sindaci, assessori, insomma spesso sono con noi le massime autorità regionali e locali. Con i responsabili tecnici ci si confronta sul piano tecnico e con i responsabili politici sul piano delle strategie e degli interessi della Comunità. Tutti ci ringraziano sempre, ogni volta, per il sangue e il plasma che i generosi donatori veneti offrono alle comunità e per il lavoro dei dirigenti associativi, tutti orientati ad assicurare il sangue, emocomponenti e farmaci plasmaderivati agli ammalati.

Li ringraziamo per le… lodi, ma ci piacerebbero meno ringraziamenti e più concretezza nella soluzione dei problemi. Ci gratificherebbero meglio più pianificazione e progettazione condivisa. Non basta essere invitati ai tavoli, ma occorre avere pari dignità, ciascuno ovviamente con le proprie specifiche competenze. Il Sistema Veneto ha funzionato bene finora proprio perché le associazioni sono state coinvolte anche nella formulazione delle leggi e provvedimenti tecnico attuativi.

Crediamo sia venuto il momento di cambiare perché i donatori fanno la loro parte, i dirigenti associativi dedicano il loro tempo, competente e qualificato ma solo insieme alla politica e alle strutture tecniche potremo superare le criticità attuali.

Continuiamo a donare, ancora più di ieri, con maggiore frequenza, con la passione di sempre consapevoli che chi chiede il nostro dono sono solo gli ammalati ma vigileremo ancora più di ieri perché ciascuno faccia la sua parte. Noi continuiamo a donare, sempre.

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