“Dieci piccoli indiani… E poi non ne rimase nessuno”: grave allarme sulla cronica carenza di trasfusionisti:

L’allarme della SIMTI sulla carenza dei medici trasfusionisti.

Da tempo, il presidente della Simti (Società Italiana Medicina Trasfusionale e Immunoematologia) lo dice in vari convegni specialistici e anche avisini. E non è il solo. L’allarme lo avevamo ripreso già in primavera, con il numero 2 di Dono&Vita (distribuito a giugno). Qualche politico e amministratore, anche regionale, ha sì recepito a parole il problema, ma facendo spallucce ha dichiarato come sia “un problema che riguarda tutte le specialità mediche ed è nazionale”. Della serie… che ne possiamo noi?

È di ieri il reiterato allarme del Dottor Pierluigi Berti affidato alla stampa con una lettera accorata che solleva tutti i, gravissimi, problemi del mondo trasfusionale. Una ulteriore “voce che griderà nel deserto”, quella di Berti? Il deserto in cui si trovano i medici che ancora resistono nelle “riserve indiane” dei Centri trasfusionali. Più che la “profezia” di Highlander, per restare in tema cinematografico-letterario, nel caso in questione sarebbe meglio citare il romanzo (poi film del 1976) “Dieci piccoli indiani… e poi non ne rimase nessuno”. Era di Agatha Christie, il romanzo, la signora del giallo… Giallo-Plasma? (B.C.)

Ecco l’intervento di Pierluigi Berti sul “Quotidiano Sanità” di martedì 11 dicembre. 

Gentile Direttore, del tutto giustamente, la dott.ssa Mirka Cocconcelli sottolineava ieri il grave problema della carenza di chirurghi negli ospedali, problema anche dalla Sua testata più volte richiamato. La Collega concludeva il suo articolato ed a tratti accorato intervento con le parole “La profezia dice che ne rimarrà uno solo, non di Highlander, ma di chirurghi!”.

Ebbene, quel giorno l’unico chirurgo rimasto rischia, quando avrà necessità di richiedere trasfusioni per i suoi, presumo, moltissimi pazienti, di non trovare neppure un ultimo “Highlander trasfusionista” pronto (come sempre finora) ad accogliere la sua richiesta ed assegnare gli emocomponenti che serviranno. Rischia, quel giorno che temiamo non troppo lontano, di non trovare nessuno quando chiamerà il Servizio Trasfusionale.

Le statistiche ufficiali purtroppo non ce lo dicono: lo strumento di rilevazione delle attività trasfusionali (SISTRA), Sistema Informativo dei Servizi Trasfusionali) dovrebbe riportare un quadro attuale della situazione del personale in tutte le strutture trasfusionali del Paese, ma l’aggiornamento dei dati da parte delle regioni è di norma annuale, e non sempre riesce a tener dietro a quanto sta oggi succedendo e di cui abbiamo conoscenza dai nostri associati: concorsi deserti, estrema carenza di specialisti nelle discipline che consentono l’accesso alla Medicina Trasfusionale, le poche graduatorie attive “cannibalizzate” e presto esaurite, i pochi trasfusionisti superstiti in grave difficoltà a garantire le attività necessarie, l’aumento costante dell’età media dei colleghi in servizio, i sempre più frequenti pensionamenti, anche anticipati ed anche in molti ruoli apicali, l’aumento esponenziale di strutture che restano quindi “acefale” e con pochissimi trasfusionisti.

Mi auguro che i dati di SISTRA vengano aggiornati e tornino a rispecchiare la realtà, in modo che anche il Centro Nazionale Sangue abbia un quadro realisitico ed attuale della gravissima situazione e possa rappresentarla ufficialmente alle autorità per iniziare prontamente un percorso di correzione: altrimenti è chiaro quali rischi siano in gioco.

Certamente la desertificazione della Medicina Trasfusionale ha molte cause: la generale carenza di specialisti, la scarsa conoscenza della disciplina da parte dei giovani medici (non si parla di essa nel corso di laurea), la mancanza di una specializzazione nella disciplina (i trasfusionisti provengono da altre specializzazioni quali patologia clinica o ematologia), la conseguente scarsa conoscenza e quindi attrattività della Medicina Trasfusionale da parte di coloro che hanno scelto altri percorsi di specializzazione e pensato ad altre carriere.

Ma dalla presenza, non vicariabile, dei trasfusionisti, ed estendendo, dei medici addetti alle unità di raccolta del sangue diffuse capillarmente sul territorio, dipende la costante disponibilità di emocomponenti per le necessità trasfusionali e del plasma necessario a garantire farmaci emoderivati salvavita.

Non si può parlare di programmi di autosufficienza di sangue e di farmaci plasmaderivati, quindi, se non si affronta subito il problema della carenza dei medici, né si può parlare seriamente di garantire i LEA di Medicina Trasfusionale previsti dalla legge 219 del 2005 prescindendo dalle risorse necessarie.

Problemi complessi non hanno mai soluzioni semplici: ma il primo passo è sempre quello di prenderne coscienza.

Pierluigi Berti, Presidente SIMTI – Società Italiana di Medicina Trasfusionale e Immunoematologia

West Nile Virus, facciamo chiarezza. Lo 0,05% della popolazione interessata dal virus (solo 29 donatori su più di 58mila)

Mai come questa estate ormai agli sgoccioli, si è registrata una vera invasione di zanzare Culex Pipiens (le nostre zanzare autoctone, differenti dalle “tigri”) potenziali portatrici del virus del Nilo occidentale (West Nile Virus).

La situazione al 13 settembre (fonte CNS)

Secondo i dati aggiornati al 13 settembre del Centro nazionale sangue (CNS), l’allarme cautelativo ha interessato 34 province del nord Italia (Veneto, Friuli, Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte, Liguria) e tutta la Sardegna e la provincia di Latina.

In pratica tutte le regioni della Pianura Padana escluse le province di montagna. L’allarme WNV ha coinvolto anche alcuni Paesi europei ed extra europei come Grecia, Serbia, Austria, Romania, Ungheria, Francia, Kosovo, Croazia.

Il CNS ha attivato fin da inizio giugno un’azione di sorveglianza e prevenzione della trasmissione del virus nelle zone interessate da segnalazioni, indicando ai Centri trasfusionali di munirsi del test Nat che riconosce il virus nel sangue del donatore. Il test si effettua in simultanea con la donazione, evitando quindi la trasmissione in caso di positività. Se il virus viene isolato in un raggio di cinque chilometri dal confine con un’altra provincia, l’allerta viene diramata a tutte le province della zona. Chi abbia soggiornato in tali zone a rischio può donare in qualsiasi provincia, purché la struttura trasfusionale sia dotata di kit per effettuare il test NAT. In caso contrario, è necessario aspettare 28 giorni per poter donare.

Giancarlo Maria Liumbruno (direttore del CNS) ha dichiarato come: “Il piano di sorveglianza funziona e il sistema regge, come ha retto nel 2017 per il virus Chikungunya che colpì la regione Lazio. Il dilagare del West Nile, se sottovalutato, può aggravare le carenze di sangue in estate, quando ondate di caldo e vacanze spingono i donatori abituali a rallentare le donazioni. Qui le Regioni possono intervenire, adottando il test Nat anche nelle province non colpite dal virus per evitare di ricorrere alla sospensione sistematica dei donatori”. La raccomandazione, a quanto pare, ha funzionato. In Veneto, nonostante il WNV non si sono registrati particolari problemi, visto che già da metà giugno è scattata la NAT, via via, su tutte le donazioni.

Per quanto riguarda il Veneto, la prima segnalazione di zanzare con WNV nel 2018 è stata il provincia di Verona il 14 giugno, 58.191 sono state le sacche controllate in Veneto dal 14 giugno al 31 agosto (Fonte: Crat). Il numero dei donatori “positivi” al WNV, pur asintomatici, è stato di 29. Solo lo 0,05%, uno su 2000. Le sacche sono state ovviamente eliminate e i donatori saranno tenuti in osservazione anche per i prossimi mesi. Ma il puntualissimo screening messo in atto dal Coordinamento regionale attività trasfusionale del Veneto è anche la cartina di tornasole della reale incidenza del fenomeno nella nostra Regione.

La Regione, invece, sempre il 31 agosto annunciava il suo “Piano Straordinario di disinfestazione dalle zanzare legato al diffondersi del West Nile Virus”, costo 500mila euro. E così, con i primi “freschi” settembrini, sono partite per prime le province di Verona, Padova, Rovigo, poi tutte le altre.

CURIOSITA’ – Il West Nile Virus prende il nome dal luogo (Uganda) dove fu scoperto per la prima volta nel 1937. Nei Paesi occidentali fu invece scoperto nel 1999 negli Stati Uniti, da qui si è poi diffuso anche all’Europa, molto probabilmente tramite i viaggi aerei. Va totalmente sfatata, quindi, una delle fake news che circolano sui social. Il West Nile Virus non è stato “importato in Italia con i barconi dei migranti”, le zanzare viaggiano decisamente più comode sugli aerei.

In Italia il primo caso di West Nile Virus isolato nelle zanzare e nei cavalli è nel 2013. Immediatamente scattò il piano di prevenzione del Centro nazionale sangue e delle Regioni per evitare ogni tipo di trasmissione tramite donazioni di sangue. A oggi, infatti, non vi sono segnalazioni di trasmissione tramite trasfusione.

Ma vediamo di saperne un po’ di più con una nota del dottor Giovanni Lenzo, direttore sanitario Avis regionale Veneto

Un pericolo solo se già debilitati, come si trasmette il West Nile Virus

Vediamo come si trasmette e quali sono le conseguenze del West Nile Virus. I serbatoi del virus sono gli uccelli selvatici e le zanzare (più frequentemente del tipo Culex pipien, in foto), le cui punture sono il principale mezzo di trasmissione all’uomo. Il ciclo biologico dell’insetto è di 15-20 giorni e ha una attività crepuscolare/notturna, punge sia all’aperto che all’interno dove di giorno riposa e digerisce il pasto di sangue. Altri mezzi di infezione documentati, anche se molto più rari, sono trapianti di organi, trasfusioni di sangue e la trasmissione madre-feto in gravidanza. La febbre West Nile non si trasmette da persona a persona tramite il contatto con le persone infette. Il virus infetta anche altri mammiferi, soprattutto equini, ma in alcuni casi anche cani, gatti, conigli e altri. Il periodo di incubazione dal momento della puntura della zanzara infetta varia fra 2 e 14 giorni, ma può essere anche di 21 giorni nei soggetti con deficit a carico del sistema immunitario.

La maggior parte delle persone infette non mostra praticamente sintomi.  Fra i casi sintomatici, circa il 20% presenta sintomi leggeri: febbre, mal di testa, nausea, vomito, linfonodi ingrossati, sfoghi cutanei. Questi sintomi possono durare pochi giorni, in rari casi qualche settimana, e possono variare molto a seconda dell’età della persona.

Nei bambini è più frequente una febbre leggera, nei giovani la sintomatologia è caratterizzata da febbre mediamente alta, arrossamento degli occhi, mal di testa e dolori muscolari. Negli anziani e nelle persone debilitate, invece, la sintomatologia può essere più grave.

I sintomi più gravi si presentano in media in meno dell’1% delle persone infette e sono caratterizzati da febbre alta, forti mal di testa, debolezza muscolare, tremori, disturbi alla vista, torpore, convulsioni, fino alla paralisi e al coma.

Alcuni effetti neurologici possono essere permanenti. Nei casi più gravi (circa 1 su mille) il virus può causare un’encefalite letale. In Veneto le vittime accertate sono state sino a fine agosto sei, tre in provincia di Padova, due in provincia di Treviso e uno in provincia di Rovigo.

Il sistema di prevenzione principale per la popolazine è la disinfestazione e l’utilizzo di repellenti.

Dott. Giovanni Lenzo

Sale l’allarme in Veneto, si prospetta calo delle donazioni, ma… chi raccoglierà se calano anche medici e operatori?

Inchiesta di Beppe Castellano, direttore responsabile Dono&Vita

Altro che aprire i Centri trasfusionali nel pomeriggio per ovviare al calo delle donazioni! Qua e là per il Veneto, pur considerata (basta sentire che cosa dicono di noi fuori Regione) ancora un’isola felice per quanto riguarda la sanità pubblica, si assiste invece a un diffuso stillicidio di riduzioni di orari dei Centri trasfusionali anche nei giorni “normali”. Un’ora in meno tagliata qui, un’ora in meno tagliata là. Un sabato di chiusura in più al mese da una parte, una domenica negata da un’altra…

E poi gli esami di idoneità che – magari fossero solo trenta i giorni – da alcune parti arrivano dopo un mese e mezzo… quando va bene. E il “giovane” aspirante donatore, nel frattempo, si è quasi del tutto dimenticato di quell’empito d’entusiasmo che lo aveva portato a presentarsi una mattina in Centro trasfusionale. Magari con un gruppo di compagni di scuola, convinti a fare il grande gesto quel giorno in cui l’Avis era andata a trovarli in 5ª B.

Oppure, peggio ancora, nel frattempo l’aspirante donatore – non ancora periodico – ha dimenticato i sani stili di vita necessari, anzi indispensabili anche per legge, per entrare nella grande famiglia avisina. Ed ecco, insieme ad altre concause, una delle ragioni dell’alto tasso di “prime donazioni mancate”. Ma l’estate è arrivata, con le meritate ferie dei nostri donatori (che però prima di partire farebbero volentieri il proprio periodico “dovere”), ma anche con quelle – meritate anche queste – dell’ormai scarso personale del Centri trasfusionali pubblici.

Se ci si vuol chiedere il perché del calo delle donazioni, per onestà intellettuale bisogna girare il quesito non soltanto alle Associazioni di volontariato (a cui giungono ogni giorno lamentele dei propri soci su lunghe attese o disservizi) bensì a TUTTI gli attori del Sistema.

Noi ci abbiamo parlato, negli ultimi mesi, con gran parte dei protagonisti del Sistema trasfusionale e abbiamo raccolto e ascoltato le loro dichiarazioni, sono anche pubbliche, in ogni livello associativo e/o scientifico. Partendo dalle nostre assemblee comunali, provinciali, regionale e nazionale (Lecce, 18-20 maggio) fino al 43° convegno di studi di medicina trasfusionale della Simti, svoltosi a Genova qualche giorno dopo dal 23 al 25 maggio. Il tutto confermato nel Convegno internazionale del 15 giugno a Roma (organizzato da Centro nazionale sangue e Fiods) in occasione della Giornata mondiale del donatore di sangue.

Sia dalla base associativa, i “semplici” donatori, sia da parte dei dirigenti Avis, sia dai professionisti che si occupano della “base” dell’intera Sanità (sangue, plasma e plasmaderivati) i “cahiers de doleances” sono molto simili, convergenti e ascrivibili a un punto incontrovertibile: il personale è sempre meno. Le attribuzioni, i compiti, le responsabilità (pur finalizzate all’obiettivo principe: la sicurezza) sempre maggiori. Il tempo da dedicare ai rapporti umani è di conseguenza sempre meno. E si sa quanto sia importante, ai fini di una “buona medicina”, il rapporto personale e fiduciario medico-paziente. Ancor più lo è quello medico-volontario del sangue, persona sana che, proprio per la sua “preziosità” va accolta e “coccolata” nel migliore dei modi. Eppure si riscontrano, per le ragioni appena esposte, maggiori tempi di attesa per donare, visto che spesso un solo medico si trova a visitare tutti i donatori di una mattinata. Occorre dedicare più tempo del passato ad approfondire il rinnovato e più incisivo “questionario di responsabilità” che il donatore deve compilare a ogni donazione, per la sicurezza propria e del ricevente.

Intanto si sta assistendo a una costante emorragia di medici trasfusionisti in tutta la nostra regione. Un’emorragia non esattamente “lenta”.  Se ciò può consolarci non accade solo nel Veneto. Sta di fatto che un’intera generazione di ematologi dedicatisi al mondo della trasfusione sta via via assottigliandosi per raggiunti limiti di età. Ed è anche l’ultima che conserva il ricordo e l’esperienza degli anni  ’80, quelli bui delle infezioni di Hiv, in gran parte “importate” con plasmaderivati commerciali. È la generazione di medici che ha lottato, chi più chi un po’ meno, per l’unicità dell’Italia nel settore plasma: il c/lavorazione con la “proprietà” dei farmaci derivati dal plasma che resta di proprietà pubblica.

L’abbiamo sentito in assemblea provinciale di Verona (provincia sotto sforzo per la maggior necessità di sangue e deficitaria nonostante il più alto tasso di donazione pro capite) e nella stessa assemblea regionale di Peschiera del Garda dalle parole della dottoressa Loredana Martinelli, responsabile del Dipartimento provinciale di Immunoematologia trasfusionale: “Entro l’anno 3 o 4 medici dei nostri Centri trasfusionali provinciali andranno in pensione. E sono medici capaci, di una generazione “cresciuta” con i donatori, che non si ponevano nonostante tutto limiti di orari o di presenza. Sempre disponibili anche sul territorio e esperti in medicina trasfusionale”.

Una delle preoccupazioni di “chi lascia” (anche la dottoressa Martinelli, per la cronaca, a luglio è andata in quiescienza) è che il travaso di esperienza alle nuove “leve” è ormai quasi impossibile poiché i concorsi per i nuovi medici, quando e se avvengono, vengono istituiti solo in prossimità dei pensionamenti se non, addirittura, dopo o molto dopo. O, addirittura, non vengono neppure fatti per sostituire chi se ne va. Un problema che, associato alla sempre minore disponibilità di medici che escono dalle Università (e non parliamo solo di medici trasfusionisti) non riguarda solo il nostro settore, pur duramente colpito. Ma vediamo un po’ la situazione, sia per il Trasfusionale sia allargando al resto del Sistema sanitario. Che si costruisce, e si mantiene efficiente, non solo con le opere edilizie, ma riempiendo gli ambienti di “contenuti”, umani e prefessionali.

Concorsi pochi, quasi deserti. E il Servizio trasfusionale langue

In Veneto, nel giro di un anno, sono stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale sei concorsi pubblici per titoli ed esami rivolti ad aspiranti dirigenti medici di Medicina trasfusionale. Anzi, l’arco è un po’ più di un anno. Dal 7 marzo del 2017 (San Donà-Veneto orientale) all’ultimo, ancora attivo, del del 25 maggio 2018 (Vicenza).

Sette in tutto i posti che sono stati messi a concorso: uno a San Donà (non era specificato se a tempo indeterminato o determinato), uno a Rovigo (tempo indeterminato), due a Verona (uno a tempo determinato, l’altro no), due a Treviso (ambedue a tempo determinato), l’ultimo a Vicenza, si diceva, con contratto a tempo indeterminato. Ci risulta che i professionisti che da due anni ad oggi sono in pensione o trasferiti altrove siano almeno il doppio.

Ma aspettiamo volentieri smentite e dati certi da chi di dovere. Tre soltanto dei concorsi, forse quattro, offrivano poi una certa sicurezza professionale ed un futuro a chi avesse scelto di impegnarsi in un settore sempre più specializzato e in continua evoluzione. Una specialità medica su cui si basa tutta la Sanità pubblica e che, nonostante ciò, non è neppure riconosciuta come Scuola di specializzazione nelle Facoltà di Medicina.

Un tasto, questo, parecchio dolente su cui il Centro nazionale sangue e la stessa società scientifica Simti battono da anni. Senza essere granché ascoltati, in verità, se non con timide promesse di “aperture” da parte del mondo accademico. Il quale mondo, si sa, è sempre un po’ “chiuso” in se stesso.

Tornando agli esiti dei bandi, comunque, si sa che da alcune parti il numero di chi si è presentato è stato piuttosto esiguo e che i già pochi candidati abbiano poi rinunciato.

Fonte: BUR Veneto

Eppure la Medicina immunotrasfusionale è una branca  che, come ha affermato recentemente il dottor Pierluigi Berti, presidente della Simti (Società italiana medicina trasfusionale e immunoematologia): “richiede professionalità, competenze, conoscenze scientifiche e responsabilità sempre più impegnative e soprattutto interdisciplinari”.

Perché il trasfusionista è forse l’unico medico che ha una doppia responsabilità: verso i suoi pazienti e verso i donatori. E per pazienti non parliamo solo degli ammalati, riceventi del “prodotto sangue” negli altri reparti ospedalieri (sono 8000 ogni giorno a ricevere una trasfusione in Italia), ma anche di tutti i malati che afferiscono ai Centri trasfusionali per terapie.

“Il medico trasfusionista – ha continuato Berti – è colui che deve garantire quantità e qualità di sangue, emocomponenti e plasma donati ogni giorno dell’anno. Ma è anche colui che ha fra i suoi assistiti, unico fra i medici, anche gente sana, anzi sanissima: i donatori volontari, periodici, non remunerati”.

Che sono, aggiungiamo noi, anche le uniche persone che a migliaia ogni giorno si recano di propria volontà in… ospedale. E perfino sorridendo quando entrano e ancor più sorridenti quando escono, perché soddisfatti.

O, almeno, il “sano” donatore – negli anni sempre più raro e prezioso per l’aumento dell’età media – “dovrebbe” uscire dal Centro trasfusionale o di raccolta con il sorriso sulle labbra, con il desiderio di tornare quanto prima.

“Una persona da “coccolare” – ha affermato lo stesso Berti – che non sta male, ma che anzi arriva per fare del bene e che si deve trovare bene nell’ambiente in cui viene volontariamente”. Invece… A volte capita il contrario. Lunghi tempi d’attesa, orari non conformi alle esigenze lavorative e/o di studio, personale continuamente sotto pressione che, prima o poi, diventa scorbutico anche senza volerlo.

Potremmo continuare l’ormai lungo elenco di ciò che anche in Veneto – negli ultimi decenni “capofila e faro” a cui guardare dal resto d’Italia – comincia a scricchiolare seriamente: riduzione a macchia di leopardo degli orari di prelievo per mancanza cronica di personale, ritardi nell’elaborazione dei dati e degli esami di idoneità. E poi tanti altri “piccoli”, ma non per questo meno importanti, disguidi e disagi che vanno contro la “buona accoglienza” e la fidelizzazione.

Ma voi lettori e dirigenti li conoscete meglio di chi scrive.  Abbiamo visto Centri trasfusionali (pubblici) con pile di cartelle di neo donatori, già con tutti gli esami a posto che… tardano a partire di qualche settimana. La ragione? Anche le segreterie sono sguarnite, assieme al personale infermieristico di sala prelievi.

Certo è che la necessità di “risparmio” delle “Aziende” (socio-sanitarie, ricordiamolo) impone una razionalizzazione. Ma con qualche precauzione. “La necessità di razionalizzare e di rendere più efficiente la rete trasfusionale – ha detto con forza il presidente Giorgio Brunello nel corso dell’ultima Assemblea regionale – non può andare a discapito della capacità del sistema pubblico di garantire livelli e diffusione dell’attività di raccolta, specie sul territorio e di Medicina trasfusionale presso la rete ospedaliera. Corriamo un grosso rischio – ha avvertito Brunello – il rischio che il medico trasfusionista, specie quello “sul territorio”, diventi un medico che fa solo raccolta!”.

Un imbottigliatore, insomma (senza offesa per i produttori di prosecco) con una procedura pur ferrea da seguire e nient’altro da studiare o a cui pensare. Con buona pace della Medicina trasfusionale “inventata” dal nobel Karl Landsteiner nel 1901 con la scoperta dei gruppi AB0 (cui l’Oms ha dedicato il 14 giugno come  Giornata mondiale del donatore di sangue dal 2004).

Anaao-Assomed: “Servizio sanitario regionale e nazionale in prognosi riservata” 

È di questa primavera il grido di allarme lanciato dall’Anaao-Assomed del Veneto. Riguardava l’ormai massiccio “esodo” dei medici dagli ospedali pubblici. Il più delle volte per raggiunti limiti di età, ma in percentuale via via sempre maggiore per un nuovo fenomeno: il “ritiro” nel privato dove portano lunghi anni di esperienza acquisita e quindi di professionalità. Un allarme-appello quasi caduto nel silenzio, ma reiterato assieme ad Avis regionale subito dopo l’uscita del numero di giugno del nostro periodico cartaceo. VEDI

Oltre 50 medici, nel Veneto in questi mesi, hanno infatti deciso di ritirarsi dal Servizio pubblico preferendo la Sanità privata, pur convenzionata, dove a detta di molti è possibile “fare i medici”.

“Dopo 40 anni dalla sua istituzione, il Ssn versa in pessima salute, e la prognosi rimane riservata – hanno scritto dall’Anaao nazionale al nuovo Governo in “nuce” a metà aprile  una strategia complessiva di ridimensionamento dell’intervento pubblico, e del ruolo e del numero dei Medici, produce un peggioramento senza precedenti delle loro condizioni di lavoro, fino a spingerli alla fuga dagli ospedali, e rende sempre più difficile ed ineguale l’accesso dei cittadini ai servizi”. Il sindacato dei Medici continua denunciando anche le pessime condizioni in cui i sanitari (ma non solo loro, anche gli infermieri laureati) sono obbligati a lavorare. Un rischio serio per la Sanità pubblica italiana, ancora fra le migliori del mondo nonostante tutto:

“Se il sistema sanitario ancora regge, dopo che ne sono usciti, non sostituiti, migliaia tra Medici e dirigenti sanitari, se il fondamentale diritto alla salute è ancora esigibile senza carta di credito, è solo perché chi è rimasto in corsia continua a dar prova di grande senso del dovere. Medici e dirigenti sanitari in prima linea, tutti i giorni e tutte le notti, fanno fronte con risorse taglieggiate ad una domanda di salute crescente e complessa, esposti alla delegittimazione sociale e a rischi, anche di aggressione fisica, sempre meno sostenibili”.

Sono infatti all’ordine del giorno della cronaca, ormai, le aggressioni a sanitari da parte di pazienti o parenti di ammalati costretti a lunghe attese. Non è un caso se, in molti Pronto Soccorso si sta pensando di reitrodurre il presidio di Polizia come una volta.

Ma non solo. La preoccupazione è anche rivolta alle nuove leve di specialisti che, bene o male, escono dalle università:

“Non si salvano da questa deriva neppure le “risorse fresche”. La formazione medica è assurta a vera emergenza nazionale, per quantità e qualità – afferma tra l’altro il segretario nazionale di Anaao-Assomed, Costantino Troise – e i giovani medici rimangono per anni in uno stato di sotto-occupazione o di precariato, professionale ed esistenziale, una condizione di disagio nel presente e di incertezza sul futuro che li spinge a cambiare Paese. Un regalo da 150mila euro di investimento formativo ai Paesi vicini per ogni medico che lascia (solitamente per sempre) il suolo natìo. Una fuga sestuplicata negli ultimi 5 anni”.

Una “fotografia” che riguarda anche, ahinoi, il Settore trasfusionale.

“Già dall’anno accademico 2017/2018 mancheranno

all’appello quasi 2500 medici specialisti di varie discipline”

Ad affermarlo è stato il coordinatore degli assessori regionali alla Sanità nella Conferenza Stato-Regioni, il piemontese Antonio Saitta. Saitta ha denunciato alla stampa, ultima settimana di maggio, come l’offerta di posti nelle Scuole di specializzazione del Miur corrispondono per l’anno accademico 2017/18 a solo 6200, mentre le necessità espresse dalle Regioni  sarebbero pari a 8.569 unità.

“La carenza di medici in tutte le specialità sta già causando situazioni di emergenza in molti ospedali, in particolare nei territori marginali e poco urbanizzati”, ha denunciato l’Assessore alla Salute del Piemonte, a nome dei colleghi di tutta Italia compreso il nostro Luca Coletto. Gli ospedali “defilati” sono anche quelli dove anche i pochi che usciranno dalle Università, si guarderanno bene dall’andare a lavorare, mentre gli “anziani” via via se ne andranno.

Secondo un rapporto Anaao-Assomed nei prossimi 10 anni, il Servizio sanitario nazionale pubblico avrà un’emorragia notevole data dal gap fra specialisti neo laureati e pensionamenti. L’anno più “nero”

A fronte di una media di 47.500 dipendenti del SSN che cesseranno (vedi tabella accanto sulle attuali fasce di età dei medici) solo 40mila nei prossimi 10 anni potrebbero subentrare. “potrebbero” perché, dopo aver conseguito laurea, specializzazione ed esperienza in Italia, molti propendono per i Paesi Esteri.

Dai soli 396 professionisti che nel 2009 hanno chiesto al ministero la documentazione per esercitare all’estero, si è passati ai 2363 del 2014 (+600%). Un trend che continua a salire. Ma diamo un’occhiata a quanto hanno chiesto le regioni, sulla base delle tabelle della Conferenza Stato-Regioni, come fabbisogno di medici specialisti. Fra parentesi quanto programmato dal Veneto. Non abbiamo sbagliato noi le cifre, il numero del Veneto nelle citate tabelle risulta sempre uguale…

L’età media dei medici in Italia – Fonte Anaao

Anno Accademico 2017/18: fabbisogno medici specialisti Italia: 8.569 (Veneto 564), suddivisi in 1.968 in Area Chirurgica (Chirurgia generale, Ginecologia, Ortopedia, ecc, 2.647 in Area Servizi (Anestesia, Radiologia, ecc.), 3.954 in Area Medica (Pediatria, Medicina interna, Medicina d’emergenza…).

Anno accademico 2018/19: Italia 8.523 (Veneto 564) fra cui 1.962 in Area Chirurgia, 2.627 in Area Servizi, 3.934 in Area Medicina.

Anno accademico 2019/2020: Italia 8.604 (Veneto 564) di cui in Area Chirurgia 1987, in Area Servizi 2.654, in Area Medica 3.963.

Nei nostri 68 ospedali del Veneto, intanto (la Sanità privata convenzionata rappresenta il 12%

del totale, secondo il Governatore Luca Zaia) si erogano 80 milioni di prestazioni l’anno. Vista la “buona salute” di cui, sempre secondo Zaia, gode la nostra Sanità questo è un dato destinato inevitabilmente ad aumentare. Insieme al fabbisogno di sangue e plasmaderivati che serviranno sempre più anche a causa di una popolazione che invecchia sempre più. Ma i nuovi medici nel frattempo calano e l’età media di chi è ancora in servizio continua a lievitare. Come per i donatori…

Le classi di età dei donatori di sangue negli anni. Courtesy: Vincenzo Saturni, Fonte Cns

A ciascuno le proprie competenze, ma anche le proprie responsabilità

di Giorgio Brunello, presidente Avis regionale Veneto

Abbiamo sempre a cuore la salute degli ammalati e le nostre Avis da tempo sanno che fare volontariato non vuol dire solo essere generosi ma anche competenti e organizzati; a fronte della diminuzione di donazioni e donatori le Avis venete stanno rispondendo con una migliore organizzazione della chiamata, della prenotazione e negli ultimi tempi si stanno intensificando le presenze per svolgere l’accoglienza presso i Centri trasfusionali. Insomma un impegno forte per invertire le tendenze al ribasso, calano donatori e donazioni. Questa è una caratteristica del volontariato veneto, impegno concreto, in silenzio si lavora e si aiutano ammalati e cittadini a stare meglio, a vivere con dignità e migliorare il loro benessere.

Il presidente Avis regionale Brunello, con l’assessore alla Salute del Veneto Luca Coletto in un convegno di inizio anno.

Sappiamo anche che senza una buona programmazione, pianificazione, azione di monitoraggio e verifica non riusciamo a capire se le azioni che abbiamo intrapreso sono efficaci e questo vale per la promozione del dono, la ricerca donatori, la comunicazione, la fidelizzazione donatori, la raccolta dove Avis la svolge, insomma per tutte le nostre attività.

Solitamente appunto i volontari operano in silenzio, pensano a come fare meglio solidarietà, ma quando serve occorre anche vigilare e denunciare.

Il nostro modo di agire è un impegno costante anche nelle altre parti del sistema sanitario e sociale? Ce lo stiamo ponendo con molta attenzione perché in questi mesi abbiamo assistito a una politica che faceva a gara per raccontarci che se votavamo questi o quelli avremmo risolto tutti i problemi e alla copertura della spesa ci avrebbero pensato dopo. Notiamo che tutti mettono al centro e c’è un grande dibattito sulla programmazione (Documento Economico Finanziario, Bilanci di Previsione) e quasi mai vediamo dare rilevanza ai bilanci consuntivi che consentirebbero di valutare gli scostamenti rispetto a quanto preventivato, capire i risultati dell’azione svolta, “correggere il tiro” se si sono commessi errori. Anche la più piccola delle nostre Avis quando approva preventivi e consuntivi li mette a confronto, discute e si confronta anche animatamente.

Come si sa bene in sanità le tecnologie contano sempre di più, ma sono ben poco senza le competenze del personale sanitario e il rapporto umano medico-paziente e medico-donatore, fiduciario e trasparente. E questo vale ancora di più quando il personale sanitario ha a che fare con una persona sana che volontariamente e disinteressatamente si reca a donare.

Ma si tratta solo di parole vane se nei Centri trasfusionali, come anche in molti altre specialità sanitarie, i medici mancano o sono pochi per far bene il loro lavoro.

Nel numero di Dono&Vita di giugno abbiamo voluto affrontare proprio questo argomento. Se non ci sono medici, la qualità del servizio cala, le idoneità non si fanno, gli esami arrivano tardi, le aperture dei Centri non tengono conto delle disponibilità dei donatori, insomma si fa molta, troppa fatica a donare.

Quale programmazione è stata fatta anni addietro per assicurare il numero di medici che oggi serve? Il Ministero e le Università, chi ha responsabilità formative, quanto ha tenuto conto della domanda di personale proveniente dalle organizzazioni pubbliche e private? Ancora, non vi è traccia di risposte a richieste specifiche per il trasfusionale. Così facendo i medici vanno in pensione, gli infermieri scarseggiano e i Centri trasfusionali chiuderanno?

Il dottor Antonio Breda, responsabile del Crat Veneto (Coordinamento regionale attività trasfusionali)

Ci confrontiamo con la struttura politica e tecnica sia regionale, sia locale. Ai nostri convegni partecipano presidenti, sindaci, assessori, insomma spesso sono con noi le massime autorità regionali e locali. Con i responsabili tecnici ci si confronta sul piano tecnico e con i responsabili politici sul piano delle strategie e degli interessi della Comunità. Tutti ci ringraziano sempre, ogni volta, per il sangue e il plasma che i generosi donatori veneti offrono alle comunità e per il lavoro dei dirigenti associativi, tutti orientati ad assicurare il sangue, emocomponenti e farmaci plasmaderivati agli ammalati.

Li ringraziamo per le… lodi, ma ci piacerebbero meno ringraziamenti e più concretezza nella soluzione dei problemi. Ci gratificherebbero meglio più pianificazione e progettazione condivisa. Non basta essere invitati ai tavoli, ma occorre avere pari dignità, ciascuno ovviamente con le proprie specifiche competenze. Il Sistema Veneto ha funzionato bene finora proprio perché le associazioni sono state coinvolte anche nella formulazione delle leggi e provvedimenti tecnico attuativi.

Crediamo sia venuto il momento di cambiare perché i donatori fanno la loro parte, i dirigenti associativi dedicano il loro tempo, competente e qualificato ma solo insieme alla politica e alle strutture tecniche potremo superare le criticità attuali.

Continuiamo a donare, ancora più di ieri, con maggiore frequenza, con la passione di sempre consapevoli che chi chiede il nostro dono sono solo gli ammalati ma vigileremo ancora più di ieri perché ciascuno faccia la sua parte. Noi continuiamo a donare, sempre.

Preoccupa il calo dei medici in ospedale: da un’inchiesta di “Dono&Vita” l’allarme di Avis e Anaao Assomed Veneto

Nella nostra regione la scarsità di medici e personale sanitario nei Centri trasfusionali degli ospedali pubblici sta mettendo in crisi l’intero sistema sangue e la generosità di migliaia di veneti. Sono all’ordine giorno, infatti, le lamentele e le segnalazioni negative da parte di donatori, dirigenti Avis e professionisti del settore. Le riduzioni di orari e di personale, le lunghe attese per la refertazione degli esami e per donare, ma anche l’aumento delle responsabilità per i pochi medici rimasti, stanno minando la tenuta dell’intero sistema trasfusionale.

Lo stesso accade praticamente in tutte le altre discipline sanitarie dove si assiste ad un preoccupante fenomeno di “fuga” dei medici dal pubblico al privato.

A denunciarlo, in una conferenza stampa congiunta a Mestre il 5 luglio 2018, sono Avis regionale Veneto e il sindacato dei dirigenti medici Anaao Assomed Veneto.

In Veneto, in questi ultimi mesi – dichiara il dott. Adriano Benazzato, Segretario regionale Anaao Assomed sono passati dal pubblico al privato oltre 50 medici, altri sono andati in pensione senza essere sostituiti, pochi hanno partecipato ai concorsi pubblici (alcuni andati deserti). Nei prossimi cinque anni lasceranno il Servizio Sanitario Regionale, per motivi anagrafici, molti dirigenti medici determinando un saldo negativo di circa 1.000 medici al 2022”.

Nello specifico del settore trasfusionale, inoltre, un’inchiesta del periodico di Avis regionale “Dono&Vita”, a firma del direttore Beppe Castellano, apre uno scenario molto preoccupante. “Nel giro di un anno sono stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale, in Veneto, sei concorsi pubblici per titoli ed esami rivolti ad aspiranti dirigenti medici di medicina trasfusionale – si legge – 3 o 4 soltanto offrivano contratti a tempo indeterminato e quindi una certa sicurezza professionale ed un futuro a chi avesse scelto di impegnarsi in un settore molto delicato e in continua evoluzione”.

 “Quella del medico trasfusionista è una specialità medica su cui si basa tutta la sanità pubblica – spiega il presidente di Avis Veneto, Giorgio Brunello nonostante ciò, è ormai numericamente al minimo storico, con conseguente riduzione di orari nei Centri trasfusionali dove donano i nostri donatori, proprio in tempi in cui, invece, le donazioni dovrebbero essere il più possibile incrementate perché continuano a calare. E si sa, senza sangue, la sanità si ferma”. Tra l’altro, la medicina trasfusionale non è neppure riconosciuta come scuola di specializzazione nelle facoltà di medicina. “In pochi scelgono di diventare medici immunoematologi, perché l’impressione è che si stia tornando al passato, quando i Centri di raccolta del sangue erano nei sottoscala – afferma ancora Brunello – mentre la complessità odierna della Medicina trasfusionale imporrebbe tutt’altra considerazione”.

Ma l’inchiesta di Dono&Vita, che ha una diffusione di oltre 100mila copie in Veneto e in Italia, affronta anche il problema più generale. Un allarme periodico, negli ultimi anni, da parte dei sindacati dei medici che il più delle volte è passato sotto silenzio.

“Dopo 40 anni dalla sua istituzione, il Servizio sanitario nazionale versa in pessima salute, e la prognosi rimane riservata – aveva scritto Anaao Assomed al nuovo Governo

D’altra parte una strategia complessiva di ridimensionamento dell’intervento pubblico e del ruolo e del numero dei medici, produce un peggioramento senza precedenti delle loro condizioni di lavoro, fino a spingerli alla fuga dagli ospedali, e rende sempre più difficile ed ineguale l’accesso dei cittadini ai servizi”.

E non è tutto, sempre più medici specialisti italiani “fuggono” all’estero per non tornare più. Generalmente sono i più capaci e promettenti che potrebbero far crescere la qualità della Sanità italiana, oppure quelli che con anni di esperienza potrebbero trasferire quest’ultima alle nuove generazioni. Secondo i dati di Ministero della Salute, riportati nell’inchiesta, nel 2009 avevano chiesto la documentazione per esercitare all’estero 396 professionisti, nel 2014 erano già 2.363 (+600%), mentre l’età media dei medici italiani è sempre più alta.

Avis regionale Veneto e Anaao Assomed Veneto hanno perciò deciso di far sentire insieme la propria voce.

(Ufficio stampa Avis regionale Veneto)

“In calo donatori e donazioni. Avis Veneto e Assessorato Sanità invitano a donare

Un grazie immenso a chi già dona, un invito a diventare donatore a chi non lo è! Perché senza sangue la sanità si ferma! 

Avis regionale Veneto e Assessorato regionale alla Sanità lanciano insieme l’invito al dono dei cittadini al dono, in occasione della Giornata mondiale del donatore, che si celebra il  14 giugno.

“Donatori e donazioni non bastano! Non crescono abbastanza le donazioni di sangue, i nuovi iscritti e i soci totali – spiega il presidente dell’Avis regionale Veneto, Giorgio Brunello, in vista della “Giornata mondiale del donatore” che si celebra il 14 giugno.

Una giornata che rischia di diventare “amara” per la nostra realtà veneta, specie con l’arrivo dell’estate, da sempre il periodo più critico per il settore trasfusionale,

Non è andata affatto meglio per le donazioni di plasma, passate da 30.823 del 2016 a 27.920 del 2017, con un -9.42%.

“Siamo di fronte a una tendenza nazionale – dice l’Assessore alla Sanità della Regione, Luca Colettoche va invertita con nuove azioni di sensibilizzazione. Pur in un momento di difficoltà, i veneti spiccano comunque per la loro generosità, tanto che l’autosufficienza regionale in sangue ed emocomponenti è stata confermata sia nel 2017 che nei primi mesi del 2018, rispondendo quindi alla domanda per le numerose e complesse attività sanitarie svolte in Veneto. Anche se, va sottolineato, calano seppur di poco, le trasfusioni di emazie grazie ad una più puntuale verifica dell’appropriatezza terapeutica ed all’implemetazione del Programma Patient Blood Manegement, attraverso il quale viene adottata una strategia a livello di Azienda sanitaria per ridurre i fattori di rischio trasfusionale ancor prima dell’eventuale trasfusione a seguito per esempio di un intervento chirurgico programmato”.

Quest’anno, al 30 aprile 2018, si è assistito ad una leggera ripresa: 58.250 donazioni di sangue intero rispetto alle 57.848 dei primi quattro mesi del 2017, con un più 0.69%.

La situazione è però diversa nelle varie province: Vicenza è in lieve calo, mentre Venezia è in ripresa, come Padova e Verona. Per Rovigo e Treviso la situazione non è cambiata e si conferma il decremento.

E questo proprio quando si assiste all’aumento delle donazioni di organi (anche grazie alla possibilità di esprimere la propria volontà a donare dopo la morte al rinnovo della carta d’identità) e di trapianti, che stanno facendo balzare il Veneto in cima alla classifica nazionale.

Una situazione preoccupante, perché senza sangue entra in crisi l’intera sanità veneta, e con essa il delicato settore dei trapianti stessi.

Una preoccupazione che diventa ancora più alta, perché stanno calando i donatori – spiega Brunello – dal momento che i nostri soci invecchiano e i giovani donano poco. I nuovi iscritti, nel 2017, erano già un migliaio in meno rispetto all’anno precedente: 9.737 contro i 10.927.

Tendenza che deve essere invertita. Le Avis, dalla regionale alle comunali, passando per le provinciali, ce la stanno mettendo tutta, anche con una presenza sempre più forte nelle scuole oltre con una miriade di iniziative diverse. Rinnovato anche il sito www.avisveneto.it e i social, per fornire più informazioni possibili su come diventare donatori.

Ad oggi, in Veneto, sono iscritti all’Avis regionale oltre 136mila soci-donatori.

“Non bastano –ribatte Brunello – donare il sangue è un gesto semplice, ma fondamentale. Un gesto generosa salva vita, che non ha alcun paragone. Nella giornata dedicata al donatore, Avis rivolge un grazie immenso a chi già lo compie e un invito forte a pensarci per chi non lo ha ancora fatto”.

 

 

In Veneto aumentano i trapianti, ma calano donazioni di sangue, donatori e medici trasfusionisti. Avis regionale: “Occorre invertire la tendenza”

In Veneto, lo scorso anno, sono calate le donazioni di sangue Avis anche nelle province dove, di solito, si avevano i migliori risultati (come Treviso -1,29%, Venezia -1,47%, Rovigo -6,06% e Verona -2,14%). In totale, le donazioni di sangue intero da donatori avisini sono state 185.280, con un calo dello 0,96% rispetto all’anno precedente. Non è andata affatto meglio per le donazioni di plasma, passate da 30.823 del 2016 a 27.920 del 2017, con un -9.42% In questo caso, la raccolta di plasma ha visto un decremento significativo dovuto al fatto che per fronteggiare le necessità, alcuni donatori sono stati invitati a donare sangue intero.

Per rispondere alle richieste dei nostri ammalati e dei nostri ospedali, inoltre, nel corso dell’anno si è dovuto ricorre a sangue proveniente da fuori regione, precisamente da Trento e Bolzano.

Entra subito nel merito del problema, il presidente Giorgio Brunello, aprendo l’assemblea dell’Avis regionale Veneto, sabato 21 aprile a Peschiera del Garda, nel veronese. All’appuntamento della più grande associazione di volontariato del Veneto (136.583 soci) hanno partecipato oltre 300 rappresentanti dalle Avis provinciali di tutto il Veneto, Abvs (Belluno) compreso. 

“Nel 2018 vi è una leggera ripresa e i dati ancora parziali ci indicano un +2,86%, ma la preoccupazione resta alta, anche perché a calare sono pure i donatori – spiega Brunello –i nostri soci invecchiano e i giovani donano poco. Tra le cause, oltre al raggiungimento dell’età di stop per molti donatori, a 67 anni, il fatto che i giovani faticano a diventare donatori e, quando lo fanno, vengono in parte sospesi perché viaggiano, non sempre tengono un corretto stile di vita, hanno posti di lavoro più precari e sono preoccupati a chiedere il permesso per donare”.

Su quest’ultimo punto, che riguarda lavoratori di tutte le età, Brunello punta il dito, chiamando in causa direttamente le strutture sanitarie: “Non è la domanda che deve adeguarsi all’offerta, ma viceversa. Se le giornate più richieste dai donatori sono il sabato e la domenica, perché non sono al lavoro, le aperture dei centri vanno concentrate in quei giorni”. Soprattutto di questo tempi, che evidenziano un calo anche dei medici trasfusionisti. Tra chi va in pensione e non viene sostituito, e chi preferisce lavorare in una struttura privata, la penuria di medici dedicati alla raccolta del sangue e all’attività trasfusionale in Veneto si sta facendo sentire in modo pesante.

“O si inverte la tendenza, o la sanità veneta entrerà in crisi! Senza sangue non si opera e non si cura”. Basti pensare ai trapianti che stanno crescendo nella nostra regione e che necessitano di sangue, plasma e piastrine, anche in grande quantità in alcuni casi: in Veneto (nei centri di Verona, Padova, Vicenza e Treviso), i trapianti sono passati dai 437 del 2015 ai 646 del 2017 (fonte Aido Veneto).“Basterebbe questo unico dato per dire che occorre invertire la tendenza, noi stiamo mettendo in campo le nostre azioni, le istituzioni agiscano con le loro” – ha tuonato il presidente regionale.

La chiamata diretta dei donatori, la prenotazione di giorno e orario per donare, l’accoglienza da parte dei volontari dei donatori sia presso i Centri trasfusionali degli ospedali sia presso le unità di raccolta periferiche Avis (che si trovano nel padovano, trevigiano e veneziano e coprono il 30% della raccolta totale regionale) sono le azioni più forti che si sta cercando di attuare ovunque. Un Osservatorio associativo (in collaborazione con l’Università di Padova) sulla donazione per misurarne l’efficacia, l’andamento e le criticità, i modi più adatti per attirare i giovani è l’altra strada che la Regionale intende intraprendere.

Aumentati, negli ulti tempi, anche gli interventi degli operatori Avis nelle scuole di ogni ordine e grado in tutto il Veneto, in particolare nelle classi quarte e quinte delle superiori, dove i ragazzi si avvicinano alla maggiore età. Si incontrano migliaia di studenti, ai quali vengono offerte attività di gioco, teatro e lezioni informative sulla solidarietà del dono. E sempre più presente l’Avis lo sarà nei centri estivi/Grest e nei contesti sportivi frequentati da giovani.

Lo scorso anno i nuovi donatori Avis in Veneto sono stati 9.737 contro i 10.927 del 2016, non abbastanza!

Ufficio Stampa Avis Veneto

Pubblicata la sentenza del Consiglio di Stato: Behring può lavorare plasma del Veneto e di altre 8 regioni del NAIP

La multinazionale australiana Behring CLS può lavorare e trasformare il plasma dei donatori del Veneto (ma anche di Valle D’Aosta, Friuli, Trentino, Alto Adige, Liguria, Umbria, Abruzzo e Basilicata) nei suoi stabilimenti di Berna, con stoccaggio e “logistica” in una collegata in Germania. La parola fine ad una vicenda che si trascina da ormai da più di due anni è stata messa (sembra) dalla sentenza dal Consiglio di Stato (secondo livello della Magistratura amministrativa) del 16 gennaio, pubblicata il 28 febbraio.

La sentenza del Consiglio di Stato in pratica ribalta la sentenza di primo grado del TAR del Veneto (23 agosto 2017) in cui si dava ragione a una delle aziende “concorrenti”, la Kedrion Spa di Lucca. Il Tar Veneto annullava l’assegnazione della gara di appalto per la lavorazione del plasma vinta dalla CLS Behring che già dal 1° maggio 2017 aveva però iniziato a ritirare il plasma dai Centri trasfusionali del Veneto e delle altre 8 fra regioni e province autonome. In totale (dati Centro nazionale sangue) i chilogrammi raccolti e inviati alla trasformazione da parte del NAIP nel 2017 sono esattamente 194.993.

Ma vale la pena di ripercorrere tutta la vicenda fin dall’inizio.

  • 2012 – Il Decreto ministero Salute del 12 aprile – adeguandosi alla normativa europea – dispone che il c/lavorazione del plasma Italiano possa e debba essere “aperto” anche ad aziende estere, in base alla legge 219/2005. Dalla metà degli anni ’80, infatti, una sola azienda – l’italiana Farma Biagini, poi Kedrion – poteva lavorare il plasma nazionale in un regime di sostanziale monopolio. La prima esperienza di c/lavorazione era partita proprio dal Veneto, sull’onda delle infezioni HIV “importate” con plasmaderivati commerciali esteri.
  • 2014 – Il 5 dicembre il Ministero della Salute individua i “Centri e Aziende di frazionamento e produzione di emoderivati autorizzati alla stipula delle convenzioni con le regioni e le Province autonome per la lavorazione del plasma raccolto sul territorio nazionale”. Vengono autorizzate cinque aziende multinazionali: Kedrion (sede centrale Italia), Behring (Australia), Grifols Italia (Spagna), Octapharma Italy (Svizzera) Baxter Manifactoring, oggi Baxter-Baxalta assorbita da Shire.
  • 2015 – È l’anno in cui si “aggregano” le Regioni in quattro Accordi Interregionali. Vedremo in coda all’articolo a che punto sono gli altri. L’ex AIP con capofila Veneto (che comprendeva oltre alle attuali anche le due grandi regioni di Toscana ed Emilia Romagna) si trasforma in NAIP a settembre. A Novembre 2015 il Veneto (Regione e CRAT) capofila, a tempo di record, indice la gara di aggiudicazione. Vi partecipano tre aziende: Behring. Kedrion, Grifols.
  • 2016 – Il 25 marzo, sempre a tempo di record, l’appalto per lavorare il plasma del NAIP viene assegnato al “miglior offerente”: la Behring. E qui si aprono le cateratte delle polemiche. Da più parti, anche interne alle associazioni di donatori, viene criticata la velocità eccessiva di pubblicazione ed assegnazione, anche sulla base dei parametri di punteggio in base a “qualità (10%) ed economicità (90%)” contenuti nel capitolato e che sarebbero stati del tutto stravolti dal successivo Nuovo Codice degli Appalti pubblici emanato proprio a primavera 2016. Inutile dire che le due aziende escluse ricorrono immediatamente al TAR del Veneto. Sei sono i ricorsi e controricorsi incrociati. Anche la Behring ricorre contro la Kedrion. quest’ultima, in particolare, punta sul fatto che la Behring ha uno dei suoi stabilimenti, in cui dovrebbe transitare il plasma italiano, in Germania. Qui è ammessa la donazione a pagamento e la legge italiana esclude stabilimenti in nazioni (anche UE) in cui è ammessa donazione a scopo di lucro.
  • 2017 – Il 23 agosto il TAR del Veneto sentenzia come: “la CLS Behring avrebbe dovuto essere esclusa dalla procedura di affidamento (…) pertanto l’aggiudicazione disposta a favore della CLS Behring deve essere annullata”. Ne abbiamo riferito sia sul sito, sia sulla “carta stampata“. Parte immediatamente il ricorso della Behring, della Regione Veneto e della “Azienda Zero” al Consiglio di Stato che in Veneto, con legge regionale 2016, si occupa di tutte le questioni inerenti la sanità.
  • 2018 – Il 16 gennaio si riunisce la terza sezione del CdS (giudici Lipari, Spiezia, Noccelli, Santoleri, Calderoni). Il 28 febbraio la ponderosa sentenza, 52 pagine in cui viene ripercorsa tutta la vicenda giuridico-legislativa, viene pubblicata col n. 01257/2018REG.PROV.COLL. In sostanza la sentenza accoglie in toto gli appelli di Behring, Regione Veneto e Azienda Zero azzerando quanto deciso dal TAR del Veneto. Dal CRAT del Veneto, per bocca del suo direttore Dott. Antonio Breda, un “no comment” motivato dal fatto che non aveva commentato neppure la sentenza del TAR.

La situazione degli altri Accordi Interregionali italiani

RIPP Capofila Emilia Romagna con Calabria, Puglia e Sicilia (206.067 kg di plasma prodotti nel 2017). Ha concluso a fine 2017 l’assegnazione della gara (30% prezzo e 70% qualità) a un raggruppamento temporaneo di imprese (Kedrion-Italia e Grifols-Spagna). Anche in questo caso sono partiti subito i ricorsi delle aziende escluse, CLS Behring e Baxter-Baxalta, a TAR e Garante della Concorrenza. Per ora sembra bloccata anche questa.

PLA.NET Capofila è la Toscana con Lazio, Campania, Marche e Molise (181.135 kg di plasma nel 2017).  Il bando è stato pubblicato e si è chiuso. Le buste con le offerte sono state aperte il 31 gennaio. Tre le ditte che hanno partecipato: Kedrion, Grifols, Baxter. A breve dovrebbe giungere a conclusione. Anche qui ricorsi e controricorsi permettendo. “Nell’iter abbiamo coinvolto nel collegio tecnico  – ha detto Simona Carli del Centro regionale sangue Toscana – tutti gli attori del sistema, Associazioni in testa. È fondamentale arrivare alla fine di tutte le gare. Con i ricorsi incrociati sulle prime gare espletate stiamo pagando solo le vacanze agli avvocati, paralizzando il sistema nazionale”.

ACCORDO – Capofila è la Lombardia, “associata” con Piemonte e Sardegna (245.126 kg di plasma raccolti nel 2017). L’Accordo sembra essere ancora al palo. Sulla situazione, come ha amaramente denunciato al convegno di Verona del 20 gennaio scorso Giampietro Briola a nome di Avis Lombardia, non c’era alcuna notizia né tantomento la Regione ha mai interpellato le associazioni di donatori. Era assente allo stesso convegno il responsabile del Centro regionale sangue della Lombardia, Davide Rossi.

Ma perché tanto interesse da parte delle multinazionali del plasma per il dono dei volontari italiani? La risposta nell’inchiesta, già pubblicata nel numero a stampa di dicembre, che vi proponiamo qui online. (B.C.)

Il plasma sempre più risorsa strategica mondiale come acqua, energia e metalli rari. La sfida etica del “Sistema Italia”.

Solo chi avrà sufficiente disponibilità di “oro giallo”, nel prossimo decennio, sarà al sicuro dai “ricatti” del mercato internazionale, dalle sue oscillazioni di prezzo e da eventuali penurie di prodotti. Con ricadute, non solo economiche, che potrebbero essere tragiche per i propri cittadini.     

Solo gli Stati che avranno conservato la “proprietà” e il controllo di materia prima e prodotti derivati potranno assicurare a tutti i propri cittadini – e non solo, come vedremo – il diritto inalienabile alla Salute.

È chiaro, a questo punto, che non stiamo certamente parlando di “oro vero”, né tantomeno di catename, gioielli o “antiche” medaglie d’oro avisine, bensì di plasma e plasmaderivati.

Il plasma è ormai universalmente considerato una “materia prima strategica” al pari di acqua potabile, fonti energetiche e metalli rari. Altro che “donazione di serie B”, come qualcuno considera ancora la donazione di plasma!

E l’Italia? Come è messa? Ebbene, da questo punto di vista il nostro Paese è ormai forse fra i  migliori al mondo. Sotto il profilo della quantità e della qualità. Con il Piano quinquennale del Centro nazionale sangue dovremmo sfiorare nel 2020 l’autosufficienza anche per immunoglobuline e albumina (vedi tabella)

Finora questo è stato possibile, grazie anche a tutti voi donatori volontari, ai vostri dirigenti, alle vostre Associazioni e a quei 90 anni di “utopia” partiti dal dottor Vittorio Formentano nel 1927.

Siamo partiti dal Veneto, esattamente dal Seminario Internazionale che la Fiods (Federazione internazionale organizzazioni donatori di sangue) ha voluto organizzare a Castelbrando di Cison di Valmarino (TV) il  27 e 28 ottobre scorso, per dipanare questo servizio-inchiesta.

Ideale conclusione, sempre in Veneto, è stato il Seminario IL MODELLO ITALIANO DELLA DONAZIONE DI SANGUE, AUTOSUFFICIENZA ED ETICA. Il CONTO LAVORAZIONE DEL PLASMA IN ITALIA ALLA LUCE DEI NUOVI ACCORDI INTERREGIONALI PLASMA che si è svolto sabato 20 gennaio presso la Sala della Gran Guardia a Verona. A organizzarlo è l’Avis regionale Veneto.

Ma torniamo all’interessante incontro Fiods di ottobre. Dopo i saluti del presidente Fiods Gianfranco Massaro, il convegno è stato aperto da una lezione magistrale del dottor Giancarlo Maria Liumbruno, direttore del Centro nazionale sangue.

Particolarmente interessante la mole di dati a livello mondiale che  sono stati illustrati da Liumbruno e dagli altri esperti internazionali invitati da Gianfranco Massaro. L’accento è stato posto, in particolare, sulla risorsa plasma e plasmaderivati, la cui richiesta nel mondo continua ad aumentare in modo esponenziale.

“Una risorsa davvero strategica – ha affermato Liumbruno – al pari dell’energia e dell’acqua potabile. Una ricchezza per tutti che viene volontariamente donata da quasi 2 milioni di volontari in Italia”.

Quello del plasma è un mercato destinato a toccare, a livello mondiale cifre iperboliche. Sotto il profilo economico, l’Agenzia di ricerche di mercato “Market Research Future” ha aggiornato proprio a gennaio 2018 le previsioni per il mercato globale dei medicinali plasmaderivati. Toccherà nel 2023 laa cifra di 58,2 miliardi di dollari, con una crescita annua percentuale (dal 2017) del 7,52%. In pratica il doppio del giro d’affari dei dieci maggiori Paesi produttori ed esportatori di armi (legali) nel 2014.

È ovvio, quindi, come a livello planetario la battaglia fra le “sette sorelle” per accaparrarsi quanta più “materia prima” possibile (meglio se di alta qualità com’è quella italiana) sarà ancor più senza esclusione di colpi.

Così come lo sarà la battaglia per ampliare le proprie quote di mercato, in particolare nei grandi Paesi emergenti. E per i medicinali che riguardano malattie rare, ma “lucrose”, come l’Emofilia.

L’Italia è fra i produttori di plasma più importanti in Europa. Questo nonostante raccolga, a differenza di altri Paesi anche dell’Unione Europea, esclusivamente da donatori volontari, non remunerati, periodici e per la maggior parte associati.

È la legge che lo impone, una legge – la 219 del 2005 – fortemente voluta dalle Associazioni di volontariato dei donatori. E tutto il plasma nazionale – un quarto del quale è ottenuto con plasmaferesi – è inviato al frazionamento per essere trasformato in medicinali plasmaderivati come: Immunoglobuline, albumina, Fattori (VIII e IX) della coagulazione per l’Emofilia, antitrombina, ecc.

E questo per rimanere solo agli attuali utilizzi dei componenti del plasma. “L’oro giallo”, infatti, sarà sempre più prezioso via via che si studiano nuovi utilizzi dei suoi componenti.  È una vera “miniera d’oro”, in prospettiva, per curare tantissime malattie.

In Italia, lo ricordiamo, materia prima e prodotti trasformati restano sempre, esclusivamente di proprietà delle Regioni, quindi pubblica. Questo grazie al C/lavorazione “nato” proprio in Veneto a metà degli anni ’80. Non è ammesso nel nostro Paese, in nessun modo, trarre profitto da sangue e suoi componenti.

L’Italia, come vediamo nella tabella, è al 7° posto al mondo come raccolta di plasma inviato al frazionamento. Inarrivabili in testa alla classifica vi sono però tre Paesi. Se uno sono gli USA, due appartengono all’Unione Europea: Germania e Repubblica Ceca. Qui è ammessa la dazione retribuita di plasma.

Nell’altra tabella (fonte la stessa PPTA delle Case farmaceutiche che descriviamo qui) il trend dei fabbisogni di plasma per produrre Immunoglobuline (rosa), Albumina (blu) e Fattore VIII (verde) fino al 2014. La linea di crescita dei fabbisogni per i tre farmaci si sta impennando e crescerà in proporzione ancor più nei prossimi anni. Tanto che anche le stesse Aziende farmaceutiche studiano nuove strategie per incrementare la raccolta globale di plasma. L’obiettivo di Fiods, quindi di tutte le Associazioni di volontari del sangue e del plasma aderenti, secondo il presidente Massaro non può essere che quello “di consolidare i risultati raggiunti nei Paesi sviluppati; agire affinché più Paesi possibile possano disporre di sangue sufficiente da donatori non remunerati e anche per l’autosufficienza nella raccolta del plasma per la trasformazione industriale. Un modello virtuoso ed etico è quello italiano che continua a basarsi sulla donazione non remunerata e sul controllo della “materia prima” plasma che resta di proprietà pubblica, quindi di tutti i cittadini”. Donatori o riceventi che siano. Un modello da difendere strenuamente, come viene più volte ripetuto coralmente da politici, esperti e associativi.

Verso l’autosufficienza per mettersi al riparo da crisi mondiali

I medicinali derivati ​​dal plasma (MPD) come le immunoglobuline e i fattori di coagulazione sono indicati dall’Organizzazione mondiale della sanità come farmaci essenziali. Questi e altri MPD sono fondamentali per la profilassi e il trattamento di pazienti con disturbi emorragici, deficienze immunitarie, malattie autoimmuni e infiammatorie e una varietà di altre malattie.

Se l’attenzione nell’uso di sangue (come il Patient Blood Management in Italia) nei paesi sviluppati sta riducendo lentamente il fabbisogno di globuli rossi e quindi i volumi di raccolta di sangue intero (con conseguente flessione del plasma da separazione per il frazionamento industriale), la necessità di MPD in tutto il mondo continua ad aumentare in modo deciso.

La maggior parte del plasma per la produzione di MPD arriva dall’industria statunitense che lo raccoglie da donatori retribuiti.

Lo squilibrio geografico nella raccolta di plasma è fonte di preoccupazioni. Le eventuali interruzioni locali delle forniture di plasma potrebbero causare carenze regionali e globali di medicinali plasmaderivati vitali. Il plasma rientra nella definizione di “risorsa strategica”, ovvero “materia prima economicamente importante soggetta a un rischio più elevato di interruzione dell’erogazione”. Una risorsa, quindi, paragonabile all’energia e all’acqua potabile. Ancora più preziosa lo è in Italia, dopo gli sforzi fatti per la sicurezza negli ultimi 30 anni.

Le raccolte di plasma andrebbero aumentate al di fuori degli Stati Uniti, anche nei paesi a basso e medio reddito. È quindi necessario creare cultura della donazione in questi Paesi, per rafforzare la raccolta di plasma di qualità. Ciò richiederà forti politiche nazionali e regionali. Anche con progetti di cooperazione fra Paesi, come l’Italia, dove il volontariato puro è alla base di tutto e Paesi dove, perfino il sangue, ancora si “compra e vende”.

Vitale è quindi un equo equilibrio dell’offerta internazionale di plasma per ridurre il rischio di carenza improvvisa di approvvigionamento in tutto il mondo. Pensiamo all’America First di Trump. Gli USA “producono” i due terzi del plasma destinato al frazionamento. E se per qualsiasi ragione, di approvvigionamento o speculative, gli Stati Uniti chiudessero i “rubinetti”  da un momento all’altro?

La sfida vera dei prossimi anni anche in Unione Europea – dove le case farmaceutiche esercitano un potere di lobbyng molto maggiore rispetto al volontariato – sarà su questo terreno: plasma “etico” o commerciale?

Le “sette sorelle” del mercato mondiale del plasma

Le “sette sorelle” è un termine coniato da Enrico Mattei, “padre” dell’Eni nell’immediato dopoguerra. Erano le compagnie petrolifere che si spartivano, a livello mondiale, l’estrazione, la lavorazione e il commercio del petrolio nel mondo. Erano tutte statunitensi o inglesi.

Oggi, combinazione, le aziende multinazionali che si occupano di raccolta e successiva plasmaderivazione sono ancora sette. Ne abbiamo ricostruito una “mappa”, con tutti i centri di “plasmaproduzione”.

La fonte è una presentazione svolta a un convegno della Ppta (Plasma protein Therapeutics association) che riunisce le aziende che si spartiscono il commercio mondiale di plasmaderivati. Si è svolto a Malta a maggio 2017 e la presentazione è “pubblica”, l’abbiamo infatti reperita su internet. Eccole, comunque, le 7 maggiori aziende, in ordine secondo il numero di “centri di raccolta” presso cui si riforniscono. Sono esclusi da questo computo, naturalmente, i nostri Centri trasfusionali pubblici.

Grifols – Spagna. Stabilimenti in Spagna e USA. 187 centri di plasmaferesi nel mondo.

Cls-Behring – Australia. Stabilimenti di trasformazione in USA, Australia, Germania, Svizzera. 172 centri di plasmaferesi nel mondo.

Shire (ex Baxalta-Baxter) – Sede: USA. Stabilimenti in USA, Austria, Belgio, Svizzera e Italia. 95 centri di plasmaferesi nel mondo.

BPL – Sede: Gran Bretagna dove ha gli stabilimenti. 38 centri di plasmaferesi.

BioTest – Sede: Germania. Stabilimenti in Germania. 33 centri di plasmaferesi.

Kedrion – Sede: Italia. Stabilimenti di trasformazione in Italia, USA, Ungheria. 19 centri di plasmaferesi nel mondo.

Emergent Biosolution – Sede Canada. Stabilimento, Canada. Centro di plasmaferesi, Canada.

I centri di plasmaferesi sono costituiti a una vera e propria “galassia” di società e aziende controllate o “opzionate” dalle sette sorelle. Eccone qui sotto la mappa.

 

Ricerca sulle cellule staminali: da Belluno nuove prospettive grazie a Tes-Università-Ct Belluno-Abvs ed Avis

Il sangue umano contiene oltre a globuli rossi, bianchi, plasma e piastrine anche cellule staminali periferiche circolanti. Una scoperta recentissima, veneta, ma che apre nuove prospettive di studi e ricerche per arrivare a nuove terapie per molte malattie.

Una ricerca dell’Università di Padova, Dipartimento di scienze del Farmaco, in collaborazione con la Fondazione TES Onlus e il Servizio trasfusionale di Belluno, supportata dall’Abvs (Associazione bellunese volontari sangue) e dalle Avis del Veneto è stata portata avanti negli ultimi due anni. Con successo. Tanto da essere pubblicata sul “Journal of cellular and molecular medicine” il 5 gennaio 2018, aprendo rivoluzionarie prospettive nell’uso delle cellule staminali multipotenti, trovate nel sangue periferico, come farmaci innovativi.

Alla sala degli affreschi del Palazzo della Provincia di Belluno, mercoledì 7 febbraio, la prof.ssa Rosa Di Liddo, responsabile del progetto, ha presentato la ricerca. Si è partiti dall’utilizzo del gel leucopiastrinico, secondo il metodo messo a punto dai trasfusionisti del Sit di Belluno e già utilizzato a livello clinico, per arrivare ad ottenere in modo “standardizzato” le cellule staminali multipotenti. “Aver definito una procedura standard per moltiplicare le cellule staminali presenti nel sangue di donatori e quindi in ciascuno di noi rende possibile poter ricorrere alle staminali autoprodotte ogni volta che sia necessario, ricorrendo ad un semplice prelievo – ha spiegato la Di Liddo – Queste cellule potranno essere coltivate in laboratorio per aumentarne la disponibilità, sino all’occorrenza. Oggi siamo in grado di dare una fisionomia precisa alle staminali. Abbiamo verificato che queste cellule esprimono la potenzialità a migrare dal circolo sanguigno ai tessuti, sviluppano effetti antiinfiammatori e quindi possono partecipare alla risposta rigenerativa tessutale”. Un modo ulteriore per valorizzare il dono generoso dei donatori volontari, periodici e non remunerati non solo di Belluno, ma dell’intero Veneto.

“Abbiamo raggiunto un importante traguardo – ha detto il prof. Pier Paolo Parnigotto, presidente di Tes – ma siamo consapevoli che ci attende una ulteriore, fondamentale fase di ricerca. Il nuovo obiettivo è come indirizzare le nostre staminali, stimolandole ad esprimere le loro potenzialità rigenerative su organi o tessuti danneggiati”.

Ad introdurre la mattinata è stata Gina Bortot, presidente provinciale dell’Abvs, che da anni  sostiene il progetto di Tes in seno al Centro trasfusionale di Belluno: “Il riconoscimento internazionale per i risultati ottenuti è il segnale che la nostra fiducia è stata ben riposta e che tutti hanno lavorato al massimo e con entusiasmo. Ci sprona ancora di più sapere che questa non è altro che una tappa intermedia, che sono infinite le porte che questa ricerca ha aperto”.

Ospiti Roberto Padrin, presidente della Provincia di Belluno, nonché donatore di sangue, il dott. Giovanni Maria Pittoni, direttore sanitario Ulss 1 Dolomiti, il dott. Stefano Capelli direttore della StrutturaTrasfusionale Ulss 1 e Giorgio Brunello, presidente dell’Avis regionale Veneto. “I risultati di oggi sono un esempio di quanto può fare la collaborazione tra associazioni, ricercatori, servizi, trasfusionali, cittadini – ha detto Brunello – questo è il modello dello spirito di volontariato, del gioco di squadra che mettendo insieme persone, risorse ed energie porta a risultati importanti per il bene di chi ha bisogno. Da Belluno, oggi, parte un’esperienza forte, importante con ricadute positive per tutti”.  

A moderare gli esperti il consigliere nazionale di Avis, Gino Foffano.

Presenti anche il responsabile del Crat, Antonio Breda, il dott. Gaetano Caloprisco, medici trasfusionisti e dirigenti associativi.

(Servizio e foto di Beppe Castellano e Michela Rossato)

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