Inchiesta: Se i giovani incontrano muri o li abbattono, o se ne vanno

Facciamo parlare direttamente loro: i giovani. Davvero non vogliono impegnarsi? E quando si impegnano attivamente dopo un po’… spariscono. Non saranno forse troppi i muri costruiti attorno a loro?

inchiesta di Beppe Castellano

È  il tormentone di quasi ogni incontro, assemblea, convegno organizzato dalle nostre Avis di ogni livello: i GIOVANI! I giovani e il dono del sangue, i giovani e l’impegno in associazione, i giovani e… “ai miei tempi”, i giovani e l’impegno nel volontariato, i giovani che “li vedi una due volte poi scompaiono”... Potremmo continuare per pagine. Con questa sicuramente incompleta inchiesta, abbiamo cercato di osservare il più oggettivamente possibile il “problema giovani”, estraniandoci in parte dall’Avis e cercando chi sta affrontando il problema con studi e ricerche organiche. Il ricambio generazionale, primo dato, non riguarda soltanto Avis e dono del sangue. Certo è il settore che più potrà soffrirne nell’immediato futuro, visto il continuo calo delle nascite “autoctone”, ma coinvolge tutto il Volontariato. E con quest’ultimo anche le stesse nuove generazioni che all’orizzonte – almeno nel ristretto panorama del nostro Paese – vedono limitate le possibilità di realizzarsi. Nel lavoro e nella vita, prima di tutto, e poi chissà… In terza e quarta battuta anche nel volontariato. Abbiamo preso spunto da due interessanti indagini e ricerche. Una è “Giovani e Volontariato quali prospettive e quali sfide”. Lungi dall’essere limitato alla sola regione di Leopardi è stata realizzata dal CSV delle Marche, ma coinvolgendo anche CSV di Bergamo, Modena, Lazio/Roma, Milano, Torino, Bologna. Le OdV coinvolte nel 2017/2018 (queste sì, marchigiane) erano dieci, nessuna Avis. Finora risulta l’unica indagine organica in tal senso che ha coinvolto direttamente le organizzazioni di volontariato. E tutte soffrono degli stessi problemi dell’Avis, almeno a livello dirigenziale. In quattro Odv italiane su dieci, per esempio, i giovani partecipano quasi mai ai momenti assembleari, mentre in più del 61% non sono presenti giovani nei consigli direttivi. Fra le risposte più “gettonate” sulla permanenza o meno in un impegno costante nelle Odv due in evidenza: 1) “Se  diamo un ruolo ad un giovane, molto probabilmente resterà in associazione”; 2) “Se in contatto con volontari “senior” quasi certamente abbandonano. Difficilmente gli anziani lasciano campo libero ai nuovi arrivati”. Eppure gli adolescenti sarebbero disponibili, come ci spiega qui sotto il sociologo Tiziano Vecchiato. Con la Fondazione Zancan sta conducendo una interessante ricerca “sul campo”.

Fondazione Zancan/CRESCERE Uno studio di sei anni su mille adolescenti. Sono “a rischio”? Solo i nostri luoghi comuni.

Intervista al sociologo Tiziano Vecchiato, presidente Fondazione Zancan di Padova.

In che cosa consiste la vostra indagine? È ancora in divenire? Come è nata, come si sviluppa, quanti e quali giovani coinvolge, in che fasce di età? 

CRESCERE è un acronimo che sintetizza il senso strategico dello studio “Costruire Relazioni ed Esperienze di Sviluppo Condivise con Empatia, Responsabilità ed Entusiasmo”. È cioè un’indagine approfondita che da anni stiamo realizzando con un campione di giovani in Veneto, nelle province di Padova e Rovigo. Coinvolge oltre 1000 ragazzi e famiglie, che in questi anni si sono resi disponibili a partecipare a questo importante progetto, a rispondere alle nostre domande anno dopo anno, per dirci come stanno crescendo e affrontando i problemi dell’esistenza in una società poco disponibile ad accoglierli. 

È uno studio “longitudinale”, significa che gli stessi ragazzi sono seguiti nel tempo, sempre gli stessi, ascoltandoli nel loro percorso di crescita, per capire cosa fanno, cosa pensano, cosa cercano e come cambiano nel tempo. In pratica ci parlano di come crescono i giovani oggi, quali sfide affrontano, quali sono i fattori che favoriscono una crescita positiva. Abbiamo iniziato 10 anni fa chiedendoci come realizzare un’impresa che sembrava impossibile, visto che nel nostro Paese le ricerche sono di breve periodo e che nel mondo gli studi longitudinali sono rari e preziosi. 

Lo studio di fattibilità è durato due anni, in cui abbiamo capito come intraprendere questa sfida in un mondo che cambia rapidamente, in continua evoluzione tecnologica e sociale. 

Abbiamo scelto di fare quello che sembrava impossibile. In uno studio longitudinale è normale perdere il 20% del campione ogni anno, ma in tutti questi anni abbiamo perso solo il 20% complessivo, per ragioni di trasferimento di residenza o di crisi familiari. 

Chi ci avrebbe aiutato con le risorse necessarie? Come arrivare ai ragazzi e ai loro genitori (che poi hanno composto il campione) per condividere questa sfida? Ci sono voluti due anni per dare risposte a queste domande e progettare l’intera indagine, mettere insieme un comitato scientifico di esperti internazionali, definire gli strumenti, costruire le infrastrutture sociali nel territorio per dare continuità allo studio. Ma i risultati ottenuti e l’entusiasmo che tanti ci hanno dimostrato stanno ampiamente premiando gli sforzi, in particolare l’impegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, che anno dopo anno sostiene il progetto permettendone la realizzazione alla luce dei risultati che raccogliamo ogni anno. 

Siamo ora arrivati alla sesta annualità di raccolta dati. Quando abbiamo iniziato i ragazzi avevano 11-12 anni, ora ne hanno 18 e i cambiamenti che abbiamo osservato sono tanti. È una grande fotografia in movimento che racconta la vita di questi ragazzi a 360 gradi. Ci parla di cosa fanno del tempo libero, dell’uso di internet, di come si relazionano in famiglia. Ci raccontano di come e quanto parlano con i padri e le madri, quali difficoltà incontrano nella vita di tutti i giorni, nella scuola, nelle relazioni con gli insegnanti e i compagni. Non hanno paura di parlare delle difficoltà, del bullismo, di come reagiscono alle violenze online, della spiritualità, della fede, di come si giudicano, se hanno fiducia nelle proprie capacità, se si fidano degli altri, di come vorrebbero il loro futuro, di cosa è veramente importante per essere felici. Ci parlano anche di volontariato, del loro volontariato e del perché e come aiutano gli altri.

Il patrimonio di informazioni raccolte in questi anni è immenso, ci chiede un grande lavoro di analisi per condividere i risultati con loro, i loro genitori e tutti gli altri interessati. Li mettiamo a disposizione gratuitamente nel sito internet dedicato (www.crescerebene.org), in convegni e incontri pubblici, nelle scuole che partecipano allo studio con la speranza che tutto questo diventi servizio alle loro comunità.

Può anticiparci qualche risultato per lei significativo alla luce dell’attuale situazione sociale e, a livello sociologico, le prospettive nei prossimi anni? 

Uno dei risultati che più ha meravigliato famiglie, insegnanti, anche i giornalisti, riguarda cosa è davvero importante per i ragazzi. Da un lato ci raccontano le attività che fanno in internet, ci dicono che non potrebbero vivere senza smartphone, una prosecuzione del loro corpo e della loro mente. Anche se immersi nella realtà virtuale ciò che conta davvero per loro sono le relazioni autentiche. Alla domanda “Qual è la cosa più importante per te per essere felice?” i ragazzi mettono al primo posto gli amici, quelli veri, che “mi accettano per quello che sono”. Al secondo posto la famiglia, anche se con tanti problemi resta sempre e comunque il loro punto di riferimento, anche quando il dialogo diventa nel tempo più difficile. Nella famiglia c’è qualcuno su cui poter contare sempre, anche nei momenti difficili. Importante è l’amore e “avere qualcuno che mi voglia bene”, “che mi accetta per quello che sono”, con cui sentirsi liberi di esprimersi e stare bene insieme. Per alcuni stare bene significa pure “fare felici” gli altri: “Per me essere felice non significa solo fare le cose che ci fanno stare bene, ma anche aiutare gli altri a stare bene”.

I ragazzi di oggi hanno bisogno di essere ascoltati e considerati. Spesso ci ringraziano e dicono “Per me è bello sapere che qualcuno crede in noi e ci intervista”, “Per una volta abbiamo avuto l’opportunità di scrivere su ciò che noi adolescenti sentiamo dentro, pensiamo e proviamo”, “Alcune domande sembrano assurde ma ti fanno capire come sei dentro e in cosa potresti migliorare”.

Giovani e futuro. Giovani e propria “realizzazione”. Giovani, impegno sociale e… volontariato. Che cosa ne pensa in particolare di quest’ultimo argomento? Secondo le sue sensazioni è vero che, oggi in particolare, i giovani sono poco propensi all’impegno sociale come volontari? 

Abbiamo fatto proprio queste domande ai ragazzi, perché ci interessava capire qual è la loro propensione ad attivarsi e il loro potenziale generativo. In Sardegna, in collaborazione con il Centro Servizi Volontariato Sardegna Solidale, abbiamo realizzato due ricerche con i giovani, coinvolgendo 900 ragazzi tra i 14 e i 18 anni, per capire quanto vivere in ricchezza o in povertà incide sulla capacità di pensare e progettare il futuro. Due ragazzi su dieci fanno parte di gruppi e/o associazioni: scout o altri gruppi giovanili, coro o gruppo musicale, gruppo di ballo, parrocchia, associazioni sportive, culturali, a difesa dell’ambiente o di volontariato. Il 13% fa attività di volontariato per aiutare gli altri: «Dono il sangue», «passo per il paese per ritirare i viveri», «faccio oratorio durante l’estate», «vado in comunità dove lavora mia mamma per stare con gli anziani e passare del tempo diverso dal solito», «regalo i vestiti che non uso più», «impegno sociale contro le mafie», «insegno delle tecniche da portiere ai più piccoli», «do ripetizioni (gratis)», «mi rendo utile nei blog o altri siti per rispondere alle domande dei ragazzi che hanno bisogno di aiuto o di attenzione». A chi non fa volontariato abbiamo rivolto domande per capire le potenzialità di ogni ragazzo e la propensione a mettere a disposizione il proprio tempo e le proprie capacità per aiutare chi ha bisogno. Abbiamo chiesto se qualcuno ha mai proposto loro di fare qualcosa di utile per gli altri, in quasi la metà dei casi nessuno li ha mai incoraggiati in questo senso. Lo stimolo maggiore viene dai genitori. Poi vengono gli insegnanti, le parrocchie, gli allenatori… Abbiamo anche chiesto «Se ne avessi la possibilità, ti piacerebbe mettere a disposizione le tue capacità e/o il tuo tempo per aiutare chi ha bisogno?». Quasi otto ragazzi su dieci hanno risposto di sì (78%). Un aspetto interessante è che i ragazzi sono disposti a offrire tempo e capacità indipendentemente dal fatto che siano ricchi o poveri. Vi sono invece differenze per genere ed età. Le ragazze sono mediamente più propense ad attivarsi per aiutare chi ha bisogno. Il desiderio di aiutare aumenta al crescere dell’età: è più timido quando i ragazzi hanno 14-15 anni e poi cresce nel tempo.

Abbiamo osservato le stesse dinamiche tra i ragazzi veneti dove più di un ragazzo su quattro fa volontariato. Si va dall’impegno sporadico (qualche volta all’anno) a tutte le settimane. Con l’età aumentano i ragazzi che fanno attività a favore degli altri (a 12 anni erano il 20%, a 16 anni sono il 37%). Vi sono differenze tra ragazzi: anche qui le ragazze sono più disponibili a fare volontariato. 

Tipo di scuola: gli studenti del liceo fanno più volontariato rispetto a tecnici e professionali. La ricerca si è poi concentrata sulle capacità dei giovani che si sono resi disponibili. Abbiamo chiesto loro di riflettere su cosa in pratica potrebbero fare per aiutare chi ha bisogno. Non è stata una domanda facile, molti di loro ci hanno pensato a lungo prima di rispondere. Ecco soltanto alcune delle loro affermazioni:

• Aiutare gli anziani, per esempio fare la spesa e se vedo una signora anziana in difficoltà la aiuto; 

• Dare ripetizioni ai ragazzi in difficoltà nella scuola;

• Donare qualche soldo al mese;

• Far sorridere;

• Mi piacerebbe aiutare i bambini a svolgere i compiti per casa, oppure prestare dei servizi benessere agli anziani nelle case di riposo;

• Stare con i bambini che non stanno bene o hanno qualche problema»

• Per esempio riciclare e ripulire i parchi. Però con qualcuno non da sola;

Alcuni hanno decritto la sfida come incontro di capacità e potenzialità in questo modo: 

• Innanzitutto chiedere ai bisognosi cosa io possa fare;

• Ascoltare le persone in difficoltà e aiutarle a trovare una soluzione;

• Mettere a disposizione le mie capacità;

• Condividere la mia passione con altri, e magari insegnare a chi volesse imparare»

• Dipende da chi ha bisogno e da quale sia il problema, prima di tutto cerco di capire che problema ha e poi cerco una soluzione insieme a colui che ha bisogno»

• Mettere alla prova le mie capacità e le mie risorse per fare del bene e aiutare le altre persone.

Sono pensieri importanti, da valorizzare nei contesti di vita, in famiglia, nella scuola, nelle comunità locali. Per i ragazzi è importante riflettere su cosa è possibile fare per gli altri e con gli altri, con quali capacità e competenze per consolidare sistemi di fiducia preziosi e necessari per crescere bene.

Sarebbe utile una ricerca più approfondita su giovani e volontariato, estesa anche ai nuovi cittadini, in collaborazione fra la vostra Fondazione e le Odv?

Meglio se a questa domanda risponde la vostra redazione… 

E noi tale domanda la giriamo ai lettori e alle Avis. Dibattito aperto!

Che cos’è la Fondazione Zancan: 55 anni di ricerche nel sociale

La Fondazione «Emanuela Zancan» Onlus è un centro di studio, ricerca e sperimentazione che opera da oltre cinquant’anni nell’ambito delle politiche sociali, sanitarie, educative, dei sistemi di welfare e dei servizi alla persona. La sua mission è “contribuire alla ricerca scientifica di rilevante interesse sociale, con particolare riguardo all’area delle politiche sociali, dei servizi alla persona e delle professioni in essa operanti” (art. 2 dello Statuto). Svolge le sue attività grazie alla collaborazione di molti studiosi ed esperti italiani e stranieri. Collabora con enti statali, regioni, province, aziende sanitarie, comuni, università, centri di studio italiani e internazionali e con soggetti privati per studi, ricerche, sperimentazioni. 

La Fondazione è sorta nel 1964, in ricordo di un’assistente sociale: Emanuela Zancan, vicedirettrice della Scuola superiore di Servizio sociale di Padova, che morendo ancor giovane lasciò la sua liquidazione alla Scuola perché fosse utilizzata in un’opera con finalità sociali. La somma costituì la prima pietra per la realizzazione della Fondazione. È riconosciuta dal Ministero degli Interni onlus di “ricerca scientifica di rilevante interesse sociale”. Presidente è il sociologo Tiziano Vecchiato (foto sopra). La Fondazione edita una  interessantissima rivista bimestrale “Studi Zancan – Politiche e Servizi alle Persone”, con ricerche, dati, spunti di riflessione (da fonti certe ed autorevoli) su welfare e dinamiche sociali. 

Info: www.crescerebene.org www.fondazionezancan.it

Dall’incostanza nel donare, al non impegno: alcuni fra i perché…

Abbiamo fatto parlare alcuni giovani. Sono tutti già in Avis, impegnati in varie attività (Gruppi giovani) o – anche ex – nel Servizio Civile. Ai giovani “esperti”, abbiamo chiesto perché molti non vanno oltre la 2ª donazione o non si impegnano in associazione. “Troppa burocrazia”; “Lavori precari che non permettono di chiedere permessi”. Anche perché… “I Centri trasfusionali sono aperti solo nei giorni feriali, con problemi a chi deve chiedere il permesso di lavoro. Solo alcuni in Veneto aprono sabato e domenica”; Fanno idoneità, magari dopo aver incontrato Avis a scuola, poi per tatuaggi, tempi d’attesa lunghi, viaggi all’estero, abitudini di vita non “in linea” sono sospesi (anche temporaneamente) e si stancano, poi non ci pensano più, rinviano e non vanno più a donare.  Così come quando aspettano mesi per i risultati dell’idoneità”; 

“Questione del partner fisso, questa è una lamentela frequente”. 

Infine: “Il momento della donazione non e più un modo per ritrovarsi con gli altri, per scambiare due chiacchiere, organizzare iniziative insieme. Si dona, si va via…”; “I giovani non si sentono abbastanza coinvolti, non si sentono accolti da un volontariato giovane. Solo in rarissimi casi si riesce a creare un ambiente “moderno” in Avis”; “Quando poi si sente dire: si è fatto sempre così…”.  C’è da riflettere.

Pomeriggio fra giovani universitari entusiasti in Centro trasfusionale

Abbiamo sentito, per chiudere, alcuni “neofiti”, alla visita di idoneità. Grazie alla Comunale di Venezia che in due giorni – dopo una mail a studenti, professori e dipendenti di Cà Foscari – ha visto una massiccia adesione di giovani all’invito. In 20 donne e 6 uomini hanno “esaurito” in due ore i posti prenotabili sul web per le 4 ore di due pomeriggi in cui il primario Gessoni teneva aperto il Centro trasfusionale lagunare per anamnesi, visite, colloqui, prelievi. Ancor di più sono in coda per “l’appello autunnale”. Come la prima ragazza a uscire (sarebbe stata la 27ª) che, dopo aver compilato il questionario, ha chiarito i dubbi col medico: “Ho appena cambiato fidanzato, non lo sapevo, tornerò certamente alla prossima di ottobre”. Agli “abili” (esami di idoneità permettendo), abbiamo chiesto le impressioni, man mano che uscivano col… buco.

Isabel, 24 anni, già laureata in Relazioni internazionali comparate, bergamasca, ma ormai veneziana di residenza, anche come volontariato: “Collaboro già a Venezia con alcune associazioni, da Lega Ambiente alle Misericordie e altre. Saputo che si poteva anche donare, eccomi qui. Problemi col questionario? Nessuno, tutto chiaro”. Manuel, 23 anni, di Pavia, laureando in lingue orientali: “Ho visto la mail d’invito solo a tarda sera, il giorno che l’hanno inviata. E non avevo fatto in tempo a prenotarmi, erano già tutti prenotati i posti. Per fortuna se n’è liberato uno all’ultimo momento. Avevo già pensato di donare, ma mai avuto occasione. Sono volontario nel Comitato della Croce rossa al mio paese, ora “passerò” donatore Avis a Pavia, ma Venezia e i veneziani già mi mancano”. Roberta, 20 anni, da Chieti, Economia e Commercio Inglese: “Non sapevo come si potesse donare, Avis e Università mi hanno fornito con la mail le informazioni, grazie. Sul questionario nessun problema, mi avevano spiegato, entrando al centro trasfusionale, che per qualsiasi dubbio posso chiedere al medico… È bello donare”. Altre due ragazze, Andrea e Francesca di 23 anni, le “interroghiamo” in sala ristoro, mentre fanno conoscenza. Stesso corso di laurea magistrale in Economia e Gestione delle Arti, non si erano mai viste prima: Andrea è da Torino, Francesca da Verona, parlano quasi in coro: “È un po’ che ci pensavo, sono contenta di averlo fatto, da soddisfazione pensare di aiutare qualcuno (Francesca); “Bella la sensazione di fare del bene. Poi i medici sono disponibilissimi a spiegare ogni cosa e anche i volontari Avis – dice Andrea – sono simpatici e disponibili. Io poi che a Venezia voglio rimanerci…”.


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