Volontari, una “forza” che sostiene e salva l’Italia

Intervento del prof. Lamberto Pillonetto

alla 14ª Festa provinciale Avis

Pianezze di Valdobbiadene – 1° settembre 2013

GiaveraMulattUna rilevazione statistica di qualche anno fa ha accertato e dichiarato la presenza in Italia di 6 milioni di volontari. Non fa difficoltà riconoscere l’attendibilità di questo numero, a prima vista enorme; conosciamo tutti l’articolazione ricca di associazioni, gruppi, iniziative di ogni genere nella nostra società; l’intreccio e il disegno in miniatura li vediamo con i nostri occhi e lo viviamo con la nostra esperienza nelle piccole comunità in cui ciascuno di noi è inserito.

Tradotto in termini semplicissimi, quel grande numero significa la presenza capillare di persone che coltivano passioni, diffondono interessi, dedicano tempo, energie ed anche risorse economiche, per un obiettivo particolare, grande o piccolo, appariscente o nascosto, che fa clamore e ha risonanza oppure che non prenderà mai la scena per esibirsi.

La parola “volontario” include una molteplicità di scelte che si distribuiscono fra le grandi azioni e i progetti di rilievo via via fino al piccolo servizio, al gesto solitario, alla semplice presenza silenziosa; definisce, insomma, la rete delle relazioni che tiene in piedi le nostre comunità, costruisce rapporti interpersonali, arricchisce l’efficienza organizzativa in diffusione di “doni”.

Quel numero così grande di “volontari” sorprenderà qualcuno e gli farà dire: “Alla nostra società poco manca, in teoria, per essere la società ideale, dovrebbe sprizzare positività ed armonia in tutte le sue manifestazioni, e invece…!”

In effetti ci pare di percepire che forze erosive e disgregatrici prevalgono su quelle positive e costruttive. Fosse anche vero questo, dovremmo subito confrontarci e dirci: “Che cosa sarebbe la nostra società (in grande e in piccolo), se non fosse puntellata e sostenuta da questa carica inesauribile di servizio disinteressato e di disponibilità pronta?” Siamo autorizzati a dirlo, soprattutto quando vediamo che le istituzioni e chi le rappresenta, accanto a nobili esempi di comportamento e di impegno ne propongono altri che, anziché unire, dividono; anziché favorire il confronto anche duro ed esigente, insegnano lo scontro interessato; anziché educare alla dialettica, che fa sempre bene, praticano e sollecitano la diffidenza, il sospetto, l’insulto e l’offesa. Che cosa sarebbe la nostra società, se mancasse di questa risorsa unificante di volontariato, che ogni giorno, nelle forme più svariate, testimonia l’impegno disinteressato, la creatività, l’intraprendenza, la forza dell’incontro, la tenerezza del rapporto, il dono che è “il di più” impagabile della “prestazione”, la tenacia del fare che non si aspetta di avere nulla in cambio, ma cambia e trasforma in bene i rapporti sociali.

Che esistano i “volontari”, in gran numero e riccamente qualificati, è un gran lusso per la nostra società e per le nostre comunità. Un lusso da intendersi “necessario”, non un di più ornamentale che, se c’è, va bene e se non c’è, pazienza!

La società meglio governata ed i servizi più efficienti, ma privi del lievito del volontariato, non costruiscono una “società felice”.

Il volontario è un esperto depositario di “beni relazionali”, cioè di beni che non si comprano, per quanti siano i soldi di cui disponiamo, ma che si costruiscono faticosamente e gratuitamente; senza questi beni relazionali, i beni strumentali, quelli che si comprano (detti anche “merce”), indubbiamente indispensabili per tutti (e sappiamo quanto precari diventino progressivamente in questo tempo di crisi), potranno soddisfare tante necessità (e chi più ha nel portafoglio più è garantito),  ma lasciano insoddisfatte le necessità primarie che derivano dall’essere noi bisognosi per natura di relazioni, di relazioni gratuite, di incontri.

C’è lo spazio del mercato, di ciò che si compra, e c’è lo spazio del dono, fatto e ricevuto, che prescinde, per sua natura, dal compenso, perché non ha prezzo e trova soddisfazione su un altro piano, ben più importante, che è quello dello “stare veramente bene”, in arricchimento profondo continuo, in sovrabbondanza di senso e di valore per tutto ciò che siamo e facciamo nella nostra vita ordinaria, di tutti i giorni.

Il Prof. Lamberto Pillonetto
Il Prof. Lamberto Pillonetto

Voi avisini siete “volontari” (e che volontari!); siete volontari speciali, perché la vostra denominazione non è generica, ma condensa ciò che di positivamente straordinario caratterizza il volontario, su qualsiasi piano egli operi: voi siete per definizione “donatori” e donate del vostro e il “vostro” è ciò che da sempre è stato identificato come la sede della vita e dunque donate “vita”; il vostro gesto di donazione è particolarissimo e sembrerebbe non rientrare fra i beni “relazionali”, perché manca della “reciprocità” e della “simultaneità”; salvo casi particolari ed eccezionali, davanti a voi non c’è il destinatario del dono e mai ne conoscerete il nome e il volto; e poi il vostro dono non è fruito immediatamente così come è di tutti gli altri doni e regali; viene affidato a qualcuno che poi, a seconda delle esigenze, lo destinerà a chi ne ha bisogno.

Direte: ma questo qui perché complica le cose che sono di per se stesse molto chiare? Non voglio complicare; il vostro donare non ha bisogno di tante spiegazioni; è capito immediatamente da chi vi incontra e vi vede mentre fate il vostro dono; non occorrono parole, perché il gesto si fa parola, messaggio: metto a disposizione qualcosa di me per chi in questo momento ha essenziale bisogno. Eppure è giusto e doveroso che qualifichiamo con cura e con un po’ di pazienza, magari per contrasto, il vostro dono, perché non tutti i doni sono eguali; addirittura non tutti i doni hanno una funzione positiva.

Se do per interesse, allora lo faccio perché qualcosa torni a me: ti do perché tu mi dia qualcosa. Poi ci sono anche i doni avvelenati: belli fuori, ma le apparenze mascherano l’insidia (anche il cavallo di Troia era un dono e come dono è stato introdotto in città, ma nella pancia portava l’inganno, la guerra e la distruzione).

Dobbiamo fare attenzione anche ai doni apparentemente positivi e in sé senz’altro utili; talvolta confermano le distanze, anziché annullarle (i doni munifici in genere ribadiscono le diversità e le distanze sociali) oppure vogliono mettere in difficoltà, schiacciare il destinatario, perché sono volutamente spropositati.

E allora qual è il dono vero? Il dono vero è quello che “fa del bene”, è il dono fatto a fondo perso, senza l’attesa che il beneficato risponda con il suo dono; è il dono fatto con la sola intenzione e la sola aspettativa che si rinsaldi ed aumenti la relazione, l’intesa, il rapporto con l’altro e con gli altri.

Ma se l’altro non c’è, come nel vostro caso?

Come non c’è! E’ tutta la società che trae vantaggio dal vostro dono; sono le relazioni di cui parlavo prima che migliorano grazie al vostro dono. Certo, posso decidermi a farmi donatore avisino per poter ricevere anch’io, quando mi potrò trovare in situazione di difficoltà. Ma in questo momento io compio un atto di fiducia nei confronti della società di cui faccio parte, rinsaldo i legami al suo interno, contagio positivamente tutti con il mio gesto nascosto o visto e risaputo da pochissimi, perché gli atti di generosità trascinano, costruiscono sicurezza dentro una società che sembra disgregarsi, andare in frantumi sotto i nostri occhi. E tutto questo in forza della “gratuità”, nel vostro caso assoluta, che vi contraddistingue.

Ho raccolto un modo di dire da qualche parte: “Nessun fa gnent par gnent!”

Che tristezza e che miseria! Penso che lo abbia inventato qualcuno che doveva giustificare a se stesso e agli altri la sua grettezza d’animo. Ho replicato sempre duramente ogniqualvolta ho sentito questa affermazione. Non è vera! Per il semplice fatto che, se così stessero le cose, le nostre comunità sarebbero intrise di barbarie, oppure invivibili, anche se tutto funzionasse con la precisione di un orologio svizzero; il tasso di felicità precipiterebbe, anziché aumentare, se mancassero il calore e la qualità dell’offerta reciproca e continua di doni che non aspettano alcuna ricompensa, se non quella di vedere che tutti stanno un po’ meglio di quanto non si stesse prima.

Ci sono delle ricerche che ci riguardano e che arrivano a questa conclusione: a distanza di anni è cresciuto di molto il tenore di vita, ma questo non ha prodotto una corrispondente crescita della percezione di “soddisfazione”, di “felicità”. C’è una spia che lampeggia da non trascurare; è quella che attesta che ci si interroga, si parla, si scrive sempre di più in questi ultimi anni sulla “felicità”; forse è il motore della nostra società che presenta qualche guaio e chiede un intervento urgente di un “meccanico” adeguato; il guaio non può essere che quello dello scadere progressivo dei beni di relazione, delle scadimento dei rapporti buoni.

Io interpreto il vostro essere “donatori” come un presidio posto a tutela di questa risorsa ineliminabile che chiamiamo “gratuità”, per insegnare la quale oggi dovremmo tutti, con preoccupazione ed urgenza, rimboccarci le maniche.

Paradossalmente “gratis” e “gratuità” non sono parole sparite dal nostro vocabolario, anzi imperversano. Sembrerebbe del tutto inutile proporre oggi l’elogio della gratuità. Pensiamo ai messaggi pubblicitari, in cui la gratuità sembra la nota più diffusa; ci viene di continuo offerto qualcosa, salvo poi scoprire che l’offerta di qualcosa è subordinata all’acquisto di qualche prodotto; quindi la gratuità è usata come  un espediente efficace per un più facile commercio, espediente usato con spudoratezza, perché purtroppo, nonostante tutto, nonostante le continue buggerate, funziona e i gonzi sono tanti. Abbiamo “la sensazione d’essere assediati da messaggi ‘donatori’…tutti vogliono donarci qualcosa, o così pare: la bellezza, la nuova giovinezza, cinque minuti in più di telefonate… Il linguaggio politico-istituzionale non è da meno: lavoriamo per voi, vi stiamo servendo, abbiamo il merito di avervi salvati dal pagamento di una tassa, vi diamo ascolto e simili. La nostra, dunque, sembra proprio una società di doni. Tutto gratuito per tutti.” (Carmelo Vigna, L’elogio della gratuità).  Allora ci rendiamo conto della necessità di precisare accuratamente che cosa occorre perché qualcosa sia veramente dono. Il dono è dono se c’è come primo requisito questo: sempre il donante si dona; il dono è originariamente un essenziale donare sé e tutte le forme di gratuità, per essere autentiche, devono incarnare questa intenzione, questa volontà radicale.

Chi crede, ma anche chi non crede, può leggersi alcune delle parole chiare e preziose che papa Francesco ha detto in questi mesi. Per mettere in luce la “parola-chiave” delle consegne date da Gesù ha ricordato: “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”; e subito ha commentato: “Quando noi vogliamo fare in una modalità dove la ‘grazia’ viene un po’ lasciata da parte, il Vangelo non ha più efficacia”; stiamo attenti alla “tentazione di cercare la forza altrove e non nella gratuità”.

Possiamo dare una traduzione “laica” di queste parole di fede. L’operazione è proficua e ci aiuta ad approfondire quanto è già stato detto.

Come funziona il dare per nulla, il dare gratuitamente?

Esso nasce da un atto di libertà, sorge da un nulla di dovuto o di debito, senza la ragione dello scambio e del debito; per questo sorprende, riempie di meraviglia e, si spera, di gratitudine; ma non è la speranza di gratitudine che lo genera: se riesce a rendere migliore la vita di tutti, ha già in sé la risposta di gratitudine.

Sta in questo la differenza fra il dono e lo scambio: nello scambio c’è un passaggio di qualcosa dall’uno all’altro; lo scambio è di necessità doppio e deve rispettare l’equivalenza, il pari valore, altrimenti ne va della giustizia; di scambio abbiamo bisogno, perché necessitiamo di tante cose; nella gratuità non è necessario il doppio passaggio e, comunque vadano le cose, non si va mai “in perdita”.

Qualcuno ha detto: di scambi viviamo, di doni esultiamo, cioè nella gratuità data e/o ricevuta e nello stupore che essa fa nascere diventiamo tutti migliori.

Tutte le forme di scambio, necessarie per la vita quotidiana, si compiono nella forma del contratto; mi possono soddisfare, ma spesso non sono esenti da diffidenza e sospetto, quando non sono causa di conflitti senza fine.

La gratuità, invece, si realizza nel venire l’uno di fronte all’altro nella forma dell’amicizia e della cura reciproca (I care: mi interessa, anzi mi preme , mi sta a cuore); questo modo di esprimersi lo capiscono immediatamente tutti, perché tutti vogliamo prima di tutto essere riconosciuti nella nostra umanità, essere riconosciuti da uno sguardo di libertà, senza condizioni, cioè secondo gratuità.

Pensiamo, allora, come 6.000.000 di volontari/donatori non possano non rivoluzionare in bene un’intera società, vincendo ogni resistenza, per quanto tenace essa sia.

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